martedì 23 maggio 2017

SALONE OFF 2017, ovvero di quella volta in cui ho presentato Antonio Manzini

Sabato mattina ho presentato Antonio Manzini alla Biblioteca civica Movimente di Chivasso. Un evento del Salone Off, in cui sono stata coinvolta grazie a Diego Bionda, presidente dell’Associazione Novecento (che a Chivasso ogni anno organizza il festival I luoghi delle parole), che, in cerca di qualcuno per presentare l’incontro un po’ all'ultimo minuto, ha pensato a me.

Vi devo confessare che per i primi minuti i miei pensieri sono stati: “oddio”, “mi sta prendendo in giro, dai”, “oddio”, “ma sarò in grado?”, “oddio”, “non lo voglio fare”, “oddio”, “che figata!”. Perché sì, c’è un piccolo particolare che Diego non sapeva ma che voi che seguite il mio blog e la mia pagina con maggior frequenza sì: ovvero che io adoro Antonio Manzini.

Io che guardo Antonio Manzini con sguardo adorante (©Barbara)

Dal momento in cui ho detto “sì, lo faccio” a quando mi sono seduta su quella poltroncina verde con lui accanto, sabato mattina in biblioteca, ho alternato momenti molto zen ad altri di agitazione più totale. Mi rendo conto sia un po’ sciocco: c’è chi fa presentazioni tutti i giorni, gli scrittori sono persone normalissime e non c’è alcun motivo di agitarsi. Però, ecco, io sono fatta così. E anche se, perdonatemi il gioco di parole, sapevo di sapere su Antonio Manzini tutto quello di cui avevo bisogno per presentarlo (avendo letto praticamente tutti i suoi romanzi e avendo una cotta pazzesca per il suo vicequestore Rocco Schiavone), avevo comunque paura di impappinarmi, di fare la domanda sbagliata, di parlare al microfono facendolo fischiare… tutte cose così.
E invece, con una voce un po’ tremante per i primi minuti che poi man mano è diventata più salda, sono riuscita a farlo: ho presentato Antonio Manzini!

(©Barbara)
Come avevo già avuto modo di scoprire assistendo come pubblico a sue presentazioni, lui è una persona fenomenale. Gli basta un la e parte a raccontare e far pendere dalle sue labbra chiunque lo ascolti.
La presentazione si è incentrata più che altro sul personaggio di Rocco Schiavone, sulla sua nascita, la sua evoluzione e il suo futuro, ma anche la sua trasposizione televisiva (con un Marco Giallini che lo stesso Manzini ha definito fenomenale). C’è stato poi spazio per domande su altri libri, soprattutto su Orfani Bianchi, pubblicato non da Sellerio come tutta la serie di Rocco Schiavone, ma da Chiarelettere. E quando si parlava di questo libro, l'autore si è un po' intristito, quasi incupito, lasciando intendere già solo a vederlo quanto caro gli sia il tema e quanto importante sia stato per lui scriverlo.
Poi però si è riso anche tanto, tantissimo. Quando si parlava di Rocco Schiavone e dei suoi personaggi di contorno, ma anche nelle frecciatine che lo scrittore ha fatto verso certe situazioni politiche italiane attuali o, semplicemente, quando ha raccontato qualche aneddoto nato da una domanda.

Questa foto, nonostante io abbia la bocca aperta, rispecchia perfettamente lo spirito della presentazione. E la trovo stupenda. (©Barbara)

L'incontro è durato quasi un’ora e mezza, tra le mie domande e quelle, tantissime, del pubblico, numeroso anche se era sabato mattina e non c’è stato molto tempo di pubblicizzare l’evento. Ed è davvero bello vedere un pubblico così partecipe e così interessato… non tutti gli scrittori riescono a far sentire così a loro agio le persone che sono lì per ascoltare, ulteriore dimostrazione di che persona splendida, almeno in queste occasioni, sia Antonio Manzini.

Il pubblico in biblioteca (© Diego Bionda)

Sono contenta, davvero. Di non aver ceduto al panico e aver detto “sì, lo faccio” nonostante l’ansia. Sono contenta di come è andata e di aver parlato così da vicino con uno dei miei scrittori preferiti, autore di uno dei personaggi letterari di cui sono più innamorata.
Concludo ringraziando ancora una volta Diego e l'Associazione Novecento, la Biblioteca di Chivasso e il Salone OFF, che mi hanno permesso di essere lì. Ma anche tutti coloro che hanno partecipato, la mia amica Barbara per le foto e il sostegno morale, e tutti coloro che poi mi hanno scritto o mi hanno chiesto come è andata subito dopo e nei giorni successivi.
E ora, devo ammettere, non vedo l'ora di rifarlo.

©I Luoghi delle Parole

PS: che faccio? Ve lo dico che a luglio esce il romanzo nuovo con protagonista Rocco Schiavone? Ma sì dai, ve lo dico!

giovedì 18 maggio 2017

JESSE - Marianne Leone

Jesse era affetto da una grave forma di paralisi cerebrale e non riusciva a parlare. Era anche un ottimo studente, iscritto al secondo anno di un liceo pubblico. Scriveva poesie sul suo computer, superava brillantemente tutti i compiti di latino, faceva windsurf d'estate.
Che molti vedessero soltanto la sua disabilità aggiungeva un'altra dimensione al dolore, una patina surreale alla solitudine che mi attendeva. Erano gli stessi che pensavano "È stato meglio così". Oppure: "Ora è libero, e lo sei anche tu". Ma io sarei stata disposta a sostenere il suo corpo minuto fino a non poterne più, e poi ancora, nella debolezza della vecchiaia.


Jesse è nato il 15 ottobre del 1987, con dieci settimane d’anticipo e un peso alla nascita di un chilo e seicento grammi. Al terzo giorno di vita, una grave emorragia gli lascerà una paralisi cerebrale che segnerà il corso della sua vita: Jesse è tetraplegico, non può parlare e soffre di continue crisi epilettiche. Ma è vivo e ha un’intelligenza fuori dalla norma, che si scontra con una società che a volte sembra incapace di comprenderlo e accettarlo.
A combattere per lui ci sono il padre, l’attore Chris Cooper, e soprattutto la madre, Marianne Leone, oltre a una serie di aiutanti, infermiere, medici e terapisti che invece della sua intelligenza si sono accorti eccome e fanno di tutto per rendere la sua vita il più possibile simile a quella di tutti gli altri.
La mattina del 3 gennaio 2005, nell’anno dei suoi diciotto anni, però Jesse non si sveglia, lasciando in chi l’ha conosciuto e in chi per tutti quegli anni ha lottato per lui un senso di vuoto enorme, ma al tempo stesso la voglia di raccontare la sua storia, perché possa essere di aiuto agli altri e per non dimenticare mai.

Ed è quello che fa Marianne Leone in questo memoir, Jesse appunto, pubblicato in Italia da Nutrimenti con la traduzione di Letizia Sacchini.

Vi devo confessare che prima di iniziare la lettura di questo libro ero un po’ preoccupata. Preoccupata di stare male, di soffrire troppo, ma soprattutto di trovare una storia che sarebbe caduta, pur giustificatamente, nel sentimentalismo e nel dolore. 
E invece ho trovato molto, molto di più. Ho trovato la lotta di una madre e di un padre per il bene del proprio figlio: lotte mediche, per cercare di capire che cosa sia successo e quanto speranze di miglioramento ci potessero essere; lotte scolastiche, in un continuo scontro con un sistema che spesso parla di integrazione solo di facciata ma che poi considera il garantire diritti solo un peso; lotte per la felicità, per vivere, nonostante tutto, una vita normale: Jesse nuota, fa windsurf, va a cavallo, scrive poesie, fa dolcetto e scherzetto la notte di Halloween e piange, ride, si arrabbia esattamente come tutti gli altri bambini e gli altri ragazzi. 

Al termine della sua prima settimana d’assenza, Adam ha chiamato a casa. “Perché Jesse non viene più a scuola?”
Ho cercato di spiegarglielo nella maniera più comprensibile per un bambino di sette anni.
“Ti ricordi quando hai imparato che un tempo ai bambini di colore non era permesso di andare a scuola? Be’, oggi ci sono persone che vorrebbero fare la stessa cosa con i bambini in carrozzina”.
Adam era indignato.
"Ma… la carrozzina è solo fuori!”.

La storia di Jesse è una storia dolce e struggente, raccontata però con uno stile che va oltre il semplice racconto di una madre che ha perso un figlio e che mostra una forza narrativa notevole, sia nel raccontare le peripezie di Jesse sia nella descrizione del vuoto del presente.

Ed è anche una di quelle storie che vanno raccontate, per mitigare un po’ quell'idea che la vita delle persone disabili sia solo ed esclusivamente una vita vuota e triste (un'idea che mi ha sempre fatto arrabbiare, perché io di quei pochi anni vissuti accanto a mio padre in sedia a rotelle ricordo soprattutto i momenti divertenti, le cose sceme che ci siamo inventati per far fronte a una situazione difficile e dolorosa per renderla più sopportabile e in qualche modo normale).
Molto spesso la tristezza e la rabbia prendono il sopravvento, certo, e ancora di più se, oltre ai problemi di salute, bisogna fare i conti con una burocrazia folle o con alcuni personaggi del mondo esterno completamente incapaci di accettare e gestire queste disabilità, come succede a Jesse a scuola.
Ma è anche una vita ricca, una vita piena di piccole grandi conquiste, di momenti bellissimi, di risate, di incontri con persone eccezionali che rendono quei “be’, almeno ha smesso di soffrire”, che spesso si sentono dire quando vite come quella di Jesse finiscono, privi di qualsiasi significato.

Jesse è un libro triste per il suo doloroso epilogo, ma anche un libro pieno di vita, di allegria, di gioia e d'amore. Tutto quello che Jesse ha donato e ha ricevuto nel corso della sua vita e che ora sua madre dona a chi legge la sua storia.
E io, fossi in voi, lo farei.


TITOLO: Jesse
AUTORE: Marianne Leone
TRADUTTORE: Letizia Sacchini
PAGINE: 255
EDITORE: Nutrimenti
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Jesse

martedì 16 maggio 2017

SalTo 2017: piccolo aggiornamento

Ovvero, di quella volta in cui alla lettrice rampante venne proposto di presentare Antonio Manzini e lei, ovviamente, disse sì. 


Devo aggiungere altro? 

(Comunque a parte il sabato mattina, per sopraggiunti impegni abbastanza fighi e abbastanza ansiogeni, per la mia presenza al Salone rimangono validi i giorni e le date che ho indicato nel post di ieri... quindi venerdì nel tardo pomeriggio, sabato pomeriggio e tutta domenica. Così come rimane valido l'invito a vederci se ci siete!)

lunedì 15 maggio 2017

SalTo 2017: chi, cosa, quando, dove e perché.

Dunque ci siamo. Dopo la frattura con l’AIE, le polemiche, le prese di posizione più o meno nette degli editori e degli operatori culturali, ma anche i grandi annunci di novità e miglioramenti, questo giovedì, 18 maggio, prende finalmente il via la XXX edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, che occuperà gli spazi espositivi del Lingotto fino a lunedì 22 e avrà come tema conduttore "Oltre il confine".

La bellissima locandina disegnata da Gipi.

Quest’anno, il Salone dovrà fare i conti con l’assenza degli stand grandi editori (il gruppo Mondadori, e il gruppo GemS non ci saranno… Einaudi sì, non come editore ma come Punto Einaudi), ma ha dalla sua l’enorme entusiasmo degli editori medio-piccoli, di più di 900 espositori e dell’incredibile lavoro sul programma svolto dal direttore Nicola Lagioia e dalla sua squadra.

Ammetto che sono molto curiosa di vedere questa “rinascita”. Voglio bene al Salone del libro e da una decina di anni a questa parte un salto ce l’ho sempre fatto, anche se nelle ultime edizioni aveva smesso un po’ di brillare ed era abbastanza evidente che avrebbe avuto davvero bisogno di una rinfrescata. Le premesse per quest’anno sono buone e io non vedo l’ora di andarci.

I giorni che ho scelto sono il sabato, come ogni anno, e poi, incredibilmente, la domenica. Un po’ esigenze logistiche, un po’ per fare gli stessi due giorni di Tempo di libri e vedere un po’ le differenze. In più farò una capatina rapidissima anche il venerdì, nel tardo pomeriggio.
Questi sono gli eventi a cui intendo partecipare. Quest’anno, per la prima volta, ho cercato di evitare le sovrapposizioni e di scegliere prima dove andare, perché ahimè le pillole di ubiquità ancora non esistono. 
(Restano fuori, invece, gli incontri del Salone Off, perché è davvero impossibile spostarsi da dentro al Salone ai quartieri di Torino, se poi si deve rientrare).

VENERDÌ 19

h 17. TRA PARADOSSO E NOIR: RACCONTARE LA REALTÀ. Incontro con Antonio Manzini (Sala Rossa)
h 18.30 DAL REGNO UNITO A HOLLYWOOD, RACCONTARE CON LEGGEREZZA. Incontro con John Niven (Sala Azzurra)

SABATO 20

h 11 Daria Bignardi dialoga con MIRIAM TOEWS . (Sala Azzurra)
h 14.30 Il più grande scrittore americano secondo me: PHILIPH ROTH secondo Francesco Piccolo incontra DAVID FOSTER WALLACE secondo Sandro Veronesi  (Sala 500)
h 15.30 L’AMERICA IN GUERRA. Incontro con Brian Turner (Sala Blu)
h17 Omaggio a Kent Haruf. Licia Maglietta legge Le nostre anime di notte (Sala 500)

DOMENICA 21

h 11 I confini dell’Hard Boiled. Sesso, crimini e violenza nella letteratura e nel cinema degli Stati Uniti (Sala 500)
h 12.30 Raccontare oggi il sesso di domani. Concita De Gregorio dialoga con Emily Witt  (Sala Azzurra)
h 13.30 Recensire libri, raccontare il mondo. L’arte di saper scegliere, l’arte di sapere raccontare le scelte. L’inserto culturale de La Stampa e le sue firme. (Spazio incontri)
h 14.30 Sonia Bergamasco legge “Il Posto” di Annie Ernaux – SALA 500
h 17 Cees Noteboom in dialogo con Ernesto Ferrero (Sala Azzurra)


Gli incontri che ho selezionato sono questi. Mi mangio un po' le mani per non poterci essere il giovedì, per incontrare Camilo Sánchez, l'autore di La vedova Van Gogh, e di non arrivare in tempo il venerdì per assistere a uno degli incontri con Pennac. Ma vabbè.

Non è detto, comunque, che parteciperò a tutti gli incontri che ho segnato. Perché una delle cose belle del Salone e delle fiere del libro in generale è proprio il perdersi tra i libri (ho una lista mentale di cosa vorrei comprare, ma ci devo ancora riflettere su) e tra le persone. E spero davvero di incontrarne tante.
Io avrò la mia solita borsa rampante ed è molto probabile che mi troverete spesso allo stand di NN o ovunque ci siano pupazzi giganti e cose buffe.
Che fate, venite?

venerdì 12 maggio 2017

LA FINE DEI VANDALISMI - Tom Drury

«Dammi la mano» le disse. Lei gliela diede. Le dita di Louise erano forti e calde. «Grazie» disse lui. Rimasero così, con le mani appoggiate sul tavolo.
«Non c'è di che» disse lei.

Immaginate di esservi trasferiti da poco in una cittadina. Non un paese minuscolo, ma della dimensione giusta perché tutti si conoscano tra loro e tutti sappiano, o pensino di sapere, qualcosa di tutti. 
Voi vivete lì da poco e avete appena iniziato ad avventurarvi all'esterno. Magari siete andati a comprare il pane nel negozietto vicino a casa, oppure avete già fatto la vostra prima fila in posta (non importa quanto piccolo sia il paese in cui vivete, la fila in posta la troverete sempre) o, un po’ intimiditi, avete preso parte al vostro primo consiglio comunale. Così, giusto per farvi un’idea di dove siete finiti.
Avete già iniziato a vedere gli altri e gli altri a vedere e farsi domande su di voi, ma non vi siete ancora del tutto integrati. Vi è capitato di sentire conversazioni di cui non siete sicuri di aver capito il senso, perché vi manca un contesto, o aver ascoltato riferimenti a persone che non avete idea di chi siano e, forse, mai l’avrete.
Ma una conversazione origliata qua e una conversazione origliata là, una chiacchierata oggi e una chiacchierata domani e a poco a poco anche voi inizierete a sentirvi parte di quel luogo, conoscendone le persone, magari anche solo di fama; cogliendo le caratteristiche degli abitanti, i conflitti, le simpatie, i pettegolezzi. Arrivando così, in un modo o nell'altro, a conoscere la vita di tutti, a farne parte e, soprattutto, a non volervene più andare.

Leggere le prime pagine di La fine dei vandalismi di Tom Drury, primo volume di una nuova trilogia pubblicata da NN editore con la traduzione di Gianni Pannofino ambientata a Grouse County, è un po’ come uscire di casa per la prima volta dopo che ci si è trasferiti in un posto nuovo e incontrare persone, magari mentre si è in coda a donare il sangue o si sta aspettando il proprio turno per ordinare un hamburger, che parlano tra di loro di cose che non capisci, o che capisci ma ti sembrano assurde e che, soprattutto, nella maggior parte dei casi non avranno un seguito.
 Poi man mano che si procede con la lettura, questi dialoghi a volte un po’ strampalati acquisiscono un senso che riesci a comprendere anche tu e di cui inizi a fare parte. E soprattutto, tutte insieme, queste conversazioni formano una piccola grande storia.

Come quella di Dan e Louise, sceriffo della contea lui e assistente fotografa lei, e della loro storia d’amore.  Sono loro il fulcro attorno a cui ruotano tutto il libro e tutti gli altri personaggi (sessantotto in tutto, tra fugaci apparizioni e ruoli un po’ più incisivi, come lo stesso Drury riepiloga alla fine del romanzo). Una storia d’amore senza troppo clamore, nata dalle ceneri del matrimonio di Louise con Tiny, e che vive senza altrettanto clamore tutte le piccole gioie ma anche le insicurezze e, purtroppo, a volte, le grandi tragedie che caratterizzano l’amore tra due persone.
«Cos’è che stavi scrivendo?» disse Dan mentre uscivano, e lei gli porse un foglietto su cui aveva scritto, quattro volte: dimostrami amore.
«Lo farò» disse lui.
Attorno a loro si sviluppano tante altre storie, più o meno grandi. C’è quella di Tiny, l’ex marito di Louise, che fatica ad accettare la fine del matrimonio, un po’ per orgoglio un po’ per amore, e che inizia a spostarsi, da una cittadina all’altra, da un lavoro strambo all’altro, fino a tornare a Grouse County. C’è quella di Quinn, il neonato trovato da Dan abbandonato in un carrello del supermercato e attorno a cui tutto il paese si stringe. C’è quella di Albert e del suo amore contrastato per Lu Chiang, la studentessa di Taiwan giunta a Grouse County con un programma di studi e ritrovatasi a badare ai polli. C’è quella di Carol e Kenneth Kennedy e dei pesci dello stagno del loro villaggio vacanze. Quella del fotografo Kleeborg, della spogliarellista Marnie e ancora tante, tante piccole altre storie.

Eppure, dopo un momento di smarrimento iniziale, tutte queste storie che si sfiorano e si intrecciano tra loro non generano confusione, ma servono a descrivere forse l’unico vero grande protagonista che nell’elenco dei sessantotto finali non è riportato: Grouse County stessa.

Ho amato moltissimo La fine dei vandalismi. Ho amato la dolcezza e la delicatezza della storia d’amore tra Dan e Louise, certo, che non si perde in troppe sdolcinatezze e smancerie ma è ricca di tanti piccoli gesti che la rendono indimenticabile. Ma ho amato praticamente anche tutti gli altri personaggi, persino quelli all'apparenza più antipatici (per esempio Tiny), e tutti i dialoghi e le situazioni buffe, strampalate e divertenti che si susseguono sulle pagine.
E ho amato, tantissimo, lo stile di Tom Drury. La scelta delle storie da raccontare e dei dettagli da descrivere e la semplicità con cui li ha descritti. Il suo soffermarsi su cose all'apparenza sceme e inutili, che però, messe tutte insieme, alla fine non lo sono, e il suo mettere in bocca a personaggi grandi verità in modo quasi inaspettato. Come quando un amore finisce e uno chiede all’altro:
«Louise?».
«Sì. Che cosa c'è?».
«Non dimenticarti delle cose belle».

Leggere La fine dei vandalismi, anche le pagine più tristi (e ce ne sono, e anche queste sono descritte con una delicatezza che non avevo mai trovato in altri libri), è stato in qualche modo rassicurante. Lo è stato passeggiare per le vie di Grouse County e prendere parte a dialoghi su erba cattiva che non fa bene ai cavalli, ma anche assistere a una riunione del consiglio, preparare le lasagne insieme a Helena Plum, fare il tifo per le elezioni del nuovo sceriffo o chiedersi come sia possibile che dei pesci abbiano scacciato altri pesci e non si riesca più a farli tornare.

Ho letto il libro con un sorriso e l'ho chiuso con un po' di tristezza. Come quella tristezza che provi quando sei arrivato in un posto in cui stai bene, in cui ti sei ambientato, che senti come casa e che devi abbandonare.
Per fortuna a Grouse County Tom Drury ha dedicato una trilogia, perché io non vedo proprio l'ora di tornarci.


TITOLO: La fine dei vandalismi
AUTORE: Tom Drury
TRADUTTORE: Gianni Pannofino
PAGINE: 240
EDITORE: NN editore
ANNO: 2017
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formato cartaceo: La fine dei vandalismi
formato ebook: La fine dei vandalismi

lunedì 8 maggio 2017

DI ME ORMAI NEANCHE TI RICORDI - Luiz Ruffato

Stavolta sono stato più in giro per la città, ho visto qualche amico, ne ho incontrati altri che stanno lavorando anche loro a San Paolo e la sensazione che mi resta è che non tornerò mai più. Questo è molto triste, perché qui non è casa mia. Ma oramai sento che anche lì non è più casa mia. Ossia, da nessuna parte è casa mia. È questo che fa male dentro.

Alla morte della madre, facendo ordine tra i suoi beni per dare il più possibile in beneficenza, Luiz Ruffato trova un pacco di lettere: sono quelle che suo fratello Célio spedì alla donna durante i sette anni che trascorse a San Paolo. Si era trasferito in città dal paese, per andare a lavorare in fabbrica e per cercare fortuna, come in molti facevano all'epoca, sapendo benissimo che difficilmente sarebbero tornati.
Il destino di Célio, però, fu ancora più tragico: morì in un incidente d’auto, proprio mentre stava andando a trovare i genitori.
Una perdita terribile, da cui nessuno è mai riuscito a riprendersi. Un dolore enorme, che la madre conserva fino alla fine, in quelle lettere che Luiz ritrova e che, subito, non ha il coraggio di leggere. Troppa sofferenza, ma anche troppa gelosia nei confronti del fratello che non ha fatto in tempo a conoscere e la cui assenza ha influito sulla sua vita e sul rapporto con sua madre ancor più di quanto avrebbe fatto la sua presenza.
Finché un giorno, finalmente, si decide, scioglie la cordicella che tiene uniti quegli scritti e, attraverso quelle cinquanta lettere, fa un tuffo nel passato: quello della sua famiglia, ma anche quello di tutto il paese.

Di me ormai neanche ti ricordi, pubblicato da laNuovafrontiera con la traduzione di Gian Luigi De Rosa, è la raccolta di quelle lettere. Un romanzo epistolare, accompagnato da un’introduzione che spiega che cosa sono questi scritti e perché finalmente sono tornati alla luce, che si compone di una voce sola. Le risposte che Célio riceve dalla madre, infatti, non ci sono, ma si riescono a intuire, così come si intuisce quanto gli manchino il suo paese e la sua famiglia, ma, al tempo stesso, quanto impossibile gli sia tornare.

A San Paolo Célio lavora in fabbrica, stringe amicizie, trova l’amore e poi lo perde, va a vedere le partite di calcio e pensa al futuro, senza mai dimenticarsi quello che ha lasciato. Da lontano, si preoccupa per la salute del padre, per i suoi fratelli e per tutto quello che è rimasto a casa. Poi si avvicina alle lotte sindacali e coglie i primi segni di una dittatura militare sempre più opprimente. 
C’è tutto il Brasile degli anni ’70 nelle sue parole, di cui fornisce un ritratto quasi inconsapevole raccontando semplicemente la sua quotidianità.

Di me ormai neanche ti ricordi è un libro malinconico: non solo per il suo finale tragico, ma per tutto il senso di tristezza e solitudine che traspare dalle lettere di Célio e per quello che invade Luiz Ruffato stesso, che sente i ricordi farsi sempre più sbiaditi ma che non vuole cedere al passare inesorabile del tempo.
Non ricordo volti, vestiti, situazioni, nulla, ricordo solo voci che riecheggiano sospese in un universo  senza orologi e senza età. Nella fotografia in cui siamo insieme, però, il tempo è presente: i tuoi occhi guardano il fotografo e quel che vediamo è l’immagine di qualcuno che sembrava sapere che non sarebbe cambiato mai.
E questo libro altro non è che uno strumento, struggente e bellissimo, per non dimenticare.

TITOLO: Di me ormai neanche ti ricordi
AUTORE: Luiz Ruffato
TRADUTTORE: Gian Luigi De Rosa
PAGINE: 136
EDITORE: laNuovafrontiera
ANNO: 2014
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Di me ormai neanche ti ricordi

mercoledì 3 maggio 2017

DIECIMILA. Autobiografia di un libro - Andrea Kerbaker

Il 5 aprile ha fatto il suo ingresso nella mia collezione il volume numero 10.000. Nell'occasione, uno di loro ha chiesto la parola; voleva rievocare la sua ultima sosta in una libreria. Questa è la storia che ha raccontato.

Quando mi viene chiesto come mai i libri mi piacciano così tanto, una delle risposte che mi ritrovo a dare più di frequente è “per le storie che raccontano”.
Non solo quella o quelle che contengono, ma anche tutte quelle che fanno da contorno. La storia dell’autore che l’ha scritto, per esempio. La storia della sua pubblicazione, di chi ci ha lavorato oltre all’autore, di chi con il furgone l’ha portato in libreria, del libraio che l’ha messo sui suoi scaffali e poi, ovviamente, quella di ogni singolo lettore che lo legge.
Tutte queste storie, tutte queste vite gravitano attorno a ogni singolo libro che esce in commercio. A volte in modo più profondo e marcato, altre solo in un fugace passaggio.

Questo processo si amplifica con i libri usati. Un libro usato racconta la storia che contiene ma anche quella di tutte le mani che lo hanno sfiorato nel corso, a volte, di tanti, tantissimi anni. Ed è proprio partendo da questa idea che Andrea Kerbaker, uno dei più grandi bibliofili italiani, ha scritto Diecimila. Autobiografia di un libro, da poco ripubblicato da Interlinea edizioni.

Con l’ingresso nella sua collezione del volume numero 10.000, Andrea Kerbaker ha voluto dare voce a uno dei suoi libri, perché raccontasse la sua storia, prima di approdare nei suoi scaffali.
E così, questo libro di cui non si dice mai il titolo racconta della sua ultima esperienza nella libreria antiquaria che temeva sarebbe stata la sua ultima spiaggia. La libraia che l’ha acquistato, infatti, ha dato a lui e ad altri suoi compagni di scaffale un ultimatum di un mese, scaduto il quale sarebbero stati destinati al macero. Il libro è un po’ preoccupato, ma cerca di non darlo troppo a vedere, mettendosi a raccontare la storia dei suoi proprietari passati per attirarne uno nuovo. Sarebbe il suo Numero Quattro e vorrebbe tanto che fosse una donna. Perché, dopo l’emozione di essere sfogliato dalla moglie del suo Numero Uno, le sue pagine non sono mai più state accarezzate da una mano femminile. 

Attraverso il suo racconto, che abbraccia quasi un secolo, di cui è spettatore delle evoluzioni culturali e sociali tramite tre tipologie di proprietari e lettori diversi, scopriamo quali sono le emozioni che i libri provano: soffrono, per esempio, se le loro sovracoperte vengono danneggiate o scompaiono nel tempo (e ancora di più se succede qualcosa alle loro pagine!):

La mia sovracoperta era a brandelli, da medicare con nastro adesivo. Ci deve aver pensato, probabilmente: ho visto che la considerava con un certo riguardo. Dieci secondi, forse; poi ha scosso la testa con un sospiro e l’ha buttata nel cestino di vimini. So che è la fine che attende quasi tutte; per la mia era troppo presto, e in ogni caso è stata una fitta lacerante. Nessuno mi ha mai strappato una pagina, per fortuna; suppongo si provi un dolore analogo: una puntura forte che non lascia intatta neppure una fibra della carta. Di colpo mi sono sentito anziano e infinitamente meno attraente; una sensazione che non mi ha mai abbandonato.

Scopriamo che i libri, quando sono sulle mensole delle librerie, tra di loro si parlano, si raccontano le proprie storie e cercano un po’ di consolarsi quando le cose non vanno tanto bene. E tutti hanno paura di quel triste destino che è l’essere dimenticati. O peggio, trasformati in una scatola da imballaggio.
Dopo, riciclo. Per divenire, magari, cartone da imballaggio, con l’immagine del bicchiere e le scritte This side up; oppure una scatola di aspirina; o di dentifricio. Forse questo è il destino peggiore: trasformato in un parallelepipedo leggero e sostanzialmente inutile, affollato di indicazioni paramediche che nessuno legge mai, neppure per errore. Comprato in un supermercato e sbattuto in un carrello tra formaggio e insalata; appena a casa, gettato in un cestino insieme ai fazzoletti sporchi. Il sacco nero della spazzatura; l’inceneritore o la discarica. Capolinea. Voi non ci crederete, ma qui giace un romanzo a suo tempo di una certa fama.

Per fortuna esiste chi riconosce il valore di certi libri e, proprio come Andrea Kerbaker, li salva.

Diecimila. Autobiografia di un libro è una piccola perla, che ogni amante dei libri (soprattutto di quelli usati, ma anche di quelli nuovi) dovrebbe leggere e conservare nella sua libreria. 
A me ha fatto molto sorridere, anche perché io da sempre immagino i miei libri che parlano tra di loro quando io non li vedo e che magari mi maledicono per averli messi vicino a qualcuno con cui non vanno d’accordo. E leggere il racconto in prima persona di questo libro mi ha anche un pochino commossa: perché lui, alla fine, è stato salvato (il libro protagonista, ma anche Diecimila stesso, pubblicato nel corso degli anni da tre editori diversi: All'insegna del Pesce d'oro di Vanni Scheiwiller, Frassinelli e ora da Interlinea) ma molti altri di altrettanto valore invece no: giacciono dimenticati da qualche parte o sono stati trasformarti in scatola di dentifricio.

E adesso sicuramente farò ancor più attenzione alle sovracoperte e, soprattutto, a tutti i sentimenti che i miei libri possono provare.


TITOLO: Diecimila. Autobiografia di un libro
AUTORE: Andrea Kerbaker
PAGINE: 76
EDITORE: Interlinea edizioni
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON

sabato 29 aprile 2017

IL CORPO CHE VUOI - Alexandra Kleeman

Questa è la felicità, penso mentre l’aria condizionata ronza dietro di me come un gigantesco insetto. Mi formicola la faccia o forse è solo un lato che si è addormentato. Pensavo che la felicità fosse più calda, più accogliente, più avvolgente. Più eccitante, come le cose che accadono in televisione a chi fa televisione, e non questo tepore vagamente consolatorio che provo mentre le guardo accadere.



Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman, tradotto da Sara Reggiani, è il primo romanzo pubblicato da edizioni Black Coffee, una nuova casa editrice dedicata alla narrativa nordamericana contemporanea, dalla grafica bellissima (a opera di Raffaele Anello).

Protagonista e voce narrante è A, una ragazza che vive in un’anonima cittadina americana insieme alla sua coinquilina, B, che nei suoi confronti ha una certa attenzione morbosa. B vorrebbe essere come A e in tutto e per tutto cerca di imitarla. 
A è fidanzata con C, un ragazzo che ama o forse no, ma di cui sente la mancanza quando non c’è. Poi, le piacciono molto le Kandy Kake, le arance, le pubblicità in tv e spiare dalla finestra i suoi vicini, usciti di casa un giorno con delle lenzuola in testa e da allora mai più tornati.
La vita di A è un po’ monotona: guarda la tv insieme a C e ogni tanto ci fa l’amore; fugge dalle attenzioni di B, senza però mai riuscirci del tutto; e va al supermercato Wally, a comprare Kandy Kake e, ogni tanto, a nascondersi, in mezzo alla pace degli scaffali e agli addetti, istruiti per non rispondere mai direttamente alle domande dei clienti.
Ed è proprio in un Wally, quello in cui si è recata disperata dopo giorni di silenzio da parte di C a causa di una litigata, che la sua vita cambia all’improvviso. 
Vorrei confidare a quel Wally cosa provo. Vorrei illustrargli un’idea che mi è venuta nei pomeriggi trascorsi  ad aspettare e sudare davanti all’appartamento di C. In questa pubblicità sto vagando in un ambiente umido e lucido che presto riconosco essere un corpo, anche se non so in quale punto del corpo mi trovo. Mi manca ancora C e so che lì non lo troverò. Lo so, eppure non riesco a smettere di cercarlo.
È in un Wally, grazie a un addetto un po’ più affabile degli altri, che scopre che, forse, l’unico modo che ha per stare bene con se stessa è annullarsi completamente: cancellare il suo passato, i suoi ricordi, diventare una cosa sola con il resto del mondo, lasciare che siano altri a decidere per lei e, chissà, magari riuscire finalmente a stare bene.
Ma non è facile per A cancellare completamente una vita e accettare quello che altri le mettono davanti, senza mai porsi domande, senza mai interrogarsi su chi sia e che cosa voglia veramente e, soprattutto, senza ribellarsi.

Non so davvero come fare a parlarvi di Il corpo che vuoi perché, ancora adesso, dopo giorni da quando l’ho chiuso, non sono sicura di aver capito veramente che cosa ho letto. 
Odio quando succede. Quando in un libro e in un’autrice riconosco perfettamente l’abilità stilistica (questo, tra l’altro, è il primo romanzo di Alexandra Kleeman), ma non riesco a cogliere del tutto il senso della storia.

Ho faticato, e tanto anche, ad arrivare alla fine di questo libro. Fino a metà romanzo non credevo sarebbe successo, perché la storia di A, del suo rapporto con B e con C, ma anche della sua ossessione per le arance, per le Kandy Kake e per il suo corpo, mi aveva conquistata. Certo, a volte avrei voluto scuotere un po’ tutti i protagonisti, per smuoverli da questo loro torpore.
A un certo punto, però, mi sono completamente arenata. La lettura è diventata difficoltosa e, spesso, mi sono dovuta sforzare per continuare (non amo abbandonare i libri, a meno che non siano oggettivamente brutti… e Il corpo che vuoi non lo è minimamente) e arrivare alla fine.

E mi dispiace molto, perché alcuni punti mi sono piaciuti e ci ho trovato delle citazioni bellissime. Ma credo che non sia il libro per me. Che voglia dire qualcosa che io, nel mio piccolo, non sono in grado di cogliere e apprezzare. 
Magari rileggendolo più avanti, questa sensazione cambierà e tutto quel che mi è oscuro di questo libro, in qualche modo, si rivelerà.


TITOLO: Il corpo che vuoi
AUTORE: Alexandra Kleeman
TRADUTTORE: Sara Reggiani
PAGINE: 301
EDITORE: Black Coffee
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo:Il corpo che vuoi

giovedì 20 aprile 2017

RAGIONE & SENTIMENTO - Stefania Bertola

«Cercate di capire bene una cosa, ragazze. Siamo... -  Eleonora sta per dire povere, ma alla vista di quelle tre facce spaventate decide che con un poco di zucchero la pillola andrà giù meglio. - ... Siamo pronte per una nuova vita».


I romanzi di Stefania Bertola, per me, sono delle pillole di buon umore. Sono quei libri che dovresti leggere quando sei un po’ giù di morale, senza magari un motivo specifico, e hai bisogno di qualcosa di leggero, che ti distragga, ti coinvolga e ti diverta. Si possono leggere anche quando si sta bene e si è di buon umore, per carità, ma secondo me raggiungono davvero il loro scopo in stati d’animo non proprio positivi.
Li ho letti tutti, da quando venivano pubblicato con Salani e Tea fino al passaggio a Einaudi, in cui, come ho più volte ribadito, hanno perso un po’ di bellezza nelle copertine. E tutti, in modo più o meno marcato, più o meno memorabile, mi hanno trasmesso una sensazione di buonumore, di speranza, di consapevolezza di non essere sola in certe mie assurdità e in certi miei patemi.

Lo stesso è successo con Ragione & Sentimento, uscito a gennaio per Einaudi, sebbene all'inizio fossi un po’ bloccata, rispetto ai romanzi precedenti dal fatto che si tratta di una sorta di rivisitazione contemporanea della quasi omonima (la differenza sta nella &) opera di Jane Austen.
Non sono una grande fan della Austen. Ho letto Orgoglio e pregiudizio e mi è bastato (e questo mi impedisce anche di comprendere tutto il clamore da groupie che accompagna da sempre la scrittrice… mio grosso limite, mi rendo conto), e temevo che, non conoscendo l’originale, non mi sarei ritrovata nemmeno nel romanzo della Bertola. Ma non è stato così.

Alla morte dell’avvocato penalista Gianandrea Cerrato, la moglie Maria Cristina e le tre figlie, Eleonora, Marianna e Margherita, si ritrovano all’improvviso senza soldi e senza casa. Perché sì, oltre a essere bravo nello svolgere la professione penale, l’avvocato Cerrato era anche molto portato all’accumulare debiti e a scrivere testamenti sfavorevoli nei confronti di moglie e figlie, lasciandole, con la sua morte, in mezzo a una strada.
Eleonora, figlia maggiore, meno portata al melodramma nonché unica con uno stipendio fisso, prende in mano la situazione e, grazie a uno strampalato cugino, trova una casa per madre e sorelle in centro a Torino. Piano piano, tutte riprendono a vivere la loro vita: Maria Cristina smette di piangere e riprende un po’ di vita mondana; Eleonora inizia una specie di relazione con un uomo dal trascorso (e presente) amoroso alquanto singolare, che la tiene un bel po’ sulle spine e la fa piangere più di quanto è mai stata solita fare; Marianna, da fedele adepta della Turris Eburnea, compie il Sommo Spreco, concedendosi all'uomo sbagliato, e dando vita a un enorme melodramma che avrebbe reso orgoglioso Shakespeare; e Margherita, la più giovane, è combattuta tra l’amore di due uomini che, pur essendo uno lontano e l’altro morto, le fanno comunque battere il cuore.

I lettori dei romanzi della Bertola, già dall'intricato riassunto della trama riconosceranno perfettamente lo stile. In Ragione & Sentimento ci sono storie assurde, intrecci intrecciatissimi, personaggi strampalati, grandi verità che vengono fuori nei momenti meno opportuni ed eroine fragili e a volte un po’ impaturniate, che non si fanno alcun problema a confondere ragione e sentimento, a mischiarli, a usare un po’ l’uno e un po’ l’altro. Perché, sì, l’amore è proprio così, un caos di emozioni e di gite all'Ikea.

Oggi, per lei, è il Giorno della Festa a Palazzo. Quello che per Cenerentola è l'Invito al Ballo del principe, per Anna è stata la proposta di Jimmy di andare insieme all'Ikea. Per adesso lui deve semplicemente comprarsi una scarpiera più grande, in cui riporre l'eccedenza di scarpe da ballerino che funesta il suo minialloggio, ma tutte le ragazze lo sanno, che se un uomo ti propone di andare all'Ikea insieme vuol dire che fa sul serio.

Il non aver letto Ragione e Sentimento di Jane Austen non ha pregiudicato in nessun modo la mia lettura. Mi ha impedito sicuramente di capire se come rivisitazione funziona e mi ha fatto perdere qualche strizzatina d’occhio che la scrittrice torinese fa all’opera austeniana. Però, a parte questo, Ragione & Sentimento è un romanzo che funziona a prescindere e in cui, come si diceva già prima, si ritrovano tutti gli elementi che, da quando ho letto per la prima volta Biscotti e sospetti parecchi anni fa, mi fanno adorare questa autrice.

Qui mi sembra di averla ritrovata, dopo l’entusiasmo un pochino scemato per i suoi ultimi romanzi (Ragazze Mancine, che ho trovato carino, ma non ai livelli dei primi, per esempio), e mi sono , davvero, davvero divertita.



Titolo: Ragione & Sentimento
Autrice: Stefania Bertola
Pagine: 224
Anno: 2017
Editore: Einaudi
Prezzo di copertina: 17,50 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Ragione & sentimento

martedì 18 aprile 2017

TEMPO DI LIBRI: chi, cosa, quando, dove e perché

Finalmente ci siamo. Dopo mesi di polemiche, botta e risposta, programmi e ospiti annunciati e "ma tu a quale fiera vai?", domani inizia Tempo di libri, la nuova fiera dell'editoria italiana da molti vista come la "versione milanese" del Salone del libro di Torino, che occuperà il padiglione 2 e il padiglione 4 di Fiera Milano Rho fino a domenica 23.



Della lunga diatriba tra le due fiere, o almeno dei momenti caldi iniziali, avevo racconto in un post uscito su Ultima pagina a ottobre del 2016. Da allora il conflitto tra le due fiere è rimasto, anche se con toni molto meno accessi. Lo scontro si è spostato sui numeri: dai costi degli stand a quello dei biglietti di ingresso, dal numero di editori presenti a quello degli ospiti e dei grandi nomi (che è sfociato, lasciatemelo dire, in un triste gioco a "chi ce l'ha più lungo" che, secondo me, in un paese in cui i lettori sono sempre meno serve a poco...).

Un po' per lavoro, un po' per pura e semplice curiosità, ho deciso di partecipare a entrambi (sono troppo fuori dalle dinamiche dietro a queste fiere per schierarmi apertamente a favore o contro l'una o l'altra).
E quindi, dopo aver spulciato attentamente il ricco programma, ho deciso che, salvo imprevisti, sarò a Tempo di libri sabato 22 e domenica 23. 
Come per tutte le fiere, ho fatto una piccola selezione degli incontri per me più interessanti e a cui cercherò di partecipare.
Quali? Questi:


SABATO 22

h 10.30 Matematica e libertà: Marco Malvadi e Chiara Valerio - SALA GOTHAM (pad.2)
h 11.30 Storie di successo dopo il decesso: Benedizione di Kent Haruf  - SALA GEORGIA (pad 4)
h 11.30 (nel caso riuscissi entro sabato a sviluppare il dono dell'ubiquità) Gran Tour del Lago di Como: Incontro con Andrea Vitali - SALA ARIEL (Pad.4 )
h 12.30 Datemi un triciclo: Filippo Timi legge Shining - SALA VERDANA (pad 2).
h 14.30 Sono i cavalieri dello zodiaco: incontro con Zerocalcare - SALA VERDANA (pad. 2)
h 18.30 Trainspotting 2: incontro con Irvine Welsh - SALA TAHOMA (pad. 4)

DOMENICA 23

h 12.30 Di sedie rosse e altre storie: incontro con Edna O'Brien - SALA GOTHAM (pad 2)
h 13.30 Cento giri d'Italia: incontro con Fabio Genovesi e Maurizio Maggiani - SALA OPTIMA (pad. 4)
h 14.30 Avventure in famiglia: incontro con Matteo Bussola - SALA GOTHIC (pad. 4)
h 16.30 Mio, tuo, vostro: incontro con David Grossman - SALA VERDANA (pad 2)
h 17.30 Il più grande scrittore americano che non avete mai sentito nominare: incontro con Tom Drury - SALA COURIER (pad 2)

Oltre a questi, ovviamente, ci sono molti, moltissimi altri incontri (sia all'interno della fiera, sia la sera in centro a Milano), ma ho selezionato solo quelli che per interesse (e orari, che raggiungere Rho, ahimè, è un pochino scomodo) mi incuriosiscono di più.

Non ho invece preparato un elenco dei libri da comprare... perché ne ho tantissimi in arretrato da leggere e cercherò di non acquistare nulla (ahahahahahahahahahahahah.)

Voi ci sarete? Avete già deciso a quali incontri partecipare? Io avrò la mia solita borsa rampante... se mi vedete, fatevi riconoscere!

giovedì 13 aprile 2017

STRATEGIA DELL'ADDIO - Elena Mearini

Eppure,
anche questa è un’opera buona.
Accompagnare con gli occhi una foglia che cade
Per non lasciarla
Sola a morire.

Come di recente mi è già capitato di dire più volte, non sono una grande lettrice di poesia contemporanea. Non lo sono mai stata, in realtà, se non a scuola e all’università. Principalmente per paura di non comprendere il vero significato di quello che trovo scritto sulla pagina. Di non comprendere le emozioni di chi le ha scritte. Però, ogni tanto, a leggere qualche poesia ci provo, a volte senza effettivamente capire del tutto quello che mi viene detto, altre, invece, immergendomici completamente.

È quello che è successo con Strategia dell'addio di Elena Mearini, da poco pubblicato da LiberAria editrice, con le illustrazioni di Clara Patella ad accompagnare la lettura.
Strategia dell'addio è una raccolta di poesie, suddivisa in quattro parti, che racconta la storia  e l’evoluzione di un amore infelice, che inizia, si perde, finisce, fa soffrire e da cui, poi, in qualche modo, con fatica, ci si riprende. 

Ci sono amori che cadono
E poi restano addosso,
come capelli su un maglione.
Devi staccarli con le dita,
la mattina quando ti pettini.
Perché loro da soli
Non se ne vanno via.

Dolcezza e dolore, ci sono in queste poesie. Forza e fragilità. Ricordi e nostalgia del passato, ma anche tempo presente. Virgole che diventano punti e segnano un a capo, una fine, e un nuovo inizio. Proprio come succede quando gli amori finiscono e si cerca di capire che cosa fare adesso. 

Ho misurato in grammi le mancanze,
il mio peso era un catalogo generale
di cose perdute e mai avute.
Chili di carta
Da macerare fino all’osso,
per poi
dall’osso ripartire.
Non so dire esattamente perché queste poesie mi siano piaciute così tanto. Forse per la bravura di Elena Mearini a cogliere dettagli, istanti, flash della quotidianità di chi si sta dicendo addio o forse per una qualche comunanza di esperienze, perché in ogni poesia, in ogni immagine presente in questi versi ci ho rivisto un qualcosa di mio, un qualcosa che ho passato, che ho vissuto, e in cui si ritrova chiunque abbia provato l’evoluzione di un amore e si sia trovato a dover cercare la sua Strategia dell’addio per ripartire.
Quanto ci metti a sbocciare?
Ho finito le scorte di primavere,
non ti posso più aspettare.
Devo passare all'inverno
per sopravvivere.

Titolo: Strategia dell'addio
Autore: Elena Mearini
Pagine: 165
Editore: LiberAria
Anno: 2017
Prezzo: 10 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo:Strategia dell'addio

martedì 11 aprile 2017

BELLISSIMO - Massimo Cuomo

Allora Santiago prende coraggio, si avvicina finalmente alla madre. Al fratello. Arriva sul bordo del letto incollando passi brevi, appoggia le mani sul lenzuolo, annusa l'odore della pelle di Miguel che, gli sembra, profuma di biscotti.
«Che ne pensi?» gli chiede la donna sottovoce.
Santiago ha pensieri raggomitolati che non sa sbrogliare.
«Che è bellissimo» ripete in automatico.
Maria Serrano lo fissa da vicino e arriva lontano dentro di lui.
«Lo sei anche tu» gli dice, piano, in un orecchio.


Quando un romanzo che ho letto mi è piaciuto molto, tendo a trasformarmi in una specie di fanatica. Ne parlo con tutti, lo consiglio, lo presto, lo regalo, mi arrabbio se qualcuno mi dice che invece no, non gli è piaciuto, e approfitto di ogni occasione, anche a distanza di tempo, per citarlo di nuovo. Questo fenomeno si amplifica ulteriormente se il libro in questione ha assunto un significato ancor più profondo nella mia vita, influenzando non solo la lettrice ma anche la persona.

Un esempio di tutto questo è Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo. L’ho comprato, attirata dalla bellissima copertina. L’ho letto e me ne sono innamorata. L’ho prestato, consigliato e, una volta, anche regalato. A una persona speciale, che stava entrando a far parte della mia vita per stravolgermela completamente. Non dico che sia merito del libro, però un pochino forse anche sì.
Solitamente, dopo tutto questo percorso da fanatica, succede che di quell'autore esce un nuovo romanzo. Che ti attira, perché se è come l’altro sarà un grande libro, e al tempo stesso un po’ ti spaventa, perché se non è come l’altro che succede?

È con questo stato d’animo contradditorio che mi sono approcciata a Bellissimo, il nuovo romanzo di Massimo Cuomo uscito il 6 aprile per edizioni e/o. Curiosità e paura. Voglia incredibile di leggerlo, ma anche ansia da “oddio, e se poi non mi piace?”.
Ansia che già con la copertina, un’illustrazione di Alessandro Gottardo, un po’ si è dissipata. Per poi sparire completamente durante la lettura.

Bellissimo è ambiento a Mérida, un paesino del Messico, e racconta la storia di due fratelli, Santiago e Miguel. Quest’ultimo, fin dal momento in cui è nato, è bellissimo. Di una bellezza quasi divina, che fa impallidire chiunque lo circondi e che, soprattutto, genera una sorta di culto in tutta la città, alimentata dal padre, Vicente Moya. Santiago, il fratello maggiore che bellissimo invece non è, subisce fin dal suo arrivo la bellezza del fratello e le attenzioni che tutti sempre gli rivolgono, generando una contrapposizione evidente e, soprattutto, un rapporto di odio e amore che sembra destinato a durare tutta la vita, o almeno finché entrambi, da adulti, non riusciranno a trovare la loro strada.
Si chiede Santiago in quei momenti se è lui che non ha avuto il coraggio sufficiente per pretendere concessioni che pensava impensabili. Se gli sia mancato, in particolare, il coraggio di immaginarsi a salire sul primo autobus per andare a vedere cosa accade là fuori. Si risponde allo stesso modo ogni volta: che magari è proprio l'amore che gli è mancato più di tutto e che dunque, forse, l'amore esiste ed è la forza con cui fare cose straordinarie in modo semplice.
Bellissimo è un libro bellissimo, se mi passate questo gioco di parole forse un po’ banale (e anche rischioso, se il romanzo bellissimo non fosse stato).  È bellissima la descrizione del rapporto tra Santiago e Miguel, due fratelli che sembrano una dicotomia, per aspetto fisico, carattere e voglia di vivere, ma che in realtà, con le loro differenze, si completano a vicenda, e non possono vivere l’uno senza l’altro.
E Massimo Cuomo è stato bravo a cambiare drasticamente ambientazione, a spostarsi dalla profonda provincia veneta al Messico, riuscendo a rimanere perfettamente credibile, al punto che se leggeste il libro senza sapere chi sia l’autore, non pensereste che in realtà sia italiano. C’è il realismo magico tipico del romanzo sudamericano di un tempo, ci sono i personaggi un po’ bislacchi (Hermenegildo Serrano con il suo mangianastri e la sua passione per Jarabe Tapatío è il mio preferito in assoluto) e quelle situazioni surreali che in un romanzo ambientato in Sud America diventano credibili e magiche e, appunto, bellissime.
«E adesso?» dice Soledad Sanchez aggiustandosi gli occhiali sul naso:Santiago ha il coraggio irrazionale degli innamorati.
«Si potrebbe ballare» dice piuttosto serio.Soledad Sanchez lo fissa stupita.
«Tu sai ballare?» chiede poi.
«No, ma che ci vuole?».
«E la musica?» insiste Soledad.
 Santiago sorride, porta le mani dietro la schiena nella tipica postura della danza di corteggiamento che ha visto ballare nelle sagre. E poi intona il ritmo della canzone che nonno Hermenegildo gli ha fatto ascoltare nelle notti d’infanzia per farlo addormentare, ogni minuto di ogni ora di ogni giorno, incidendogli quel ritmo nella testa. Però è dal cuore, dal sangue, che sale l’impulso che sposta le gambe, coordina i movimenti di Santiago con la grazia di chi la musica ce l’aveva dentro e non lo sapeva.
Ci sono passione e amore, in questo libro. Amore fraterno e amore materno. Amore per la lettura, amore per l’amore e amore per la vita, oltre a quello per la scrittura che traspare dallo stile di Massimo Cuomo.
Ammetto di essermi commossa più volte. Di essermi ritrovata in molti passaggi, in molte parole, in molti pensieri. Al punto (attenzione, ecco di nuovo il fanatismo per l’autore) da chiedermi come sia possibile che uno scrittore che non mi conosce e che io non conosco riesca a parlare così tanto di me e a farmi emozionare così tanto.
Succede solo con un libro bello, in effetti. Anzi, Bellissimo.


Titolo: Bellissimo
Autore: Massimo Cuomo
Pagine: 264
Editore: e/o
Anno: 2017
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Bellissimo
formato ebook: Bellissimo

lunedì 10 aprile 2017

NON È IL MIO GENERE! E invece (forse) sì! - Biografie, autobiografie, romanzi storici

Sabato 8 aprile si è tenuto un nuovo appuntamento di "Non è il mio genere!... e invece forse sì!", il ciclo di appuntamenti organizzato da me, da Il giro del mondo attraverso i libri e da Stefania della Libreria Sulla Parola, che, come sempre, ci ha anche gentilmente ospitate.

Protagonisti questa volta sono stati biografie, autobiografie e romanzi storici. Tre generi il cui confine a volte è molto labile, se non completamente annullato, e che hanno portato a consigli particolari e interessanti.
Come sempre, grazie a tutti i partecipanti, fisici e virtuali, per tutti i suggerimenti inviati!




BIOGRAFIA/AUTOBIOGRAFIA

OPEN, biografia di Agassi (Einaudi)
L’ULTIMA LEZIONE di Randy Pausch (Rizzoli)
PER QUESTO MI CHIAMO GIOVANNI di Luigi Garlando (BUR)
UN UOMO di Oriana Fallaci (BUR)
SANTA EVITA di Tómas Eloy Martínez, Santa Evita (SUR)
LA TERRAZZA PROIBITA di Fatima Mernissi (GIUNTI)
LIFE, di Keith Richards (FELTRINELLI)
LA SIGNORA DEGLI ABISSI, Silvya Earle si racconta – Chiara Carminati (editoriale Scienza)
SE QUESTO È UN UOMO di Primo Levi (Einaudi)
IL SISTEMA PERIODICO di (Primo Levi (Einaudi)
LA RIVINCITA DI CAPABLANCA di Fabio Stassi (minimum fax)
IL TRAMONTO BIRMANO di Inge Sargent (ADD editore)
UNA VITA CINESE di Li Kunw (ADD editore)

ROMANZO STORICO

Trilogia Alexander di Valerio Massimo Manfredi. (Mondadori)
IL LIBRO DI MIO PADRE di Urs Widmer (Keller)
L’UOMO AMATO DA MIA MADRE di Urs Widmer (Bompiani)
LE OSSERVAZIONI di Jane Harrys, (BEAT)
GLI ARUSPICI DEL REICH di Marco Antoniol  (Imprimatur)
Tutti i romanzi storici di C.J. Samson
LA SAGA DEI CAZALET di Elizabeth Jane Howard (Fazi editore)
TRE UOMINI IN BARCA di Jerome K. Jerome (Feltrinelli)
L’ARMATA DEI SONNAMBULI di Wu Ming (Einaudi)
NON LUOGO A PROCEDERE di Claudio Magris (Garzanti)
IL RE DELL’UVETTA di Fredrik Sjöberg (Iperborea)
CIGNI SELVATICI di Jung Chang (TEA)


E ora la nota triste. L'ultimo incontro non ci sarà. O forse sì, dobbiamo ancora capire come organizzarci... ma di sicuro non sarà più nella arancionissima e bellissima libreria Sulla parola che, lo dico con profonda tristezza, sta chiudendo. Mi e vi risparmio tutta la retorica delle librerie che chiudono, della crisi, della gente che non legge, perché la conosciamo già tutti e sappiamo quanto sia tristemente vera. Vorrei, invece, ringraziare ancora una volta Stefania che, quel giorno del 2015 quando all'improvviso le sono piombata in libreria per raccontarle del progetto che io e Claudia avevamo in mente e le ho chiesto se volesse ospitarci, pur senza quasi conoscerci, ci ha accolto con entusiasmo, dando una casa alla nostra idea.
Da allora è passato un anno e mezzo, abbiamo iniziato e portato a termine due progetti, Una valigia di libri e Non è il mio genere!... e invece (forse) sì!, abbiamo parlato di libri (e di cibo, e di mille altre cose), abbiamo riso, scherzato e, a volte, ci siamo anche un po' infervorati, e abbiamo conosciuto persone bellissime. Perché, sì, i libri e le piccole librerie di provincia, che dovremmo tutti cercare di salvaguardare il più possibile, ti permettono anche questo.
O almeno, la libreria Sulla parola l'ha fatto ed è stato bellissimo.

venerdì 7 aprile 2017

Eura, Sylvia e le altre bambine ribelli... che popolano da sempre la narrativa per ragazzi

Non sono una grande lettrice di libri per bambini e ragazzi. Lo sono stata, in passato, ai tempi delle elementari e delle medie, e ogni tanto anche più tardi ho fatto qualche piccolo salto nel tempo per tornare bambina. Ma, non leggendone poi così spesso e non avendo ancora figli, non posso certo considerarmi un’esperta e quindi, più che a critica ragionata, vado a emozioni e sensazioni.

Nell’ultimo mese, sta andando molto di moda un libro, Storie della buonanotte per bambine ribelli di Francesca Cavallo ed Elena Favilli, edito da Mondadori, che racconta le storie di alcune grandi donne della storia mondiale e dei traguardi che, con l’impegno, sono riuscite a raggiungere. L’obiettivo, in linea di principio lodevole, era quello di far capire alle bambine e ai bambini di oggi che non bisogna per forza sognare il principe azzurro ma che si possono e si devono avere anche altre aspirazioni nella vita, oltre a quelle raccontate nelle tradizionali fiabe. È stato presentato come un libro innovativo, qualcosa che “mancava” nella narrativa per ragazzi, un’enorme lacuna da colmare in cui in molti si sono buttati a capofitto. E qui sta, secondo me, uno dei grandi errori di questo libro (sì, secondo me ce ne sono diversi: una bambina e/o un bambino ha tutto il diritto di sognare di fare la principessa, se vuole, senza sentirsi dire che sta sognando la cosa sbagliata o senza che i genitori si debbano sentire dei cattivi genitori misogini).

Di libri che parlano di bambine che non necessariamente sognano di fare le principesse, o che lo sognano magari a modo loro, ne esistono tantissimi, da sempre, nella narrativa per ragazzi (mi ricordo che da adolescente uno dei miei libri preferiti era Sulle tracce del tesoro scomparso di Bianca Pitzorno, in cui la protagonista si improvvisava archeologa). Forse non hanno avuto la stessa risonanza di questo fenomeno, ma esistono, vengono letti e, soprattutto, sono davvero bellissimi.
A me nelle ultime settimane è capitato di leggerne due, uno scritto da un uomo e uno da una donna.


Il primo si intitola Eura e la maschera veneziana, scritto da Alessandro Bresolin, illustrato da Tiziana Longo e pubblicato dalla collana ragazzi della casa editrice Mesogea.
Un libricino ambientato a Venezia, che ha come protagonista Eura, una bambina in gita in città con il padre Diego. Da quando ha litigato con la madre, l’uomo non riesce a vedere tanto spesso la figlia e vuole che questa loro piccola vacanza sia speciale. Eura, infatti, ha un sogno: inventarsi una maschera e colorarla tutta da sola, e il padre è disposto a tutto pur di esaudire questo desiderio. 
I due giungono in un’antica bottega nascosta in una calle veneziana. Qui Eura può scegliere una maschera e colorarla come più le piace. Eura ne nota una molto particolare, appesa al muro da tanti anni. La proprietaria della bottega, però, le dice di sceglierne un’altra, perché quella è speciale e nessuno la può toccare. Ma quando la donna si addormenta, Eura decide di disubbidire. Prende la maschera, la colora… e si ritrova catapultata in un altro mondo, in un’altra Venezia: è il mondo della Commedia, ora in balia del tirannico Leone Panta che l’ha rivoluzionata a suo piacimento. Toccherà a Eura aiutare Arlecchino, Colombina e tutte le altre maschere a liberarsi del temibile Panta, per poter poi tornare a casa.


Un libro bellissimo, vi dicevo, anche per chi, come me, non è veneziano e di commedia ha solo qualche vecchia reminiscenza di quando se ne parlava a scuola. Mi è piaciuta moltissimo la trama (l’idea di questa bambina, ribelle sì, che combina un guaio ma che con il suo guaio riesce a risolverne un altro) e mi è piaciuto moltissimo lo stile di Alessandro Bresolin (di cui avevo letto Gesti convulsi, edito da Spartaco Edizioni, un romanzo per adulti) che si adatta perfettamente a un pubblico ragazzo ma è in grado di conquistare anche “i grandi”. E poi be’, le illustrazioni di Tiziana Longo sono formidabili.

Altrettanto bello è La signora degli abissi, Sylvia Earle si racconta, scritto da Chiara Carminati e accompagnato dalle illustrazioni di Mariachiara Di Giorgio, pubblicato da editoriale Scienza nella collana Donne nella scienza. Una collana, questa, dedicata al racconto della vita di donne che, inseguendo un proprio sogno, hanno dato un grande contributo alla scienza.


Sylvia Earle, per esempio, fin da bambina è una grande amante del mare. Un amore, questo, che la porta alla sua prima immersione con le bombole e poi a decidere di diventare una biologa marina e dedicare tutta la sua vita alle ricerche in quella grande massa d’acqua inesplorata.
Ha dovuto faticare un po’ di più rispetto alle sue controparti maschili, visti anche gli anni in cui ha compiuto i suoi studi e le sue scoperte (negli anni ’50, ’60 e ’70 e verso le donne scienziate c’era ancora un po’ di diffidenza, che però Sylvia ha contribuito a far scemare), ma è sempre riuscita a non rinunciare a nulla (ha avuto tre figli… una delle quali, ancora nella pancia, l’ha accompagnata in alcune delle sue immersioni, con il benestare del suo medico, ovviamente), a vivere questa sua grandissima passione per il mare e a preoccuparsi, ancora oggi, della sua salvaguardia.
Anche in questo caso, a rendere il racconto ancor più bello ci sono le illustrazioni di Mariachiara Di Giorgio che riescono a portare il lettore in fondo al mare, in mezzo ai pesci e ai coralli, insieme a Sylvia.

Questi due libri sono solo un minuscolo assaggio di tutti i libri per bambini e per bambine (per tutti, direi!) esistenti che non contengono stereotipi di genere e in cui le protagoniste femminili non sono principesse in cerca di un principe che le salvi e le ami per tutta la vita. Un sogno che, comunque, non mi sembra nemmeno poi così terribile.
Che poi, ripeto, secondo me da bambini (ma anche da adulti) non c'è assolutamente nulla di male a sognare di essere una principessa... magari una principessa astronauta, una principessa biologa marina, una principessa bookblogger, parrucchiera, traduttrice, medico o qualunque altra cosa vi venga in mente. L'importante è avere dei sogni e cercare di fare di tutto per realizzarli, come la piccola Eura, come Sylvia e come le storie di tutte le altre donne, nei libri e nella vita, ci insegnano.


TITOLO: Eura e la maschera veneziana
AUTORE: Alessandro Bresolin
ILLUSTRATORE: Tiziana Longo
PAGINE: 95
EDITORE: Mesogea
ANNO: 2016

TITOLO: La signora degli abissi
AUTORE: Chiara Carminati
ILLUSTRATORE: Mariachiara Di Giorgio
PAGINE: 120
EDITORE: editoriale Scienza
ANNO: 2017

martedì 4 aprile 2017

IL GRANDE MIAO - Paul Gallico

Oggi presto per la prima volta il blog a Luca, che vi racconta della sua lettura di Il grande miao di Paul Gallico ma, soprattutto, del suo rapporto con Luna, la gattina più adorabile (e viziata) del mondo.


La fanno facile, quelli a cui piacciono i cani. Ci avete mai fatto caso? Quando a uno di loro dite che avete un gatto, il ritornello è più o meno sempre lo stesso:

"Eh, ma con i gatti è comoda, non fanno altro che mangiare e dormire, stanno lì, ti guardano, sempre zitti, al massimo rompono un po' quando hanno fame e poi spariscono di nuovo. Il cane sì, lo devi portare fuori, lo devi far giocare e tutto il resto. Il cane è impegnativo. Mica come il gatto."

Il cane è impegnativo, certo come no. Mica come il gatto.

Il fatto, vedete, è che loro proprio non sanno. E quindi non capiscono.

Non sanno che questa cosa del mangiare e dormire, stare lì, guardarti, i silenzi, i mugugni, le improvvise sparizioni sono tutte mosse di guerra. Una costante e quotidiana guerra di posizione e logoramento, fatta di tattica e strategia, assalti e ritirate, diktat incrollabili e concilianti concessioni, ridefinizione di equilibri e stravolgimenti di qualsiasi eventuale struttura gerarchica governasse la casa prima del loro arrivo. O meglio, prima della loro conquista.

Con i gatti non c'è proprio niente di facile, cari i miei cinofili. Con i gatti c'è un unico motto: "Mi casa es mi casa". Solo che non sarete mai voi, a pronunciare quel motto.

Il grande Miao di Paul Gallico non è l'autobiografia di un gatto, come recita (non si capisce bene perché) il sottotitolo italiano: è più un manuale, come infatti lo definisce il sottotitolo originale. Ma non un semplice manuale: è un manuale di guerra, e pure di alto livello. È tipo, non so, il Sun Tzu dei gatti, ecco.

Il libro è preceduto da una breve introduzione in cui Gallico, giornalista sportivo e sceneggiatore americano, racconta di aver ricevuto il manoscritto da un suo vicino di casa, editor di testi scolastici per un'importante casa editrice. Abituato a essere sommerso di testi consegnati in modi bizzari, il vicino non si stupisce quando, andando alla porta a rispondere al campanello, non aveva trovato nessuno sulla soglia, tranne un grosso plico arrotolato a cilindro lasciato sullo zerbino. Lo stupore, però, era arrivato aprendo il plico: che conteneva un testo scritto non in inglese e nemmeno, apparentemente, in nessun'altra lingua conosciuta, ma in un codice a prima vista senza senso che mischiava in modo illogico lettere, numeri e segni di interpunzione. Perciò, conoscendo la passione di Gallico per codici e crittografia, il vicino pensò bene di portarlo a lui per vedere di capirci qualcosa.

Dopo parecchi tentativi e altrettanti fallimenti, Gallico ha un'illuminazione. Quello non è un codice! Per incredibile che potesse sembrare, l'unica spiegazione possibile di quella sequenza illogica di segni era un'altra: Gallico era di fronte
al pasticcio che potrebbe venir fuori se a premere o battere sui tasti non fosse un indice a una zampetta a cinque dita, che, nel tentativo di centrare, poniamo il caso, la A, si allarga fino a prendere la Q, la W o la S; così che, alla fine, al posto della vocale desiderata, sul foglio ci finisce una di queste lettere.
E certo che quel manoscritto era scritto in modo assurdo: l'aveva scritto un gatto! Anzi, una gatta (che, come sa chiunque ne abbia una, è tutta un'altra storia).

Trovata la chiave, Gallico procede alla decifrazione integrale del manoscritto. Quello che si trova davanti a lavoro concluso è un manuale incredibilmente dettagliato e preciso, scritto in prima persona da una gatta domestica per trasmettere ad altri gatti (giovani, selvatici o senzatetto) trucchi e stratagemmi per conquistare con facilità una casa e sottometterne gli abitanti. Assicurarsi l'appoggio di uno degli umani di casa, mettere uomini contro donne o donne contro uomini a seconda delle occasioni, sfruttare le insicurezze dei maschi a proprio vantaggio, giocare d'astuzia e d'inganno per far credere ai propri umani di averla avuta vinta loro e poter così ottenere ancora più vizi di quelli che si cercavano.

Prendiamo il cibo, per dire. Non c'è nessun cibo che un gatto ben addestrato nelle tattiche di guerriglia domestica illustrate nel libro non possa ottenere, e loro lo sanno.
Cosa vi va? Cosa vi piace di più? Il granchio, in scatola o fresco? Un filettino di sogliola? Meglio il rombo? Il fegato di vitello? I fegatini di pollo? I rognoncini di vitello? Le uova di trota? Quelle di salmone. Addirittura il caviale? Non c'è nulla che non possiate avere, tutto sta nel reclamarlo nella maniera giusta. Certo, le cosine che ho elencato qui sopra costano care, però i bipedi non se ne privano, quindi non si capisce perché dovreste privarvene voi.
Alternando azioni di sfinimento a irresistibili ruffianerie, strusciate, fusa e pose languide a musi e borbottii, l'autrice del Grande Miao passa in rassegna tutto ciò che un gatto domestico può desiderare e tutti i modi più furbi per ottenerlo. Fino, appunto, al Grande Miao, il colpo di grazia nella nobile impresa della sottomissione umana: un Miao muto, silenzioso (in originale è appunto Silent Meow), irresistibile e letale, da piazzare al termine di una serie di miao di supplica che non fallirà in nessun caso l'obiettivo finale, e cioè far sentire il proprio umano in colpa al punto tale da costringerlo a capitolare a qualsiasi richiesta felina.

A ogni pagina di questo manualetto (bellissimo e terribile, a leggerlo dal punto di vista umano), rivedevo me stesso e la mia convivenza ormai decennale con la mia gattina. Il fatto che non ci sia in pratica nessun angolo di casa che non sia prima suo e solo poi nostro. Le miriadi di scatolette aperte (spesso contemporaneamente) e di cibi buttati ancora integri nella spazzatura, prima di trovarne uno che Sua Signoria gradisca. La mania per cui non le si può passare davanti camminando, altrimenti si offende. Le assurde posizioni da fachiro che ormai assumo in automatico nel letto per non disturbarla mentre dorme esattamente al centro dello spazio in cui io metto le gambe. Gli sguardi silenziosi che ci scambiamo, anche per diversi minuti, quando ognuno dei due sta pensando ai fatti suoi. Decine, centinaia di situazioni in cui Luna ha conquistato ogni spazio, ogni momento della mia esistenza, mettendo al centro prima se stessa e poi tutto il resto.

Tranne quando sono io ad avere bisogno di lei. A quel punto le cose cambiano parecchio. Mi riferisco a quel sentimento che, da qualche parte di questa strana e buffa guerriglia di posizione tra uomo e gatto, se ne sta lì, in fondo a tutto, a sovrintendere a ogni cosa: l'amore, nonostante tutto. Quel particolare e indefinibile tipo di amore che si crea a partire dal primo momento in cui un gatto, tra tutti gli umani a disposizione, sceglie (perché sono sempre loro, ovviamente, a scegliere) proprio te.
Non si può vivere con gli esseri umani per un certo periodo di tempo senza accorgersi che tolta qualche bella qualità, sono in linea di massima delle creature stupide, frivole, testarde, distratte, spesso subdole e anche false. Dicono bugie palesi; sostengono una cosa e ne pensano un'altra; promettono e non mantengono, e poi sono egoisti, avidi, sconsiderati, possessivi e pieni di contraddizioni, vigliacchi, invidiosi, inaffidabili, dispotici, insofferenti, irrequieti, ipocriti e trasandati. Eppure, nonostante tutti questi inconvenienti, hanno questa cosa potente e meravigliosa che chiamano amore, e quando loro vi amano e voi li amate è come se non contasse più nient'altro [...] Succederà qualcosa nei loro occhi, il modo in cui vi accarezzano cambierà; e allora, volenti o nolenti, voi comincerete con le fusa e le vostre zampe faranno la pasta come quando eravate piccoli e ciucciavate il latte, cioè quando eravate felici.
Ecco, quest'ultimo è un grande momento. A casa nostra succede più o meno tre o quattro volte al giorno, di solito sulla trapunta del letto. La cosa curiosa è che, quando Luna si mette a fare la pasta sforacchiando la trapunta, si mette sempre vicino a me e mai vicino a Elisa. Come se sapesse che io sono completamente in suo potere e che non la sgriderò mai per i buchi che fa con le unghie sul tessuto; come se mi capisse quando Elisa dice: "Ma non vedi che sta bucando tutta la trapunta?" e io rispondo, in estasi: "Ma dai, è tutta contenta, al massimo poi ne compriamo un'altra".

Ma non può essere, no? Non può essere così furba.

In fondo, è solo un gatto.


TITOLO: Il grande Miao
AUTORE: Paul Gallico
TRADUTTORE: Barbara Bonadeo
PAGINE: 176
EDITORE: Rizzoli
ANNO: 2016
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