lunedì 20 novembre 2017

L'ARTE DELL'ATTESA - Andrea Köhler

Esistono infinite forme di attesa: in amore, dal medico, alla stazione o nel traffico. Aspettiamo: l'altro, la primavera, i numeri del lotto, un'offerta, il pranzo, la persona giusta, e aspettiamo Godot. I compleanni, i giorni di festa, la felicità, i risultati sportivi, un referto. Una telefonata, il rumore della chiave nella toppa, il prossimo atto e la risata dopo il finale di una barzelletta. Aspettiamo che un dolore smetta e che ci colga il sonno o che il vento si plachi. Inerzia, distrazioni o noia: nel registro delle ore programmate, l'attesa è la pagina vuota da riempire. Che nel migliore dei casi ci ricompensa con la libertà.


Ho un rapporto un po’ particolare con le attese. Mi piace arrivare in anticipo agli appuntamenti, che siano di lavoro, medici o un semplice incontro con qualcuno e aspettare. Mi dà il tempo di schiarirmi le idee, di pensare a quello che sta per succedere, di calmarmi se quello che sto per fare è fonte d’ansia, o godermi ancor di più il momento se invece di lì a poco succederà qualcosa di bello. 
Odio, però, aspettare oltre l’orario stabilito e non vado particolarmente d’accordo con le persone perennemente in ritardo. Non mi piace aspettare i risultati degli esami, anche quando so che non ci dovrebbe essere nulla di cui preoccuparsi e i treni in troppo ritardo mi mettono un po’ di ansia.

Come tutti, poi, mi è capitato più volte di aspettare Godot, ovvero che succedesse qualcosa (bella o brutta che sia) che non aveva minimamente intenzione di succedere. Ma ho anche vissuto delle attese bellissime, di quelle che iniziano con giorni d’anticipo e senti crescere piano piano da qualche parte dentro di te e che rendono ancor più speciale il loro concludersi.

Tutta questa lunga premessa serve a introdurre L’arte dell’attesa di Andrea Köhler, questo saggio da poco pubblicato da Add editore con la traduzione di Daniela Idra. 
Come sempre più spesso sta succedendo ultimamente, ad attirarmi verso questo libro è stata prima di tutto la copertina, con questa bella illustrazione di Luca Cristiano. E poi il libro in sé, ovviamente, l’idea di analizzare l’attesa, a cui dedichiamo, a volte senza averne nemmeno troppa consapevolezza, una parte molto ampia della nostra vita.

In fondo la vita ci insegna molto presto l’esercizio del rimandare: abituarci a orari decisi da altri, controllare il nostro intestino, accettare il ritmo giorno-notte. Nella vita umana, la prima lotta per il potere si svolge sul terreno dell’attesa, cercando di imporre disciplina al corpo. Nelle primissime ore di vita dobbiamo riconvertici in uno strumento che obbedisce all’orologio. La prima cosa a essere allenata nell’esistenza terrena è la pazienza.

Per parlarci di attesa, Andrea Kohler chiama in aiuto scrittori e filosofi di tutti i tempi: da Barthes a Nabokov, da Camus a Handkle, passando ovviamente per Beckett e il suo Godot, ma anche Flaubert, Nietzsche, Walter Benjamin e altri più o meno conosciuti. Ma soprattutto, c’è la sua esperienza personale, di persona che nella vita ha vissuto tanti momenti di attese e in cui mi sono rivista quasi sempre.

Posso aspettarmi qualcosa con ostinazione, anche se la ragione mi dice che non accadrà in nessun caso. Questa aspettativa non si può correggere, è la caparbietà animale del cuore. Lo so: l'attesa terminerà il tale giorno - eppure l'aspettativa si ostina ad alimentare in malafede il desiderio. Aspetto una lettera, una chiamata, so che l'altro non scriverà, non telefonerà prima di tale data, di tale ora. Eppure continuo a verificare se uno spirito ben disposto non abbia intralciato i suoi piani ed esaudito invece i miei desideri.

Ho sentito così vicine alcune frasi e alcune citazioni, al punto da fare una cosa che solitamente con i libri non faccio mai: sottolineare. Solitamente quando in un libro trovo una citazione che mi piace la segno da qualche parte, ma mai nel libro. Uso dei post-it, a volte, che poi tolgo una volta segnato tutto quello che mi dovevo segnare. Mi piace l’idea che, in futuro, se rileggerò quel libro proverò lo stesso effetto di sorpresa della prima volta. Nel caso di L’arte dell’attesa, però, non è possibile: c’è troppa roba che merita di essere ricordata, qui dentro. Frasi che devono saltare all'occhio subito, qualora servissero e non si avesse tempo di rileggere tutto. E quindi la mia copia è tutta una sottolineatura, a partire dal prologo, fino all'ultima riga dell’ultima pagina.

Kairos, l'istante felice, presuppone l'attesa: il dono del tempo, a volte straziante, a volte beatamente sprecato, ma sempre un dono.

Certo, L’arte dell’attesa è un saggio e come tale va letto. Ma è anche qualcosa di più, perché racconta e analizza in modo molto sincero un argomento che, volenti o nolenti, consapevolmente o inconsapevolmente, da un lato o dall’altro (c’è chi aspetta e chi si fa aspettare, chi arriva sempre tardi e chi due ore prima, chi odia le attese e chi quando queste finiscono), tocca e toccherà sempre la vita di tutti.

TITOLO: L'arte dell'attesa
AUTORE: Andrea Köhler
TRADUTTORE: Daniela Idra
PAGINE: 126
EDITORE: add editore
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: L'arte dell'attesa
formato ebook: L’arte dell’attesa

martedì 14 novembre 2017

IL NARRATORE DI VERITÀ - Tiziana D'Oppido

"Cos'è la verità? La verità ha molte facce. È tutto e il contrario di tutto. E a volte può persino coincidere con una bugia"

Ci sono dei libri che, per qualche motivo non ben precisato, ti chiamano ancor prima di sapere di che cosa parlino. 
Può essere per il titolo, che ha qualcosa che ci attira, o perché troviamo incantevole la copertina o ci piace come suona il nome dell’autore. Solitamente, quando mi capita di provare una particolare e inspiegabile attrazione a prima vista verso un romanzo, quando poi lo leggo si rivela un gran bel libro.

Mi è successo anche con Il narratore di verità, il romanzo d’esordio di Tiziana D’Oppido, da poco uscito per LiberAria editrice. In questo caso, ad attirarmi è stata senza ombra di dubbio la copertina, con l’illustrazione di Vincenza Peschechera. 
In questa copertina c’è tutto il libro: davanti c’è una ragazza che guarda sognante i fuochi d’artificio che spuntano da un pezzo di puzzle; sul retro ci sono dei piccoli uccelli, anch’essi fermi a osservare lo spettacolo pirotecnico, su un altro pezzo di puzzle, incastro perfetto del primo. E soprattutto, c’è tutto il brio e la vivacità che poi si ritroverà all’interno nella trama e nella scrittura di Tiziana D’Oppido.

I protagonisti di Il narratore di verità sono due: Lucio Blumenthal e Sara Pantone, di cui si ripercorre la vita dalla loro nascita, negli anni '60, fino a oggi. Lucio e Sara non si conoscono, sebbene siano cresciuti in due paesini vicini della valle Brodima, separati solo dall'omonimo fiume. Da bambini sembrano avere anche un destino comune: il padre di Lucio, Gildo, è il proprietario di un’enorme quaglieria, in cui lavorano o hanno lavorato in passato molti abitanti del paese; quello di Sara, Arsenio, gestisce invece un’enorme fabbrica di fuochi d’artificio, anch’essa fonte di lavoro per la vallata.
Gildo vorrebbe a tutti i costi che suo figlio lavorasse per lui, mentre il figlio, con il sostegno della madre, vorrebbe a tutti i costi non doverlo fare, fino a riuscire finalmente ad andarsene e farsi una vita sua, con tutte le maledizioni paterne possibili e immaginabili.
Sara si trova, invece, nella situazione opposta: fin da bambina, dopo la morte della madre, avrebbe voluto aiutare suo padre a creare i fuochi d’artificio, ma Arsenio Pantone l’ha sempre tenuta lontana in malo modo, approfittando della prima occasione utile, una volta cresciuta, di sbatterla fuori.
A prendersi cura di Sara da sempre ci sono le donnemamme, dipendenti ed ex dipendenti dell’azienda del padre che da sempre cercano di sopperire a tutte le sue mancanze: sono loro che le danno più stimoli possibile, sono loro che le insegnano a sognare.
I due si incontrano da adulti, sempre in Val di Brodima, dove Lucio ritorna dopo tanti anni richiamato inconsapevolmente dal padre. Gildo, infatti, ha richiesto i servigi del narratore di verità, quell’uomo che va in giro per il mondo a rivelare per conto di altri le verità più scomode. Non sapeva, però, che quest’uomo fosse proprio suo figlio Lucio.
Sara, invece, ora gestisce un caffè vicino alla stazione e da lì continua a sognare un futuro diverso, che proprio non ha idea da dove far cominciare.
Lucio scoprirà ben presto che è proprio Sara la destinataria della verità di cui il padre Gildo si vuole liberare, ma soprattutto si ritroverà a indagare su qualcosa di molto più complesso e pericoloso, che riguarda proprio le aziende di famiglia e che rischia di mettere in pericolo tutta la valle.

Il narratore di verità è un libro avvincente e divertente, scritto in modo spensierato anche quando racconta dei momenti più tristi e difficili. La vera forza sta nella caratterizzazione dei personaggi: in Lucio, Sara e nei due padri (il nome Arsenio Pantone mi fa sorridere ancora adesso, ogni volta che mi capita di pensarci), ma anche in tutti gli altri personaggi di contorno. A partire da quelle tenerissime donnemamme, passando per il ginesindaco, la mamma circense di Lucio, il parroco e le pettegole dei paesi e il tuttofare Uwe.

E poi, il romanzo tratta tematiche importanti e, purtroppo, sempre più attuali nel nostro paese: l’inquinamento, lo sfruttamento smodato del territorio e i rischi per la salute che spesso le aziende fingono di non sapere e che mettono a zittire con una semplice mazzetta. Ma ci sono anche le aspettative dei genitori verso i figli, il desiderio di essere capiti e accettati, oltre alla voglia di trovare se stessi e di rimettere insieme i pezzi della propria vita. E poi c’è questo tema della verità e di tutte le innumerevoli facce, sfumature e significati che può avere.

«Sempre con 'sto culto della verità. Ma, lavoro a parte, sei capace di mentire? Quando la verità fa schifo, fa star molto meglio una gran bella grossa bugia positiva, lo sai? Almeno una volta nella vita... e dilla una bella bugia!»

Lo stile di Tiziana D’Oppido mi è piaciuto tantissimo. Mi sono piaciute le immagini che ha creato (quella del puzzle, soprattutto, che funge da filo conduttore per tutto il libro e che mi ha provocato un certo stupore, considerando che ho iniziato la lettura di Il narratore di verità proprio pochi giorni dopo averne finito uno... con un bel po' di pezzi in meno, rispetto a quello di Sara), ma ho amato anche il suo modo di descrivere la vita di paese e le dinamiche che in essa sempre si creano, di raccontare i protagonisti e le loro storie.

E poi, dai, questo libro ha davvero una copertina bellissima.



Titolo: Il narratore di verità
Autore: Tiziana D'Oppido
Pagine: 335
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: LiberAria editrice
Acquista su Amazon:
formato cartaceo:Il narratore di verità

venerdì 10 novembre 2017

NEGLI OCCHI DI CHI GUARDA - Marco Malvaldi

Margherita si chinò un momento, raccolse un dente di leone da una piccola macchia erbosa vicino al sentiero e soffiò via i petali con un'espressione da bimba concentrata - l'unica espressione adeguata quando si soffia un dente di leone, a noi sembra una cosa da nulla ma se uno pensa ai denti di leone che ha inconsapevolmente contribuito a piantare quando era piccolo si ha quasi la sensazione di servire a qualcosa in questo mondo.

Marco Malvaldi ultimamente dà il meglio di sé quando chiude per ferie il Barlume e si avventura in altri romanzi. Lo dico da appassionata delle vicende dei vecchietti e del barrista Massimo, che mi hanno fatto scoprire questo autore toscano qualche anno fa e portato poi a leggere, di conseguenza, tutti i suoi romanzi. Il mio preferito in assoluto rimane Odore di chiuso, in cui secondo me l’autore ha elevato la sua bravura alla massima potenza, ma in generale quando Malvaldi ha più libertà di azione, con i personaggi, con i luoghi e con le trame, gli riesce qualcosa in più.

È il caso di Negli occhi di chi guarda, il suo ultimo romanzo uscito a ottobre per Sellerio editore.
Siamo sempre in Toscana: questa volta a Poggio alle Ghiande, una tenuta agricola molto antica e molto bella nel comune di Castagneto Carducci. È di proprietà di due fratelli gemelli, Zeno e Alfredo Cavalcati, di indole completamente diversa tra loro nonostante la genetica li abbia voluti identici: Zeno è un collezionista d’arte, che vive da decenni a Poggio alle Ghiande senza mai allontanarsene, al punto da aver creato in casa un museo; Alfredo è un broker, sempre in giro per il mondo e sempre in equilibrio precario tra la ricchezza e la bancarotta. Queste loro diversità li hanno portati, adesso, a non riuscire a prendere una decisione importante: vendere Poggio alle Ghiande a quegli investitori cinesi che vorrebbero farci un resort di lusso o tenerla? Alfredo e i suoi problemi economici propendono per la prima opzione, Zeno e tutti gli altri abitanti di Poggio alle Ghiande per la seconda, ovviamente.
Perché sì, oltre ai due fratelli, c’è tutta una serie di personaggi che da anni o per la prima volta in vita, per motivi diversi, ruota attorno a questa tenuta: c’è Piotr, uomo delle pulizie polacco che crede fermamente nella Santa Vergine di Czestochowa e nel potere della varechina; c’è Raimondo, uscito dal manicomio quando sono stati chiusi per leggere e ora custode della tenuta; c’è Giancarla Bernardeschi, professoressa di chimica in pensione che a Poggio alle Ghiande trascorre sempre le vacanze, distillando qualunque pianta incontri sul suo cammino; c’è Riccardo Maria Torregrossa, che durante l’anno lavora in formula Uno e d’estate cerca il silenzio nelle colline toscane; Anna Maria Marangoni, lasciata dal marito dopo ventisette anni di matrimonio per stare con una ventisettenne; ci sono Enrico Della Rosa e sua moglie Cristina. E poi Margherita e Piergiorgio, i due giovani a Poggio alle Ghiande solo di passaggio: filologa e archivista alla ricerca di un quadro perduto lei, ricercatore desideroso di studiare i gemelli lui.

Poi ovviamente avviene un omicidio, anzi due, e i piani dei due fratelli e di tutti gli altri abitanti di Poggio alle Ghiande vengono completamente stravolti.

Marco Malvaldi dà il meglio di sé quando si allontana dal BarLume, dicevamo all’inizio. E Negli occhi di chi guarda, secondo me, ne è una prova. Leggendo, si percepisce quanto lui si sia divertito a creare la storia e a caratterizzare i vari personaggi, a giocare con la chimica ma anche con l’arte, la storia e, perché no, anche qualche curiosità bizzarra (a un certo punto, durante la lettura, mi sono ritrovata a scrivere nella barra di ricerca di google “Venere di Milo cacca panda”, così, giusto per darvi un’idea).

La cosa bella è che riesce a fare tutto questo scrivendo comunque un romanzo scorrevole e divertente, mai pedante o saccente, anche per chi di chimica, storia, arte (e cacca di panda) non sa assolutamente nulla, perché alla base c’è un giallo appassionante e ben costruito, ci sono personaggi esilaranti (Piotr è il mio preferito in assoluto) accanto ad altri più profondi e c’è quell’ironia tipica malvaldiana, che a volte si coglie al volo altre dopo un attimo, e poi ti fa esclamare “che genio!” (o “che pirla!”, a volte, ma in senso buono).

Negli occhi di chi guarda mi è piaciuto molto anche per altri motivi, abbastanza casuali in realtà. Nella mia prima vacanza da sola con gli amici ho fatto proprio la tratta di treno che fa Piergiorgio per arrivare a Poggio alle Ghiande, per esempio.
Uno degli stati d'animo più belli dell'essere umano è quello del viaggio di andata. Specialmente se uno è in treno.

Eccessi di velocità, colpi di sonno, mancanza di benzina non ti riguardano; del viaggio da un punto di vista tecnico non hai niente di cui preoccuparti, e mentre il treno ti culla tu puoi cullare le tue aspettative.
Se poi sei talmente fortunato che il tuo treno è sulla tratta da Genova a Roma, puoi anche spegnere il cellulare - scusa se ho visto solo ora la chiamata ma sai, con tutte quelle gallerie il segnale non prende mai - e goderti il viaggio senza dover essere costretto ad affrontare la vita che si svolge altrove.
Alle medie, poi, avevo sviluppato una passione per il pittore Ligabue e per i suoi quadri (anche se non riesco a ricordarmi bene perché), e, tra l’altro, mi piacciono da matti le tombe etrusche.

Insomma, Negli occhi di ci guarda è un bel romanzo giallo, ma anche qualcosa di più, che intrattiene e diverte (che è poi l’obiettivo principale di questi romanzi), ma incuriosisce anche, trasmettendoti la voglia di imparare, di scoprire qualcosa in più.


(Anche se sulla Venere di Milo fatta con gli escrementi di panda continuo ad avere qualche perplessità).


Titolo: Negli occhi di chi guarda
Autore: Marco Malvaldi
Pagine: 274
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: Sellerio
Acquista su Amazon:
formato brossura: Negli occhi di chi guarda
formato ebook: Negli occhi di chi guarda

lunedì 6 novembre 2017

A CACCIA NEI SOGNI - Tom Drury

Arrivò una cameriera con una matita dietro l'orecchio.
«Candy, cosa vuole la gente?» le domandò il barista.

«Un po' d'amore, immagino» rispose lei.

Fa sempre uno strano effetto ritornare dopo un po’ di tempo in un luogo in cui si è stati bene. E se qualcosa, questa volta, non funzionasse? E se quel luogo che, la prima volta, ci è sembrato così bello, per qualche motivo adesso non lo fosse più?
Non importa se si sta parlando di un luogo reale o inventato. Se ci si sta andando in aereo o attraverso le pagine di un libro. Quell'aspettativa, mista ad ansia, mista al bel ricordo della prima volta, sono presenti in ogni caso.

Desideravo tornare a Grouse County, questo luogo inventato che si trova da qualche parte nell’Iowa, fin da quando ho chiuso La fine dei vandalismi, il primo romanzo della trilogia che Tom Drury le ha dedicato, edita in Italia da NN editore.
Mi ci ero trovata proprio bene, in mezzo a tutti i suoi abitanti, ad ascoltare dialoghi a volte un po’ strampalati e a respirare l’atmosfera tipica di una comunità così variegata. Mi ero appassionata alle storie di tutti i personaggi, compresi quelli all'apparenza meno simpatici, ma soprattutto avevo amato la storia di Dan e Louise, il loro amore discreto, nato quasi per caso e messo più e più volte alla prova. E, una volta arrivata alla fine, avevo chiuso il libro con un po’ di tristezza: mi spiaceva averlo finito, mi spiaceva non poter più ascoltare le chiacchiere della gente per strada né poter più passeggiare per la Grouse County.

Per fortuna, non ho dovuto aspettare molto per poterci tornare. È da poco uscito, infatti, sempre per NN editore e sempre con la traduzione di Gianni Pannofino, A caccia nei sogni, il secondo romanzo ambientato nella Grouse County.
Questa volta Tom Drury restringe il suo racconto: non più un’intera comunità ma solo una famiglia; non più stagioni che si susseguono ma un solo, decisivo, fine settimana.

La famiglia protagonista è quella di Charles Darling, il Tiny di La fine dei vandalismi che ora però ha cambiato nome per marcare ancor di più il suo cambiamento di vita, e sua moglie Joan. Quando li abbiamo conosciuti, nel romanzo precedente, lui era uno scapestrato reduce da un divorzio e da mille lavori diversi, mai andati in porto, mentre lei era una predicatrice e cercava nella Bibbia una risposta a tutto. Ora Charles fa l’idraulico e anche se, come in passato, non disdegna qualche piccolo furto e qualche dispetto di poco conto ai suoi concittadini, sembra davvero cambiato. Joan, invece, lavora per un’associazione di protezione animali, non trova più risposte nella parola di Dio ed è sempre più indecisa su cosa fare della sua vita e del suo matrimonio.
In mezzo ci sono anche due figli. Micah, di sette anni, e Lyris, abbandonata quando era neonata da Joan e da poco riunitasi alla famiglia, grazie a un’associazione che si occupa proprio di riportare i figli alle madri che alla nascita, per un motivo o per l’altro, non li hanno voluti.

Forse è stato proprio l’arrivo di Lyris, un'adolescente molto forte e al tempo stesso molto fragile, che per anni è stata sballottata da una famiglia all'altra, a rendere ancor più precario l’equilibrio tra Charles e Joan. Lui cerca di fare il meglio che può, amando Joan  a modo suo senza riuscire a dimostrarglielo come vorrebbe, rattoppando la casa ogni volta che qualcosa si rompe e cercando di prendersi cura dei figli, senza rinunciare mai del tutto al suo carattere un po’ troppo irruente. Lei, invece, cerca di fare i conti con la sua insoddisfazione, con quello che la vita le ha riservato e che non era minimamente quello che aveva immaginato e sperato per se stessa, senza però sapere, al tempo stesso, che cosa davvero voglia.
Tanto tempo prima, diffondeva la religione tra chi era disposto ad ascoltare. Ricordava di aver viaggiato con la Bibbia bianca tra le mani, mentre i merli dalle ali rosse svolazzavano da un palo all'altro. Come tutti, voleva indietro qualcosa che aveva perduto e che non si trovata da nessuna parte.

Prima di scrivere qualunque altra cosa su A caccia nei sogni, devo assolutamente dire quanto io abbia amato il personaggio di Charles. No, non lo chiamo più Tiny nemmeno io, perché è cresciuto e cambiato davvero: non è più quel personaggio un po’ egoista e un po’ troppo incentrato su se stesso che avevamo conosciuto in La fine dei vandalismi. Già allora, in realtà, aveva qualche sprazzo di tenerezza che lasciava qualche speranza. Una tenerezza che qui però diventa una sua caratteristica predominante, seppur quasi inconsapevole. La si vede soprattutto nei gesti: in quella casa rattoppata, in quella capra burbera che ora vive nel loro cortile e nelle telefonate fatte di notte, ma anche in quelle non ricevute. Nel suo tentativo, quasi disperato, di tenere tutto e tutti insieme.

«[…]Non sappiamo cosa sei stata, così come ignoriamo cosa diventerai, ma sotto sotto non so quanto tu sia diversa, perché è tutto casuale. È sempre la stessa storia: “Succede questo, succede quest’altro, ed eccoci qui”. E voglio essere sincero con te: anche io a volte faccio cose che mi sembrano senza senso. Il meglio che possiamo fare è ricordarci l’uno dell’altro e, per l’amor del cielo, fare una telefonata quando vediamo che è tardi».

Non so davvero dire se mi sia piaciuto di più La fine dei vandalismi o A caccia nei sogni. Forse entrambi allo stesso modo, perché, nonostante le differenze nella lunghezza, nella scelta dei personaggi, nello sviluppo temporale della trama (che dimostrano l’incredibile bravura di Tom Drury, nel destreggiarsi in queste differenze senza perdere nulla), ci ho trovato la stessa dolcezza, la stessa descrizione, molto onesta e molto reale, dell’essere umano, delle sue debolezze, delle sue paure, del suo bisogno disperato di essere felice o di fare in modo che lo siano gli altri, nonostante tutto.

E poi sì, c’è di nuovo la Grouse County, anche se un po’ più circoscritta. Ci sono di nuovo alcuni dialoghi e alcune situazioni strampalate, alcune passeggiate notturne che fanno meno paura del buio che può esserci in casa propria. Alcune di quelle piccole grandi cose che solo in posti così si possono trovare.

Se, come me, avete amato il primo romanzo di questa trilogia, vi innamorerete senza alcun dubbio anche di A caccia nei sogni e, una volta arrivati alla fine, proverete la stessa immediata nostalgia per la Grouse County che avete provato chiudendo La fine dei vandalismi.

Se il primo, invece, non vi aveva convinto, dovreste provare a dare una seconda possibilità a Tom Drury, alla sua Grouse County e a tutti i suoi abitanti, perché, secondo me, è davvero impossibile rimanere di nuovo indifferenti di fronte alla sua semplice e al tempo stesso incredibile bellezza.


TITOLO: A caccia nei sogni
AUTORE: Tom Drury
TRADUTTORE: Gianni Pannofino
PAGINE: 236
EDITORE: NN editore
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: A caccia nei sogni
formato ebook: A caccia nei sogni

martedì 31 ottobre 2017

L'ANGOLO DEL MONDO - Mylene Fernández Pintado

Non avrei mai pensato di sentirti dire che l'amore non è sufficiente. Ci aiuta a sconfiggere la guerra, la cattiveria, l'avidità, l'infedeltà, l'invidia. Ci fa credere in noi stessi e negli altri, in qualcosa di meglio per tutti. In un mondo migliore.


Restare o andarsene?
Tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo trovati o ci troveremo di fronte a questo bivio. Può essere per motivi affettivi, lavorativi o per mille altre ragioni. A volte è una decisione semplicissima da prendere, altre toglie il sonno. Spesso ci va coraggio in entrambi i casi, oltre a una buona dose di auto-convincimento su cosa sia meglio e cosa sia più giusto. Così come in entrambi i casi c’è paura. A volte ci si pente. Altre ci si guarda indietro pensando “ma perché non l’ho fatto prima”.

Tutto questo si amplifica, ovviamente, se si vive in paesi da cui è considerato normale andarsene perché sembra che da offrire a chi ci vive non abbiano nulla.
Ed è proprio di fronte a questo dubbio che si ritrova Marian, la protagonista di L’angolo del mondo, romanzo di Mylene Fernández Pintado, tradotto per marcos y marcos da Laura Mariottini e Alessandro Oricchio.

Marian ha trentasette anni, vive all’Avana e insegna, con passione ma senza troppi slanci, all'università. Sua madre è morta da poco e le ha lasciato in eredità un’auto sgangherata, una vecchia casa, qualche porcellana e oggetto antico che Marian ogni tanto vende, e un po’ di senso di colpa, per averle fatto credere fino all'ultimo che stesse scrivendo un romanzo che avrebbe dato una svolta alla sua vita.

Non sono coraggiosa. Per questo non ho mai scritto niente se non gli appunti delle lezioni. Non saprei dare una risposta memorabile se qualcuno mi chiedesse dei miei progetti futuri, della letteratura che si produce dentro e fuori dall'Isola, o di come faccio a scrivere con tutti questi impegni.
Non ho nessun impegno oltre al sacerdozio docente. Non ho animali, né piante. Ho dei libri, che sopravviverebbero anche se non li spolverassi, ho una stanza tutta mia  e tanto tempo a disposizione: le condizioni ideali per essere condannata a diventare una magnifica scrittrice ancor prima di aver scritto una sola frase.

Marian ha anche un ex fidanzato, Marcos, da cui si è presa una pausa di riflessione che consiste nell’andare a letto insieme di tanto in tanto; e un’amica artista, Lorena, sposata in terze nozze con un uomo molto saggio.
Lei sembra stare bene in questa sua vita grigia e senza slanci, quasi adagiata in una situazione che non sente di dover cambiare. Un giorno, però, la responsabile del dipartimento per cui lavora le offre un diversivo: scrivere la prefazione di un libro di un giovane scrittore, Daniel Arco, che sta facendo molto parlare di sé. Marian accetta l’incarico, per vedere d’improvviso tutta la sua vita e le sue certezze stravolte dall'entusiasmo, dalle ambizioni e dai sogni di Daniel, con cui inizia una travolgente storia d’amore, che la porterà a riflettere su cosa fare della sua vita.
Restare a casa, a Cuba, o andarsene, sapendo che casa e Cuba mancheranno sempre?

BiDi mi racconta parecchie cose dell'esilio, un cliché in quest'isola talmente affacciata sul mare che l'istinto di attraversarlo è quasi un'epidemia incontrollabile. I cliché, però, non sono altro che verità ripetute.
Chi se ne va, si dice, sente sempre la mancanza di qualcosa. Forse degli altri. Non conta quanti nuovi amici ti farai. Ti mancherà sempre qualcuno. Anche nel resto del mondo il cielo è blu, fa caldo, ci sono il mare e dei begli acquazzoni. Però a quello spazio manca il tempo. Quello che continua a scorrere senza di te, che scrosta le pareti, sbiadisce le fotografie e sotterra i vecchietti della casa all'angolo.

In L’angolo del mondo Mylene Fernández Pintado riesce a concentrare tutti i dubbi e le paure di chi si ritrova a vivere in un luogo che sembra avere poche prospettive, ma che al tempo stesso non verrebbe abbandonare, ma anche tutte le incomprensioni che possono nascere tra due persone che si amano ma che, al tempo stesso, vogliono due cose diverse e non riescono a capirsi l’un l’altro.

Marian ha un lavoro che le piace, ha una casa, ha degli amici e ama vedere il mare. Ama l’Avana e  Cuba. E ama Daniel, anche se non capisce perché se ne voglia andare. Daniel, invece, è più giovane e non vede (o non vuole vedere) prospettive e non capisce come possa la donna che ama accontentarsi.

Abbiamo fatto l'amore. Daniel, come se non potesse vivere senza di me in Spagna né in nessun altro luogo della terra. Io, come se dovessi ricordargli che il nostro mondo era bello e sicuro. Lui, credevo che lo avrei accompagnato. Io, che non se ne sarebbe andato da nessuna parte.

E, soprattutto, questo libro offre uno spaccato della società cubana e delle varie rivoluzioni che nel corso degli anni in essa si sono sviluppate. L'arrivo degli americani e poi la loro fuga. La povertà di molti e la ricchezza di pochi. Le scarse prospettive, ma al tempo stesso le difficoltà ad ambientarsi lontano da lì e il desiderio, di molti, di tornare. La frustrazione e la paralisi, ma anche la capacità, non di tutti, di riuscire a vedere del buono e del bello anche dove per molti sembra impossibile.

Da amante della letteratura sudamericana, sempre in cerca di autori contemporanei per raccontare le vicende caraibiche del passato e del presente, devo dire che quella di L'angolo del mondo è stata proprio una bella lettura. Ho amato molto lo stile dell'autrice e il modo in cui ha raccontato il personaggio Marian: una donna che si pone domande e si tormenta di dubbi e incertezze, che si lascia coinvolgere e trasportare dall'amore, ma senza mai mettere il desiderio degli altri di fronte al suo, per quanto possa essere doloroso lasciar andare chi non vuole rimanere. O lasciare indietro chi, invece, è deciso a restare.


Titolo: L'angolo del mondo
Autore: Mylene Fernández Pintado
Traduttore: Laura Mariottini e Alessandro Oricchio
Pagine: 221
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: marcos y marcos
Prezzo di copertina: 16 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo:L'angolo del mondo

venerdì 27 ottobre 2017

UNA VITA NON MIA - Olivia Sudjic

Avete mai sentito davvero, ardentemente, di non sapere chi siete? Fate mai qualcosa per poi pensare, Chi è al posto di comando? Come se un comandate pazzo vi avesse chiusi fuori dalla cabina di pilotaggio. Io sicuramente sì. Provo una specie di vertigine che mi lascia tremante. Immagino che la proviamo tutti quando compiano una scelta che ci sembra difficile, e a volte è vero che non sappiamo chi siamo perché non sappiamo chi dovremmo essere, o chi vogliamo essere.

Da quando esistono i social, a tutti è capitato almeno una volta di seguire quasi compulsivamente qualcuno che non si conosce: sbirciamo il suo profilo facebook per scoprire qualche aggiornamento, controlliamo su instagram l’ultima foto che ha postato o guardiamo su twitter quale messaggio di 140 caratteri ha lanciato nell’etere. Niente di patologico nella maggior parte dei casi: piccola e semplice curiosità aiutata dal fatto che chi condivide queste cose ha un profilo pubblico e quindi vuole farsi leggere e seguire. 
A volte, però, tutto questo può sfociare in una vera e propria ossessione, soprattutto se si è in cerca di risposte sulla propria vita e il proprio passato e si tende a pensare di poterle trovare un po’ ovunque.
È quello che succede a Alice Hare, la protagonista ventitreenne di Una vita non mia, romanzo di esordio di Olivia Sudjic, pubblicato da minimum fax e tradotto da Chiara Baffa.


Alice vive in Inghilterra con la madre, dopo che il padre è scomparso nel nulla durante la loro permanenza in Giappone qualche anno prima. Un giorno è uscito di casa per andare al lavoro e non è più tornato. Forse era depresso, dopo che le delusioni lavorative negli Stati Uniti lo avevano spinto a cercare un lavoro stabile in Giappone, lontano da tutto e da tutti. 

Questa sparizione non ha mai smesso di tormentare Alice, un tormento amplificato dalle lettere che la ragazza riceve da Silva, sua nonna, che vive a New York. Ed è da lei che Alice decide di andare, in cerca di risposte. Ed è sempre a New York che incrocia, prima virtualmente e poi fisicamente, Mizuko Himura, una scrittrice giapponese che sembra avere molto in comune con lei e verso cui sviluppa una certa ossessione, fatta di foto pubblicate su instagram e attese spasmodiche di spunte blu che sembrano non voler arrivare mai. Intanto, grazie ai social, a Wikipedia e ad altre avveniristiche app, Alice compie indagini su se stessa e sul suo passato, ma anche su quello di Mizuko e delle altre persone che, in quel momento, sono nella sua vita, per arrivare a scoprire uno strano intreccio, un vortice di odio e amore che sembra collegare tutti. E da cui si può scappare solo andandosene, o cliccando sul tasto “non seguire più”.

Raccontare la trama di Una vita non mia è molto complicato, perché è ricca di intrecci, di trame e sottotrame, di salti nel passato e nel presente, di ricordi e sogni che si mescolano al quotidiano, di virtuale e reale che a volte non si riescono più a distinguere tra loro. Il tutto reso possibile da internet e dai social, e anziché risposte sembrano portare ad altre domande.
Detto così potrebbe sembrare un libro confuso, ma no, non lo è. O meglio, in parte forse sì, ma è una confusione voluta perché rispecchia quella che si crea quando le cose all'improvviso sembrano tutte sfuggirci di mano, ma soprattutto quando vogliamo disperatamente capire qualcosa, al punto da lasciar perdere ogni logica.
Se ci si lascia andare, poi, se si decide di affidarsi ad Alice e di seguirla in questa sua ricerca spasmodica di sé, questa confusione diventa chiara, comprensibile e quasi condivisibile (visto che stiamo parlando di social): perché ci si trova di fronte a una ragazza che, appena finita l’università, non sa esattamente cosa fare della sua vita; una ragazza il cui passato è stato segnato dalla scomparsa del padre e dalla conseguente reazione della madre, diventata nei suoi confronti quasi ossessiva; una ragazza che ha bisogno di capire chi era per decidere chi sarà in futuro e che spera, vivendo quasi in simbiosi con una donna con cui in qualche modo si identifica, di ritrovare finalmente la sua strada.
Proprio quella settimana, il mio ragazzo di allora mi aveva detto che l'amore non era altro che il ricongiungersi, dopo miliardi di anni, degli atomi delle stelle esplose.
«Chi te l'ha detto?», avevo chiesto immediatamente, sapendo che non poteva averlo pensato da solo
«Un fisico», rispose lui dopo una pausa risentita.
Essendo uno a cui piaceva spacciare le cose per sue, aveva letto l'ultimo New Yorker dalla prima all'ultima pagina. Mi ritrovai a pensare a quel che mi aveva detto mentre io e Mizuko camminavamo, e adesso sapevo che era vero.
Certo, Una vita non mia non è un romanzo semplice da leggere, perché seguire Alice e tutti gli intrecci che si creano nella sua vita richiede un certo sforzo mentale che però, arrivati alla fine, viene ripagato. Il romanzo offre tanti spunti di riflessione, sull'uso dei social e su come questi possono arrivare a condizionare la nostra vita, ma anche sul bisogno, umano e legittimo, di avere delle risposte alle domande passate, prima di potersene porre delle nuove.
Fermatevi un momento a pensare alla vostra vita senza Wikipedia. Dolce fonte di eterno conforto. Angelo dispensatore di informazioni. Pensate alla vostra vita senza l'opzione di ricerca su internet.
Approfitto dell’occasione per spendere due righe sulla nuova grafica minimum fax, lanciata ufficialmente a maggio durante il Salone del libro di Torino di quest’anno. Una grafica, a opera di Patrizio Marini e Agnese Pamparini, che mi piace molto, per diversi motivi: i colori, il modo in cui l’illustrazione si dipana nella copertina e, piccolo dettaglio che trovo molto importante, il nome del traduttore in copertina.


Titolo: Una vita non mia
Autore: Olivia Sudjic
Traduttore: Chiara Baffa
Pagine: 472
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: minimum fax
Prezzo di copertina: 18,50 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo:Una vita non mia
formato ebook: Una vita non mia

lunedì 23 ottobre 2017

TUTTO È POSSIBILE - Elizabeth Strout

"A star male non si fa mai l'abitudine, checché ne dica la gente. Ora però, per la prima volta, si rese conto - possibile fosse davvero la prima volta che se ne rendeva conto? - che esiste qualcosa di assai più tremendo, e cioè quando uno non riesce più a star male. Lo aveva visto succedere ad altri, era un vuoto negli occhi, l'assenza che li definiva."


È da circa una settimana che dovrei scrivere la recensione di Tutto è possibile, il nuovo romanzo di Elizabeth Strout uscito a inizio settembre per Einaudi, ma, ogni volta che ci provo, mi ritrovo in difficoltà. Soprattutto perché temo di ripetermi, temo di scrivere di questa autrice le stesse cose che ho già scritto dei romanzi precedenti: che lei è una delle mie scrittrici preferite in assoluto; che un romanzo bello come Olive Kitteridge non so se l’ho mai letto (ma che anche tutti i suoi altri romanzi non sono da meno); che adoro il suo stile, il suo garbo e la sua delicatezza nel descrivere anche le situazioni più tragiche e le vite più banali; che preferivo di gran lunga quando pubblicava con Fazi che non ora con Einaudi; e che, insomma, tutti dovrebbero leggere i suoi libri.
Però di Tutto è possibile, tradotto come il precedente Mi chiamo Lucy Barton, di cui è una sorta di seguito, da Susanna Basso, mi piacerebbe poter dire qualcosa di diverso e di riuscire a spiegare perché questi racconti, che messi insieme formano un romanzo, siano così belli.

Siamo ad Amghas, in Illinois, paesino di provincia in cui Lucy Barton è nata e cresciuta e da cui poi è riuscita a fuggire per diventare un’affermata scrittrice. Tutti si ricordano di Lucy da bambina, anche se lei in città non ci viene poi tanto spesso. Quasi mai, in realtà. Sebbene lì abbia ancora un fratello e, soprattutto, da lì abbia preso spunto per il suo ultimo successo: un libro che parla di chi è riuscito a fuggire, ma anche e soprattutto di chi, invece, è rimasto.
Ed è proprio sulle vite di chi è rimasto che si concentra Elizabeth Strout, dando voce, in questi nove racconti, a ognuno di essi, raccontandone il passato e il presente, il disagio dell’infanzia e la capacità, o l’incapacità, di riscattarsi, ma anche le delusioni, le paure per il futuro ma la voglia, in molti casi, di continuare comunque a provarci.

E per un istante Annie rifletté su questo: che suo fratello e sua sorella, brave persone, serie, perbene, equilibrate, non avevano mai conosciuto la passione che porta un uomo a rischiare tutto quello che ha, a mettere a repentaglio ciò che gli è più caro, semplicemente per essere vicino al bagliore accecante del sole che per quell'istante sembra capace di lasciarsi la terra alle spalle.

È un romanzo corale, Tutto è possibile, in cui i vari racconti che lo formano (e che si potrebbero leggere anche come racconti autoconclusivi, se non fosse per quel filo sottile che li lega tra loro) si concentrano su un singolo personaggio raccontandone la storia, che però, unita alle altre, crea una sorta di biografia collettiva, il ritratto di un paese della provincia americana.
È la provincia americana, ancora una volta, la vera protagonista. I romanzi che la raccontano sono ormai diffusissimi: romanzi che danno voce a personaggi e vicende che apparentemente sembrerebbero banali nella loro quasi eccessiva semplicità ma che invece hanno voci e storie molto, molto forti.

Elizabeth Strout ne è forse stata una capostipite con il suo Olive Kitteridge ma anche con tutto il resto della sua produzione (Amy e Isabel, I ragazzi Burgess, Resta con me), e in Tutto è possibile si conferma una maestra nel dare voce a questi personaggi e nel farli sentire vicini a chi legge.

È come se la Strout prendesse per mano il lettore e lo portasse lì, proprio lì, insieme a Pete Burton e a Tommy Guptilli a prendere a martellate una vecchia insegna; insieme a Patty Nickly a lottare contro il suo peso, contro le voci che da sempre la inseguono e contro una ragazzina indisciplinata che forse cerca solo qualcuno che la ascolti; è come se ti facesse andare ospite a casa di Linda e Jay Paterson-Cornell per scoprire le crepe del loro matrimonio che la donna ha sempre finto non ci fossero o ti portasse nella mente di Charlie, quando deve decidere fino a che punto tradire sua moglie. Poi, le parole di Elizabeth Strout accompagnano il lettore in Italia, insieme a Mary, una donna piuttosto anziana, che ha deciso di concedersi una nuova possibilità e un nuovo amore, per poi farlo sedere su una poltrona scomoda insieme a Pete, Lucy e Vicky, a parlare di passato e di famiglia, cercando di non farsi troppo distrarre da quello strano tappeto sul pavimento. E ancora, l'autrice lascia che a servire la colazione a chi la legge sia Dottie nel suo Bed & Breakfast; poi lo porta a scoprire i segreti di un padre che tutti sapevano tranne forse i propri figli, fino ad arrivare, nell'ultimo racconto, a capire insieme ad Abel Blaine, a uno strano Scrooge e a un cavallino dimenticato, che forse, davvero, tutto è possibile.

È un grande romanzo Tutto è possibile di Elizabeth Strout e, anche se forse si sarebbe meritato una cura editoriale migliore da parte del suo editore, conferma esattamente tutte le cose che dicevo all’inizio: Elizabeth Strout è una delle mie scrittrici preferite in assoluto; che un romanzo bello come Olive Kitteridge non so se l’ho mai letto (ma anche che tutti i suoi altri romanzi non sono da meno, Tutto è possibile compreso, ovviamente); che adoro il suo stile, il suo garbo e la sua delicatezza nel descrivere anche le situazioni più tragiche e le vite più banali; che preferivo di gran lunga quando pubblicava con Fazi che non ora con Einaudi.

E che, insomma, tutti dovrebbero leggere i suoi libri.


Titolo: Tutto è possibile
Autore: Elizabeth Strout
Traduttore: Susanna Basso
Pagine: 205
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: Einaudi
ISBN:978-8806229696
Prezzo di copertina: 19 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Tutto è possibile

mercoledì 18 ottobre 2017

Il mondo è bello perché è vario (e anche i libri)

Ieri a Londra è stato assegnato il The Man Booker Prize for Fiction, il premio che ogni anno viene dato al miglior romanzo in lingua inglese.
A vincerlo è stato George Saunders con Lincoln in the Bardo (pubblicato in italiano da Feltrinelli con il titolo Lincoln nel Bardo). È il primo romanzo di questo scrittore americano, finora conosciuto per le sue raccolte di racconti (pubblicate in Italia da minimum fax), ed è stato accolto dalla critica e dai lettori in modo ambivalente.
C’è chi lo ha amato tantissimo, apprezzandone l’originalità stilistica e il modo in cui è stato sviluppato il tema della morte, del passaggio nell'aldilà e del dolore sia di chi se ne va sia di chi resta. C’è chi invece lo ha trovato un romanzo furbo, senza in realtà alcuna originalità, a tratti confusionario e caotico. E, ancora, c’è a chi non è piaciuto perché non ci ha ritrovato il Saunders dei racconti. 
Io appartengo alla prima categoria: ho trovato questo romanzo originale sia per il modo in cui è scritto (fonti storiche inventate si alternano a dialoghi per far progredire la storia) sia per le emozioni che mi ha suscitato. 
Però è la terza categoria quella che mi interessa ai fini di questo post. “Non mi è piaciuto perché non ci ho ritrovato il Saunders dei racconti” o, parlando più in generale di tutti i libri, “Non mi è piaciuto perché non era quello che mi aspettavo”.

Quanto sono importanti le aspettative che i lettori hanno verso un libro nell'apprezzare o meno il libro stesso? 

©Julio Antonio Blasco
Mi è capitato spesso di iniziare le mie recensioni dicendo che per un dato libro avevo aspettative molto alte e poi di confermare o meno se quelle aspettative erano state soddisfatte. 
D'altronde perché scegliamo di leggere un determinato libro o un determinato autore? Perché per qualche motivo, sensato o meno (a volte, per me, può bastare anche la copertina), ci ha attirato; perché ne abbiamo sentito parlare bene da altri; perché lo pubblica un editore che non ci ha mai deluso; o magari semplicemente perché abbiamo già letto qualcosa di quell'autore o di quell'autrice, ci era piaciuto e quindi abbiamo deciso di leggere anche le produzioni successive.
Le aspettative con cui ci approcciamo ai libri, però, se da un lato sono umane e comprensibilissime (d'altronde, se scelgo di leggere un libro anziché un altro è perché mi aspetto di trovarci qualcosa che nell'altro non troverei), dall'altro però rischiano di distorcere, in modo più o meno pesante, il nostro rapporto con quel libro.

A me succede spesso. Leggo un romanzo o un racconto di un autore o di un’autrice che in passato mi era piaciuto e se non ci ritrovo quelle stesse sensazioni provate in passato, per un momento, rimango un po’ delusa. Poi però, nella maggior parte dei casi, riesco a dimenticarmene, ad allontanarmi dal ricordo di cosa avevo letto in passato per concentrarmi su quello che ho di fronte e cercare così di non condizionare il mio giudizio. (Non sempre ci riesco eh, sia chiaro, anche perché non sempre gli scrittori riescono a cambiare drasticamente stile o struttura di un’opera producendo qualcosa di altrettanto bello).

Mi è successo per esempio con Nick Hornby, per citare un autore abbastanza conosciuto nei cui confronti tutti, nel corso degli anni, hanno un po’ cambiato opinione: l’Hornby di Un ragazzo o di Alta fedeltà non esiste più; l’autore stesso ha faticato a rendersi conto che scrivendo in quel modo, forse perché invecchiato, forse semplicemente perché si è esaurito, non funzionava più. Allora se n’è uscito con Funny Girl: un romanzo completamente diverso e che, senza il nome in copertina, difficilmente si sarebbe potuto associare a lui. E, per me, ha funzionato. Il fatto che sia un Hornby completamente diverso non vuol dire che non sia altrettanto valido.
Un altro esempio è J.K. Rowling, che dopo Harry Potter ha pubblicato a suo nome Il seggio vacante, un romanzo completamente diverso, rivolto anche a un pubblico diverso che non sempre è stato in grado di capire che sì, la scrittrice era la stessa, ma il romanzo no. (Poi si è inventata uno pseudonimo, per pubblicare thriller, e ha rivelato di esserne l’autrice solo dopo, onde evitare altri "sì, ma non è Harry Potter").

Parlando di autori più impegnati, invece, direi che anche George Saunders rientra in questa categoria. I suoi racconti sono tutti molto belli e, probabilmente, se non avessi letto quelli (soprattutto Dieci dicembre) non avrei letto nemmeno Lincoln nel Bardo. L’impatto con il romanzo è stato abbastanza traumatico, in effetti. Perché no, non è il Saunders dei racconti e ha scritto un’opera atipica, che forse non è nemmeno classificabile come romanzo. Ma una volta superato lo shock di leggere da parte di un autore una cosa completamente diversa da quella che mi sarei aspettata, be’, quel romanzo l’ho apprezzato eccome (così come ho apprezzato la capacità di Saunders di cambiare stile, di non prendere un suo racconto e semplicemente allungarlo per farlo diventare un romanzo, con il rischio di essere molto meno efficace).

C’è poi un’altra categoria di lettori che, ammetto, fatico un po’ a capire. Ovvero quella che non riesce ad apprezzare un autore perché si aspettava, nei suoi romanzi o nei suoi racconti, di ritrovarci un altro autore. Un esempio è quello successo a La fine dei vandalismi, il primo romanzo della trilogia di Grouse County di Tom Drury, pubblicato in Italia da NN editore. Un romanzo che, di nuovo, io ho amato moltissimo, ma che ha ricevuto pareri contrastanti. Tra le critiche principali c’è quella di non essere come Kent Haruf, l’autore della Trilogia della Pianura, sempre edita da NN editore, che ha avuto un successo (per me meritatissimo) strepitoso.

Ma se in un libro si cerca un altro autore, perché non leggere direttamente i libri di quell’autore? Sì, lo so, può essere che uno abbia già letto tutto e che l’autore, perché ritiratosi o perché, come nel caso di Haruf, mancato, non possa più scrivere niente. Però su che basi si confrontano due autori che sì, hanno forse qualche tratto in comune, ma sono comunque due autori diversi.

In generale, spesso la colpa di questi strani confronti deriva dai blurb che accompagnano le uscite dei libri: quante volte sulle quarte di copertina di un autore vi capita di leggere “è il nuovo Pinco Pallino”? Oppure “in questo libro ci trovate una cosa di Tizio, una cosa di Caio e, già che ci siamo, anche una di Sempronio”?

© Franco Maticchio
È ovvio che leggendo i rimandi si sentono. Anche perché gli scrittori sono (devono… dovrebbero…) essere prima di tutto lettori e si sono formati sulle opere di autori del passato, che hanno influenzato in modo più o meno netto la loro scrittura e il loro stile.
Così come è ovvio che un editore cerca il più possibile di sfruttare il traino del successo di un altro scrittore o di un altro romanzo per vendere.
E, ultima ovvietà lo giuro, è ovvio che un lettore cerchi nei libri qualcosa che gli piaccia e per farlo il confronto con altri autori è quasi inevitabile.

Però noi lettori dovremmo anche saper andare oltre. Staccarci da quell'aspettativa che ci porta a leggere un’opera per un determinato motivo e leggerla, invece, per quello che è. Un’opera a sé, che può piacerci o non piacerci, indipendentemente da cosa abbiamo letto prima.
Anche perché, altrimenti, si potrebbe leggere sempre e solo lo stesso libro, magari cambiando solo qualche riferimento (i nomi dei protagonisti, la città di ambientazione, la professione, etc etc…), così da essere sicuri di leggere sempre la stessa cosa con lo stesso stile. 

Ma che noia, no?

lunedì 16 ottobre 2017

LA SAGA DEI CAZALET vol.5: Tutto cambia - Elizabeth Jane Howard



E così siamo arrivati alla fine. Con Tutto cambia, quinto e ultimo volume, si conclude la saga della famiglia Cazalet della scrittrice inglese Elizabeth Jane Howard, pubblicata in Italia da Fazi editore e tradotta da Manuela Francescon.

Scrivere la parola fine mi provoca una certa nostalgia, la stessa che ho provato quando ho chiuso definitivamente il volume pochi giorni fa. Perché, dopo questo lungo viaggio attraverso diciotto anni e cinque libri, la famiglia Cazalet mi mancherà terribilmente.

E pensare che l'avevo conosciuta quasi per caso, questa famiglia, grazie alla bella copertina del primo volume, Gli anni della leggerezza, che mi ha attirato come una calamita (è opera di Tom Purvis, così come lo sono quelle dei quattro volumi successivi). 


Così mi sono ritrovata a Home Place, un’enorme tenuta nella campagna inglese, in mezzo ai membri di questa numerosa famiglia, proprietaria di un’azienda di legnami: padre, madre, tre figli maschi, una figlia femmina, mogli e uno stuolo di nipoti. Stava per iniziare la seconda guerra mondiale, anche se per il momento sembrava ancora distante, una remota possibilità, che toccava solo di sfuggita le vite di questa famiglia.
Poi la guerra è scoppiata, in Il tempo dell’attesa, e con essa sono cambiate le vite dei Cazalet. Abbiamo letto un susseguirsi di vicende, di dettagli, di paure e, soprattutto, abbiamo visto crescere e maturare tutti i personaggi. C’è stata Confusione, poi Allontanarsi, fino, appunto, ad arrivare a Tutto cambia.

Un titolo che lascia già presagire parte di quello che succederà nel romanzo. Cambiamenti, enormi, nella vita di tutti, che iniziano con la morte della Duchessa nelle primissime pagine: una scomparsa che sembra rompere in qualche modo un equilibrio tra i tre fratelli, Edward, Hugh e Rupert, e che li metterà di fronte a enormi responsabilità che forse prima non erano ben consapevoli di avere. Per non parlare di Rachel, la sorella che da sempre si occupa di tutti tranne che di se stessa, che adesso si ritrova finalmente e per la prima volta ad avere in mano la sua vita.
Nel mentre ci sono le vite dei figli e delle figlie dei fratelli Cazalet, a cui si aggiungono ora anche quelle dei loro nipoti. E quindi ritroviamo Polly e Clary, ora madri e più distanti di quanto non fossero negli altri romanzi ma comunque sempre amiche. Ritroviamo Louise, che sembra in qualche modo aver trovato un suo equilibrio, e Simon e Teddy, che ancora stanno lottando per trovare il loro posto nel mondo, più una nuova generazione di piccoli Cazalet.

È difficile fare un riassunto della trama, sia perché è molto articolata (ed è questa una delle cose che più ho amato dei romanzi di Elizabeth Jane Howard: i dettagli, il raccontare anche episodi che potrebbero sembrare all'apparenza inutili, ma che messi insieme fanno andare avanti la storia e delineano le caratteristiche di ognuno dei suoi protagonisti); sia perché rischierei di rovinare il gusto della lettura a chi questi libri li deve ancora incominciare.

E non me lo perdonerei mai.

Proprio come con i romanzi precedenti, a stupirmi ancora una volta è stata la bravura di Elizabeth Jane Howard nel raccontare queste vite, nel creare questi intrecci che da un lato sì, raccontano semplicemente la storia (moooooolto dettagliata) di una famiglia, ma dall'altro sono anche uno spaccato della società inglese della metà del ‘900. Leggendo i cinque volumi della saga dei Cazalet si legge anche una parte della storia inglese: la leggerezza tra una guerra e l’altra; la paura e l’attesa di sapere cosa ne è stato di chi è stato costretto ad arruolarsi nella seconda guerra mondiale; la confusione negli anni immediatamente successivi al conflitto e il bisogno di ritrovare la propria vita; l’allontanamento dalla famiglia che si vive quando si cresce e si prende consapevolezza di quello che si è e si vuole (o non si vuole) diventare; fino, appunto, all'inevitabile cambiamento finale, in un epoca che va avanti veloce e non aspetta nessuno.

Più volte, durante la lettura, mi sono ritrovata partecipe delle vicende dei suoi protagonisti, quasi come se le stessi vivendo io: alcuni personaggi avrei voluto picchiarli (Edward, mi dispiace, dopo cinque volumi vinci senza alcun dubbio il premio di più antipatico di tutti); altri mi hanno profondamente deluso (il “noooooooooooooooooo” che ho urlato quando ho scoperto cosa aveva fatto uno dei miei personaggi del cuore credo lo abbia sentito tutto il palazzo); altri avrei voluto scuoterli un po' e farli reagire (Rachel, cavolo...) e altri ancora avrei voluto semplicemente abbracciarli e dire loro che si stanno comportando bene e che andrà tutto bene.

Non so come si faccia a scrivere libri così. Come sia riuscita Elizabeth Jane Howard a creare tutto questo e a far sentire il lettore, ogni volta, in ogni volume, quasi come fosse parte della famiglia. 
So che in questi libri e in ognuno dei personaggi c’è qualcosa della scrittrice stessa, so che Elizabeth Jane Howard ha vissuto molti degli episodi raccontati sulla sua pelle e che nella sua vita ha incontrato alcuni dei personaggi che incontrano i suoi protagonisti nel libro. Ed è riuscita a raccontare tutto questo, a dare voce a tutto quello che ha vissuto, alle persone che ha incontrato, all'ambiente che l’ha circondata, attraverso le voci, le vicende, gli intrallazzi, i tradimenti, i dolori e gli amori di questa famiglia. E lo ha fatto incredibilmente bene.

È stato un vero piacere conoscerti, famiglia Cazalet, e percorrere con te un pezzo della vostra vita. Cercherò di venirvi a trovare ogni tanto, risfogliando le vostre storie e quella della vostra fantastica autrice. Chissà che così io riesca a sentire un po' meno la vostra mancanza.

Titolo: Tutto cambia (la saga dei Cazalet vol. 5)
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon.
Editore: Fazi editore
Anno: 2017
Pagine: 610
Acquista su amazon:
formato cartaceo: Tutto cambia. La saga dei Cazalet: 5
formato ebook:Tutto cambia (La saga dei Cazalet)

giovedì 5 ottobre 2017

REQUIEM PER UN'OMBRA - Mario Pistacchio e Laura Toffanello


È da qualche giorno che penso a cosa scrivere di Requiem per un’ombra, il secondo romanzo di Mario Pistacchio e Laura Toffanello pubblicato quest'anno dalla casa editrice 66thand2nd.
Perché vorrei evitare di citare il loro primo romanzo (sì, quello là, quel piccolo capolavoro), così come ho cercato di non pensarci mentre leggevo. Ma è quasi impossibile, purtroppo. Perché se tu autore (voi autori, in questo caso) scrivi un romanzo come L’estate del cane bambino, è naturale che generi una montagna di aspettative nei lettori per il secondo. (Anche perché forse, senza il primo romanzo, io questo Requiem per un’ombra  nemmeno lo avrei letto).

E quindi, per quanti sforzi io possa (e vorrei, davvero) fare, non ci riesco a ignorare l’enorme abisso che, secondo me, c’è tra questi due romanzi.

Lo avevo immaginato, in realtà, già quando avevo scoperto che il nuovo libro sarebbe stato un poliziesco, un hard boiled per essere più precisi: un genere che forse pare semplice e alla portata di tutti. Che ci vuole, in fondo? metti un investigatore tormentato, sempre in bilico tra la legalità e l’illegalità; metti una o più indagini, più o meno oscure; qualche pestaggio; una o due donne misteriose, qualche comprimario e qualche descrizione cupa e tenebrosa et voilà… hai un poliziesco.

E invece no.

Protagonista di Requiem per un’ombra è Sal Puglise, un investigatore privato torinese ormai vicino alla pensione che sta aspettando il grande caso con cui chiudere la sua carriera. In passato lavorava in coppia con un collega, ma qualcosa tra loro si è spezzato e adesso lui avrebbe solo voglia di smettere e riposarsi. Il grande caso sembra arrivare, quando si presenta da lui un tabaccaio che ha picchiato a sangue un rapinatore. Sembrerebbe legittima difesa, ma è la parola del tabaccaio contro quella del ladro. Ci va qualche garanzia di vittoria in più… e bisogna trovarla con discrezione. Puglise accetta il lavoro, facendoselo pagare ben caro… e scoprendo ben presto che è molto più complicato di quello che sembra. Nel frattempo, viene contattato da una donna, Dalia Soriano, che gli chiede aiuto per ritrovare suo fratello Paolo, scomparso da tanti anni. Anche in questo caso, per Sal Puglise le cose si complicano in fretta, riportando alla luce un passato sconvolgente che ancora rischia di rovinare il presente.

Poi ci sono anche altre piccole storie collaterali: quella del barista Sergio e di suo figlio; quella della vicina di casa con cui Puglise condivide cene settimanali; e quella del suo passato, di quello che è successo tra lui e il suo socio.

Perdersi in tutte queste trame e sottotrame è molto semplice. Soprattutto se costruite in modo un po’ raffazzonato, come, purtroppo, in questo caso. Una situazione che si potrebbe anche accettare, se si vedesse che gli sforzi degli autori si sono concentrati su altro: sui personaggi, magari, sulle loro caratteristiche e i loro sentimenti. Invece ci ho trovato solo scimmiottamenti, cliché, elementi già visti e già sentiti in tutti i polizieschi, a cui Mario Pistacchio e Laura Toffanello, per quanto mi riguarda, non sono riusciti ad aggiungere nulla di nuovo (sì, c’è Rico, che mi è piaciuto tantissimo e che ho trovato geniale, anche se sfruttato davvero troppo poco).
Leggendo, a fatica (cosa che per quanto mi riguarda, visto il genere, indica che qualcosa tra me e quel libro non sta funzionando) mi sono chiesta se questo senso di già letto, già visto, fosse una cosa voluta, visto quanto è stata caricata (un esempio: l’investigatore indossa sempre il trench. Ché probabilmente è più figo del loden di manziniana memoria o dell’impermeabile del tenente Colombo).  E non ho trovato una risposta. 

Può darsi che non l’abbia capito io, ci mancherebbe. Però, ecco, per me è stata una vera delusione.

(A tutto questo, aggiungerei che sarebbe servita una miglior cura editoriale, a livello di revisione e di editing del testo, perché ci sono alcune incongruenze, alcune frasi che lette per intero non hanno senso o hanno errori di concordanza che le rendono quasi incomprensibili. Per esempio: I giorni perduti non tornano quasi mai. E quando torna, si presenta senza invito.)

Titolo: Requiem per un'ombra
Autore: Mario Pistacchio, Laura Toffanello
Pagine: 268
Anno: 2017
Editore: 66thand2nd
Acquista su Amazon:
formato brossura: Requiem per un'ombra

giovedì 28 settembre 2017

MIA NONNA SALUTA E CHIEDE SCUSA - Fredrik Backman

"Modificare i ricordi è un bel superpotere" ammette Elsa.
La nonna alza le spalle.
"Se non si riescono a eliminare le cose brutte, basta mettercene sopra altre megliose."
"Non esiste quella parola."
"Lo so."
"Grazie, nonna" dice Elsa appoggiandole la testa sul braccio.
Allora la nonna annuisce e sussurra: "Noi cavalieri del regno di Miamas facciamo solo il nostro dovere".
Perché tutti i bambini di sette anni si meritano dei supereroi.
E chi non la pensa così è fuori di testa.


Ho conosciuto lo scrittore svedese Fredrik Backman con il suo primo romanzo, L’uomo che metteva in ordine il mondo, pubblicato da Mondadori nel 2014.
Ero stata un po’ indecisa se leggerlo o meno, in realtà, per via di quel titolo un po’ respingente nella sua banalità. Ma quel romanzo in qualche modo mi chiamava. E alla fine, superate le remore, è stata una delle letture più belle di quell’anno.
Una rivelazione, sia per quanto riguarda la trama sia per lo stile, per quella capacità che Backman ha di mescolare momenti tristi ad altri molto buffi, scene commoventi ad altre esilaranti.

Due anni dopo è uscito Mia nonna saluta e chiede scusa, sempre edito da Mondadori e tradotto da Andrea Stringhetti. Un titolo che trovo fenomenale e che quindi, alla prima occasione, mi sono fatta regalare. E ci ho ritrovato esattamente tutto quello che avevo trovato nel primo romanzo, con anzi forse qualcosa in più.

Elsa è una bambina di sette anni, quasi otto, con una passione smodata per Harry Potter e Wikipedia, un’intelligenza superiore alla media che agli occhi degli altri bambini la etichetta come diversa, e una nonna supereroe che non sta ferma un attimo e che inventa per lei le avventure più fantastiche. È lei che aiuta la piccola Elsa a sconfiggere le sue paure, è lei che ha creato mondi magici in cui rifugiarsi e creature fantastiche da accudire, è lei che quando la nipote è giù di morale la porta in uno zoo di notte a vedere le scimmie per poi farsi arrestare. Ed è sempre lei che, quando se ne va, lascia in Elsa un vuoto che la piccola non sa bene come colmare. La nonna sapeva che sarebbe stato così, e, come ultimo gesto prima di morire, organizza per Elsa una misteriosa caccia al tesoro, fatta di lettere che la bambina deve consegnare, che la porterà a conoscere meglio tutti i suoi vicini di casa e le loro storie. C’è Alf, tassista scorbutico che beve sempre caffè. C’è la donna con il bambino con la sindrome. C’è quella che si veste sempre di nero, colore della sua anima. C’è Cuore di Lupo, con manie ossessivo compulsive che Elsa si divertirà a stuzzicare. Ci sono Maud e Lennard, la prima e la seconda persona più gentili al mondo, che curano tutto con caffè, abbracci e biscotti a forma di sogni. Ci sono Britt-Marie, che sorride sempre ben disposta e ha un’ossessione per le regole, e il marito Kent, sempre al telefono. E poi ci sono Ulrica, la mamma di Elsa, incinta del suo nuovo compagno George, un uomo che Elsa vorrebbe odiare, un po' perché vuole bene al suo papà sempre dubbioso, un po' perché tutti lo amano. Tanta gente popola quel palazzo e, a poco a poco, Elsa scoprirà tutte le loro storie, tutti i legami che li univano a sua nonna e, soprattutto, tra loro. Legami che difficilmente potranno sciogliersi.

Ancora una volta Fredrik Backman è riuscito a stupirmi. Leggendo Mia nonna saluta e chiede scusa più volte mi sono ritrovata un sorriso sulle labbra, a volte di vera e propria allegria, altre per come l’autore decide di risolvere le situazioni più tristi (di cui questo libro, in effetti, è ricco perché la storia che lega i vari personaggi non è delle più felici) e cercare il più possibile di far stare tutti bene.
Perché si può essere tristi quando si mangiano i babbi natale gommosi. Ma è molto, molto, molto difficile.
(Ok, confesso che a un certo punto ho anche pianto, insieme alla piccola protagonista e ai suoi nuovi amici, ma, di nuovo, era un pianto inevitabile per poter poi stare meglio).

Qualcuno ha definito i libri di questo autore un balsamo per l’anima, dei libri che scaldano il cuore e che, una volta finiti, ti lasciano addosso una bella sensazione. E per quanto io rifugga un po’ queste frasi per descrivere i libri, in questo caso sono semplicemente perfette. È vero, leggi Mia nonna saluta e chiede scusa (ma anche L’uomo che metteva in ordine il mondo) e ti senti bene. È vero, in certe scene senti proprio un calore nel petto, per come viene descritto quello che succede, per il modo in cui questa bambina di sette anni quasi otto guarda il mondo che la circonda e affronta le sue paure. È vero, lo chiudi con addosso una bella sensazione, che non ti lascia, che ritorna ogni volta che ci pensi e che ti fa ritornare lo stesso sorriso sulle labbra di quando stavi leggendo.

E Maud prepara i sogni, perché quando il buio è troppo grande per farcela e troppe cose si sono rotte in troppi modi perché si possano riparare, Maud non sa davvero che arma usare se non i sogni.
Quindi fa così. Un giorno alla volta. Un sogno alla volta. Si può pensare che sia giusto e si può pensare che sia sbagliato. E di sicuro si ha ragione in entrambi i casi. Perché la vita è sia complicata che semplice.
Per questo esistono i biscotti.

E diamine se certe volte servono i sogni e i biscotti. E anche i libri come questo.


Titolo: Mia nonna saluta e chiede scusa
Autore: Fredrik Backman
Traduttore: Andrea Stringhetti
Pagine: 401
Anno di pubblicazione: 2016
Editore: Mondadori
Prezzo di copertina: 19,50€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Mia nonna saluta e chiede scusa
formato ebook: Mia nonna saluta e chiede scusa

giovedì 21 settembre 2017

LINCOLN NEL BARDO - George Saunders

«Ci siamo voluti tanto bene, caro Willie, ma ora, per motivi che non possiamo comprendere, quel legame è stato spezzato. Ma il nostro legame non potrà mai essere spezzato. Tu sarai sempre con me, figliolo, finché vivrò.»

George Saunders è conosciuto, sia negli Stati Uniti sia in Italia, per le sue raccolte di racconti.  Pastoralia, Bengodi e Dieci dicembre sono i titoli che lo hanno fatto conoscere al pubblico italiano, grazie alla casa editrice minimum fax.
Poi qualche tempo fa, è arrivato l’annuncio: George Saunders sta scrivendo un romanzo. La prima domanda che sorge spontanea, o almeno che è sorta a me e che mi pongo ogni volta che sento di autori che fanno questo percorso, è: perché. Perché un autore famoso (ma soprattutto bravissimo) nello scrivere short stories decide di compiere questo passo?  
La seconda, di uguale importanza, è: sarà in grado?

A questa seconda domanda rispondo subito. E avrei potuto già farlo dopo le prime dieci pagine di Lincoln nel Bardo, pubblicato da Feltrinelli e tradotto, come i racconti, da Cristiana Mennella. Sì, è assolutamente in grado.

Anche se Lincoln nel Bardo non è un vero e proprio romanzo. Ed è una cosa fondamentale da sapere, prima di iniziare a leggerlo, perché altrimenti si rischia di perdersi tra le pagine, di confondersi tra le mille voci che la popolano e tutte le fonti, vere o inventate, che George Saunders utilizza per far andare avanti la storia.

Il libro ha come protagonista il presidente Abraham  Lincoln e il suo figlioletto Willie, morto a soli dieci anni per le conseguenze di quello che all’inizio sembrava un banale raffreddore. È il 1862, e Lincoln, un uomo visto sempre come solido e implacabile, si trova ad affrontare al tempo stesso una grande tragedia personale e un grave problema nazionale, ovvero l’esacerbarsi della Guerra Civile iniziata l’anno precedente.
Lincoln proprio non riesce ad accettare la morte del figlio e, per questo, poche ore dopo averlo sepolto, torna al cimitero, per stare ancora un po’ con lui. Per cercare di lasciarlo andare. Una situazione inedita, mai vista dagli abitanti del Bardo, quella specie di limbo della tradizione buddista in cui le anime dei morti sono di passaggio prima di passare alla loro vita eterna. 
Non tutte le anime che popolano questo spazio sanno del futuro che le attende: pensano di essere solo malate e hanno scelto di rimanere lì in attesa di qualcosa.. Credono, infatti, che ci sia ancora una possibilità, nonostante in ogni momento qualcuno di loro se ne vada definitivamente. Ma sanno anche che quello non è il posto adatto per un bambino e quando arriva il piccolo Willie, in tre (Hans Vollman, che gira per il Bardo con un pene enorme, ancora in attesa di consumare il suo matrimonio; Roger Bevins, suicidatosi perché omosessuale ma ancora convinto di essersi salvato; e il reverendo Everly Thomas, che di anime in passato ha già cercato di salvarne, invano) cercano in ogni modo di salvarlo, di farlo andare via da lì presto, prima che sia troppo tardi.

Lincoln nel Bardo ha alcune scene di una forza e di uno strazio inaudite. Dolorosissime e bellissime, per le loro implicazioni. Perché accettare la morte di una persona cara è una cosa difficile, quando questa persona è un bambino lo diventa ancora di più. Anche se sei un presidente degli Stati Uniti.

Ma, al tempo stesso, ci sono anche momenti divertenti, in questo bardo popolato dalle anime più disparate che raccontano la loro storia (si sente un’eco molto forte dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters) e vivono, se così si può dire, il loro presente senza alcuna inibizione di sorta, per poi ritrovare di colpo tutta la loro consapevolezza.
Non mi restava altro che andare.
Anche se le cose del mondo erano ancora con me.
Come, per esempio: un branco di bambini che arrancano sotto una spruzzata obliqua di neve decembrina; un cerino spartito amichevolmente sotto un lampione storto da una collisione; l'orologio ghiacciato di un campanile visitato dagli uccelli; l'acqua fresca da una brocca d'alluminio; asciugare la camicia bagnata dopo un temporale di giugno.
Perle, stracci, bottoni, la frangia di un tappeto, la schiuma di birra.
Qualcuno che ti manda gli auguri; qualcuno che si ricorda di scriverti; qualcuno che si accorge che non sei per nulla a tuo agio.
Il rosso micidiale di un piatto d'arrosto sanguinolento; il palmo che sfiora una siepe mentre corri in ritardo in una scuola che sa di gessetti e legna accesa.
Anatre in alto, trifoglio in basso, il rumore di quando ti manca il fiato.
Una gocciolina nell'occhio che offusca un campo di stelle; la spalla che ti duole dove ci hai appoggiato lo slittino; scrivere il nome del tuo amore sulla brina di una finestra con il dito guantato.
Allacciarsi una scarpa; fare il fiocco a un pacchetto; una bocca sulla tua; una mano sulla tua; il giorno che finisce; il giorno che comincia; la sensazione che ci sarà sempre un altro giorno.
Addio, ora devo dire addio a tutto quanto.

Lincoln nel Bardo è un libro molto difficile da leggere, così come credo sia stato difficile da scrivere. Richiede uno sforzo enorme nel lettore, ancor più se conosceva già Saunders per i suoi racconti, di cui qui non ritroverà nulla. Al tempo stesso, però, è un libro geniale e sono pochi, pochissimi, gli scrittori in grado di scrivere una cosa del genere: mille voci da gestire, mille storie che si intersecano, mille fonti da creare ad hoc (sono vere? Sono inventate?) e riuscire, in tutto questo, a mettere una carica emotiva così forte, che raggiunge il suo apice nella figura di questo presidente e nel suo rapporto con il piccolo Willie.

Dopo forse trenta minuti l'uomo trasandato lasciò la casa di pietra bianca e si allontanò nel buio barcollando.
Entrai e trovai il bambino seduto in un angolo.
Mio padre, disse.
Sì, dissi.
Ha detto che tornerà. L'ha promesso.
Fui preso da una commozione immensa e inspiegabile.
È un miracolo, dissi.
il reverendo everly thomas

Forse sul finale l’effetto si perde un po’, o forse semplicemente ci sono arrivata io un po’ troppo affaticata, dopo tutte queste pagine, queste altalene di momenti strazianti e momenti grotteschi, di voci e di storie. 
Ma Lincoln nel Bardo è sicuramente un grande, grandissimo libro.


Titolo: Lincoln nel Bardo
Autore: George Saunders
Traduttore: Cristiana Mennella
Pagine: 347
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: Feltrinelli
Prezzo di copertina: 18,50€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Lincoln nel Bardo
formato ebook: Lincoln nel Bardo