lunedì 18 settembre 2017

PARADISI MINORI - Megan Mayhew Bergman

Posso spegnere il mio cuore quando voglio, aveva detto.
Per anni le avevo creduto.
Ma ora so qual è la verità. La verità è che siamo pazzi, malati d’amore, tutti quanti.


I primi animali che ho avuto di cui ho memoria sono dei pesci rossi, quando ero bambina. Ce li compravano sempre in coppia, “così si tengono compagnia” ci dicevano i nostri genitori. Poi immancabilmente uno moriva, per qualche strano incidente (un salto fuori dalla vaschetta e giù dal frigorifero; un pesce preso per sbaglio per la coda durante il cambio dell’acqua; troppo cibo) e poco tempo dopo l’altro lo seguiva. Forse da solo si annoiava davvero.
Poi c’è stato un gatto, regalo di alcuni vicini di casa la cui gatta aveva appena partorito. Un gattino grigio, tigrato, con la testa enorme che lontano dalla sua mamma, però, non ci poteva stare. Quindi i vicini se lo sono ripreso.
Qualche anno dopo è arrivato un altro gatto, proprio pochi giorni prima del periodo più brutto della mia famiglia e, per quanto possibile, lo ha alleviato. Era un gatto rosso, buffo da piccolo e molto selvaggio una volta cresciuto: si divertiva a provocare il cane dei vicini, andando avanti e indietro di fronte al suo cancello, e ad attaccare rissa con gli altri gatti della zona. È stato brutto quando se ne è andato.
Poi ci sono stati altri pesciolini rossi (Ettore, sarai sempre nel mio cuore), dei cagnolini e ora un’altra bellissima gatta.

È incredibile quanti animali attraversino la nostra vita, spesso senza che ce ne rendiamo conto.  A volte lasciano un segno profondo, altre sono solo di passaggio e destinati a essere dimenticati. Ed è probabilmente questo che ha pensato Megan Mayhew Bergman quando ha scritto il suo Paradisi minori, una raccolta di racconti da poco pubblicata in Italia da NN editore con la traduzione di Gioia Guerzoni.
Dodici racconti, uno più bello dell’altro, in cui la vita degli animali si mischia a quella degli esseri umani che sono accanto a loro, in modo a volte più netto, altre solo di sfuggita.

C’è una donna che cerca disperatamente il pappagallo di sua madre, per sentire ancora una volta la sua voce. Ce n’è un’altra che sta per avere un figlio e che immagina la sua gravidanza come quella degli animali che suo marito, veterinario, cura.


Raccontami ancora della riproduzione del giaguaro, dissi.
La gestazione dura poco più di novanta giorni. Se allo stato brado le vengono sottratti i cuccioli la madre li cerca per ore, ruggendo di continuo.

Lo farei anch’io, dissi. Te lo giuro.

Ce n’è un’altra che aiuta suo padre a inseguire un sogno, quello di avvistare un picchio dal becco avorio, e intanto si innamora; e ancora una che sa proteggere un lemure in mezzo a una tempesta di neve e di ghiaccio, ma non riesce ad amare e farsi amare da sua figlia.

Voglio esagerare, spiegare, esaltare, espiare. Voglio raccontarle della proscimmia in via d’estinzione che ho nell’armadio. Voglio chiamarla e dirle che le voglio bene. Voglio raccontarle un’altra storia a cui lei non crederà.

Un’altra che si rifugia in un cottage, dopo aver scoperto di essere stata tradita dal marito, e immagina se stessa come un airone azzurro, che una volta era bello ma poi ingrigito dal tempo che passa; una giovane veterinaria che viene mandata ad analizzare lo stato di salute degli animali di una prigione e che ha ancora i segni sulla sua pelle di uno stupido errore del passato che condizionerà per sempre il suo presente; una donna che accoglie ogni tipo di animale ma è incapace di far rimanere con sé un uomo. Ce n'è poi un’altra che coltiva un orto urbano, ma che dentro di sé non riesce a far crescere nulla se non il senso di colpa verso il suo cane; e un’altra ancora che accompagna sua madre che sta per morire e affronta un coyote nella notte per poi rifugiarsi in un abbraccio; per arrivare a quelle balene che oggi cantano con toni più bassi, che spingono i loro piccoli in superficie per farli respirare quando nascono e a quella donna che ha sempre creduto che riprodursi in questo mondo fosse un gesto egoista ma che ora deve fare i conti con la realtà, con l’idea di famiglia e di protezione che ha sempre avuto e con quell'essere che cresce nella sua pancia.

Chiamai a casa. Rispose mio padre. Ciao papà, dissi. Posso parlare con la mamma?
Un attimo, disse. Penso sia fuori con il cane. Come stai tesoro?

Papà era infinitamente affidabile, il padre per antonomasia, mi mandava fiori per il compleanno, mi chiamava spesso, teneva i miei disegni delle elementari incorniciati in ufficio. In quell'istante, sentendo la sua voce, mi venne voglia di avere di nuovo dieci anni, di non sapere nulla del mondo, di sentirmi al sicuro davanti a casa a guardare la mamma che faceva giardinaggio e papà che grigliava hamburger, e a pensare solo ai compiti di ortografia o a prendere l'autobus. Oppure quando andavamo tutti insieme a camminare nei boschi di Camden, dopo il viaggio in macchina sui tornanti della Kancamagus Higway con la radio accesa.

Per poi finire con un cane che ingoia un calzino e salva una famiglia da un orso e una figlia che segue il padre malato mentre, in un futuro quasi apocalittico, va a pesca con la sua innamorata.

Dodici racconti, dodici storie che vedono come protagoniste delle donne in momenti diversi della loro vita: donne tristi, sole, tradite, donne che si ritrovano ad affrontare un imprevisto che mette in discussione tutto quello che sono state finora. Ma anche donne piene di vita, che cercano in ogni modo di raccogliere i pezzi di quello che è rimasto e fare la scelta giusta.
Sono donne molto umane, ma anche molto animali, perché è in essi (un pappagallo, un lemure, una balena, un giaguaro, un cane, un airone azzurro…) che si rispecchiano e, a volte, trovano o ritrovano se stesse.

Fatico un po’ a dire quale sia il mio racconto preferito (se proprio dovessi scegliere, forse direi Le balene di ieri), perché sono tutti molto belli, tutti un condensato di emozioni, dolorose e bellissime. E perché in ognuno di essi ci si può ritrovare qualcosa di sé
Di quei pesci rossi, di quei gatti e di tutti quegli animali che da sempre popolano, in un modo o nell’altro, la nostra vita.

Titolo: Paradisi minori
Autore: Megan Mayhew Bergman
Traduttore: Gioia Guerzoni
Pagine: 240
Editore: NN Editore
Prezzo di copertina: 18,00€
Acquista su Amazon:
formato brossura:Paradisi minori
formato ebook:Paradisi minori

martedì 12 settembre 2017

Il mio Festivaletteratura di Mantova 2017

Da mercoledì 6 a domenica 10, a Mantova, si è tenuta la XXI edizione del Festivaletteratura.
Sono stata a questo festival per la prima volta l’anno scorso e, per tutta una serie di motivi (l’atmosfera che si respira per le vie della città; la possibilità di incontrare gli autori non solo durante gli eventi ma anche per strada, mentre si fanno gli affari loro; il cibo e i dolci; e, soprattutto, la prima gita insieme a Luca) me ne ero pazzamente innamorata.
Un amore che si è confermato anche quest’anno, nonostante qualche piccola difficoltà organizzativa iniziale.

Il primo enorme scoglio da superare per andare al Festivaletteratura, infatti, è riuscire destreggiarsi in mezzo al vasto, vastissimo programma e ai luoghi degli eventi. Tanti incontri, in diversi punti della città che di primo impatto non si capisce quanto siano lontani tra loro (in realtà sono tutti raggiungibili in massimo quindici minuti a piedi dal centro), e che richiedono quindi una certa attenzione al momento della selezione.

Subito dopo c’è la questione della prenotazione dei biglietti. Io, per fortuna, avevo il pass stampa, ma abbiamo comunque dovuto prenotare qualche biglietto in anticipo. Alle 9.05 del giorno dell’apertura delle prenotazioni per i non soci, molti eventi online erano già esauriti. Telefonando qualche posto si trovava ancora, però come sistema, effettivamente, è un po’ scoraggiante. Soprattutto quando poi, una volta là, ti rendi conto che a molti eventi si riesce a entrare acquistando il biglietto sul posto (sì, anche quelli dati per esauriti online o in biglietteria), a fronte di code più o meno lunghe (in alcuni casi, arrivi sul posto, lo acquisti ed entri; in altri fai un bel po’ di coda): credo ci sia una ripartizione dei biglietti tra i vari canali di vendita, per fare in modo di accontentare più gente possibile. Un sistema che forse andrebbe comunque rivisto, così come andrebbe aggiunta una sorta di abbonamento a un prezzo ridotto per partecipare a un tot numero di incontri (la media dei biglietti d’ingresso è di 6€, che non sono tanti se si partecipa a uno o due eventi, ma lo diventano se il numero cresce).

Quindi, stilato l’elenco degli incontri a cui partecipare, localizzati sulla mappa i luoghi in cui si svolgeranno e prenotati i biglietti (e anche un luogo dove stare a Mantova, se è previsto un soggiorno di più giorni… noi siamo andati in un bellissimo appartamento a pochi km dalla città, con, tra le altre cose, un divano magnifico), si può partire.
Noi siamo arrivati il giovedì nel tardo pomeriggio, pochi minuti prima che scoppiasse un enorme temporale. Abbiamo aspettato che smettesse (addormentandoci sul suddetto divano) e poi siamo andati in città, poco prima di cena.


Abbiamo fatto un giro di ricognizione alle bancarelle dei libri usati che ogni anno popolano i portici di Palazzo Ducale e poi siamo andati a mangiare (i tortelli di zucca).

Il Festivaletteratura vero e proprio, per noi, è iniziato il venerdì pomeriggio, con l’incontro con lo scrittore americano George Saunders, di cui è appena uscito per Feltrinelli il primo romanzo, Lincoln nel bardo.
A presentarlo, nella cornice di Palazzo San Sebastiano, c’era Marco Malvaldi in pantalocini corti e, soprattutto, un po’ in soggezione.


L’incontro è partito con la domanda di rito su Donald Trump: una domanda banale, forse, ma anche inevitabile considerando l’epoca che stanno vivendo gli Stati Uniti e il fatto che comunque il protagonista di questo primo romanzo di Saunders è proprio un presidente (e poi credo sia abbastanza impensabile separare letteratura e vita politica, in questo momento. Soprattutto se sei uno scrittore di quel calibro). Lui ha risposto: “He is us”, ovvero che Trump fa parte degli americani, che ogni presidente viene dalla storia, nel bene e nel male.
Poi si è passati a parlare di Lincoln nel Bardo, il suo primo romanzo, e del suo significato: Lincoln si ritrova ad affrontare la morte del figlioletto, finito adesso in quel bardo (ovvero una specie di limbo, secondo la filosofia buddista). Ci si trova di fronte a un presidente dolce, intelligente, ma in qualche modo anche sconfitto dalla vita.
La particolarità di questo romanzo sta poi nella tecnica narrativa: George Saunders, attraverso un enorme lavoro di ricerca che lo ha tenuto impegnato per molti anni, utilizza fonti, ritagli, notizie, alcune vere altre inventate da lui per portare avanti la storia. (“Ci si deve sentire proprio dei gran fighi, a scrivere un romanzo così” gli ha fatto notare Marco Malvaldi).
Alla domanda su quali libri, invece, legge, Saunders ha citato i romanzi russi come i suoi preferiti. In particolare Le anime morte di Gogol di cui ha detto: “Sono sicuro che, se Dio pensa a noi, lo fa nel modo in cui Gogol pensa ai suoi personaggi". Ha poi citato anche i Peanuts, nella versione fumetto e nella versione cartone, come suo modello: questi personaggi con la testa enorme, che si muovo su uno sfondo quasi inesistente, e che dimostrano che se si è grandi dentro non importa molto cosa ci sia fuori.
Altre domande di rito, tra cui i rapporti con i social network in cui in qualche modo siamo tutti scrittori e bisognerebbe quindi prestare attenzione a cosa si scrive, e, visto l’argomento del libro, il rapporto tra vita e morte (“è più doloroso per chi se ne va o per chi resta?”).

Finito l’incontro con Saunders, siamo tornati in centro: Luca per andare di nuovo alle bancarelle dei libri usati (“prima si fa un giro di ricognizione, poi si compra senza pietà") e io per partecipare all’incontro Roma-Aosta solo andata con Antonio Manzini e Marco Giallini nel cortile di Piazza Castello.



Non credo serva che vi dica quanto sia stato figo, quest’incontro. Sì, anche se non aveva una scaletta vera e propria ma c’erano due lì che parlavano e dicevano cazzate. Sì, anche se Manzini all’inizio aveva mal di testa e all’inizio sembrava un po’ spento. Ho riso per un’ora, tra i loro aneddoti (e una bellissima dichiarazione d’amicizia di Manzini per Giallini) e le loro battute. Ho scoperto anche che stanno per iniziare a girare la seconda serie di Rocco Schiavone, che sarà formata da quattro puntate, due tratte da 7-7-2007 e due dal nuovo romanzo Pulvis et umbra. Loro due, insieme, sono esattamente come me li ero immaginati: fenomenali (e anche particolarmente gnocch...ehm, piacevoli da guardare).

Dopo cena, siamo invece andati all’incontro L’amore si impossessava di lei, con protagonista Artemis Cooper, la biografa di Elizabeth Jane Howard (sia la biografia sia i romanzi della Howard sono pubblicati da Fazi editore). 



In dialogo con Stefania Bertola, Artemis Cooper ha ripercorso un po’ la vita della scrittrice inglese, raccontando anche aneddoti personali sul loro rapporto (“Jane era una bravissima cuoca”). Quello che è venuto fuori, paradossalmente, è una specie di ritratto di tutta la famiglia Cazalet, che si concentra in un’unica donna: Elizabeth Jane Howard stessa, infatti, ha dichiarato più volte che in tutti i personaggi della sua saga c’è qualcosa di lei (in particolare in Louise, ma anche nelle altre due cugine, Polly e Clary). Si è poi passati a raccontare del suo rapporto con l’ingombrante marito Kingsley Amis, che finché sono rimasti insieme le ha quasi impedito di avere successo (però ora se si va in una libreria inglese di Kingsley Amis si trovano uno o due libri, mentre la Howard occupa pareti intere).
L’incontro con Artemis Cooper è stato davvero bello e avrei voluto che non finisse mai: mancavano giusto i pasticcini e un po’ di tè, per rendere perfetta l’atmosfera che ha creato con le sue parole e i suoi sorrisi. Si è percepito chiaramente quanto tenesse a questa biografia e, soprattutto, alla sua protagonista (che lei ha conosciuto da bambina, perché i suoi genitori erano molto amici di Jane e del marito).

Il primo incontro di sabato mattina è stato con Harry Parker, ex-soldato dell’esercito inglese e autore di Anatomia di un soldato, edito da Sur. Avrebbe dovuto essere in compagnia di Brian Turner, autore di La mia vita è un paese straniero (NN editore), che però è stato fermato dall’uragano Irma. Ed è stato un vero peccato, perché sarebbe venuta fuori una presentazione eccezionale.



È la seconda volta che partecipo a un incontro con Harry Parker ed è la seconda volta che un po’ mi commuovo. Per il suo modo di parlare, per la sua lucidità nel raccontare la guerra e quello che gli è successo, senza mai cadere nel pietismo o nell’autocommiserazione (nonostante il relatore, Carlo Annese, abbia insistito troppo sul fatto che Parker sia senza gambe e che quanto raccontato nel libro sia la sua storia… ma lo scrittore è stato bravo a non cadere nel tranello). Tra le cose che più mi hanno colpita c’è il fatto che lui abbia ribadito più e più volte che mentre era in Afghanistan, oltre a combattere, ha tentato in ogni modo di rendere la presenza dell'esercito il più semplice possibile per i civili, che da questa guerra non si libereranno mai (“noi soldati, dopo sei o sette mesi, torniamo a casa. Loro no, casa loro è la guerra”), così come il suo aver sottolineato che i media e il modo in cui viene fatta la comunicazione in tv oggi trasmette una visione completamente offuscata di come sia effettivamente la guerra in medio oriente.
Dal pubblico, a fine incontro, hanno di nuovo provato a chiedergli come si vive senza gambe e a quale è stato il suo percorso di accettazione di quello che gli è successo. E ancora una volta lui è stato bravissimo a non cascarci, perché “io non sono le mie ferite”.

Usciti dall'incontro con Parker siamo andati a prendere uno spritz al bar con un amico e, mentre eravamo lì seduti ai tavoli, dietro di noi sono passati Marianne Leone, Chris Cooper e Elizabeth Strout (sì, ho visto Elizabeth Strout mentre bevevo uno spritz piuttosto alcolico).

Marianne Leone e Chris Cooper li abbiamo rivisti nel pomeriggio, alla presentazione di Jesse, il libro pubblicato da Nutrimenti edizioni che la donna ha scritto per raccontare la storia di suo figlio, nato con una grave paralisi cerebrale.


Il libro è ricco di momenti tristi (inizia proprio con il racconto della morte del ragazzo, avvenuta quando aveva diciott'anni), ma è anche un enorme inno alla vita, al combattere, al non arrendersi di fronte alle ingiustizie e a una società spesso incapace di accettare il diverso.
Inutile dire che l’incontro è stato molto toccante e molto commovente, ma anche pieno di delicatezza (l’amicizia tra Marianne Leone e Davide Ferrario che l’ha intervistata ha reso l’intervento ancor più prezioso, così come l’incredibile sorriso della donna) e sì, anche di momenti divertenti.
Alla fine non ho avuto il coraggio di andare a farmi autografare il libro: temevo che sarei scoppiata a piangere di fronte a questa donna forte, dal sorriso magico, che sta girando l’Italia per raccontare la storia di suo figlio che oggi non c’è più. Ci è andato Luca per me, ma alla fine sono riuscita a stringerle almeno la mano.

Il nostro Festivaletteratura è finito con questo incontro (e una mangiata subito dopo). Ed è stato proprio bello, come l’anno scorso. Mantova è una città bellissima, che in quei giorni lo diventa ancora di più, per l’atmosfera che si respira e per le persone che la popolano, scrittori e non (“Guarda, c’è Saunders!” credo sia stata la frase che abbiamo ripetuto più spesso in giro per la città). 
Siamo tornati a casa io con una torta sbrisolona e un pass sbiadito, Luca con una decina di libri usati, ed entrambi con la voglia di tornarci anche l’anno prossimo. 


lunedì 11 settembre 2017

PULVIS ET UMBRA - Antonio Manzini



A un anno e un mese di distanza da 7-7-2007, Antonio Manzini è tornato in libreria con una nuova avventura del vicequestore più fig… ehm… più burbero del mondo, Rocco Schiavone. 
Un libro che ho atteso molto, questo Pulvis et umbra (uscito per Sellerio il 31 agosto), soprattutto dopo le emozioni che mi aveva trasmesso il volume precedente e dopo il successo della serie tv andata in onda l’autunno scorso su Rai2, in cui Rocco è stato interpretato da uno strepitoso Marco Giallini.

Da un lato, infatti, avevo una voglia matta di tornare ad Aosta, di scoprire come se la stava cavando adesso il vicequestore, dopo aver raccontato tutta la sua storia ai suoi superiori e aver dovuto fare i conti, ancora una volta, con i sensi di colpa. Volevo vedere anche come si stavano mettendo le cose tra Italo e Caterina, se il buon D’Intino era sempre così stordito e soprattutto come stava vivendo la situazione Seba, dopo aver perso l’amore della sua vita. Dall’altro, però, avevo paura che l’aver visto la trasposizione sullo schermo mi facesse un po’ perdere il gusto della lettura. 
Anche se molto spesso durante la lettura all’immagine di Rocco si sovrapponeva quella di Marco Giallini, devo dire che no, non è successo. Ho divorato Pulvis et umbra proprio come avevo fatto con i romanzi precedenti. E, proprio come con i romanzi precedenti, ora che l'ho finito non vedo l'ora che esca il prossimo.

La trama si sviluppa su due fronti: nella prima parte siamo ad Aosta, dove sulle sponde della Dora viene ritrovato il cadavere di una trans. Rocco e la sua squadra sono chiamati a indagare e il tutto sembra ruotare attorno al palazzo dove la donna esercitava. Ben presto, però, il vicequestore si rende conto che c’è qualcosa di potente dietro a questa storia, qualcosa su cui forse non dovrebbero indagare e che potrebbe mettere a rischio la vita sua e dei suoi agenti. Nella seconda parte, invece, si riprende il filo della storia romana: quella nata con Marina tanti anni fa, riportata alla luce con l’uccisione di Adele e che Rocco, per una volta, sta cercando di risolvere nel modo più giusto. Per se stesso, ma anche e soprattutto per non mettere ancor più nei guai il suo amico Seba. Il tutto si trasforma in una lunga caccia all’uomo, che da Roma si sposta verso nord, fino a un epilogo che è un colpo al cuore.

Ce ne sono tanti di colpi al cuore in Pulvis et umbra. Alcuni sono di pura tenerezza, come il bel rapporto che si sviluppa tra Rocco e il suo vicino di casa adolescente Gabriele, o quello con Lupa, la sua cagnolina che il vicequestore, anche in pubblico, non si fa alcun problema a chiamare amore; altri sono tradimenti e perdite di fiducia che sarà difficile, se non impossibile, recuperare. 

Già durante la lettura, mi sono ritrovata a pensare a quanto incredibilmente bravo sia Antonio Manzini nello scrivere le avventure di Rocco Schiavone. Siamo arrivati al sesto volume, con una trama secondaria che è partita dal primo (Pista nera) e che piano piano ha raggiunto il suo climax ed è presente ancora oggi. Avrebbe potuto logorarsi nel corso di sei romanzi. Iniziare a sfilacciarsi, diventare noiosa, perdere di forza e, perché no, trasformare quel gran personaggio di Rocco Schiavone in una macchietta di se stesso. E invece no, ogni romanzo è come il precedente e al tempo stesso ti lascia qualcosa di più. In ogni romanzo Rocco evolve, sviluppa sentimenti nuovi, diventa più riflessivo e meno impulsivo, matura in qualche modo. Tutto questo, ovviamente, sempre accompagnato dalla sua irriverenza, dalla sua ironia, oltre che dalle sue innumerevoli rotture di coglioni.

Pulvis et umbra mi è piaciuto tanto. Mi è piaciuto Rocco (vabbè, di lui sono innamorata, c’è poco da fare) e mi sono piaciute le storie e i personaggi che ruotano intorno a lui (con una menzione speciale a Michela Gambino, la nuova esperta della scientifica, nonché complottista). Certo, per il colpo di scena finale un po’ ci sono rimasta male, devo dir la verità, ma questo forse dimostra ancora di più quanto io ami questi romanzi e, soprattutto, la bravura di Antonio Manzini.

Ora non resta che aspettare un altro anno, per sapere come si rialzerà questa volta Rocco dalle mazzate che, di nuovo, si è preso.


Titolo: Pulvis et umbra
Autore: Antonio Manzini
Pagine: 403
Editore: Sellerio
Anno: 2017
Acquista su Amazon:
formato brossura: Pulvis et umbra

lunedì 4 settembre 2017

IL MAESTRO E MARGHERITA - Michail Bulgakov


Mentre in rete imperversava l’ennesima polemica sulla lettura e ruolo formativo dei classici (nel caso ve la foste persa: è uscito un articolo sul Il fatto quotidiano in cui Francesco Musolino ha chiesto a dieci giovani scrittori italiani quale classico non hanno letto. Un articolo più o meno ironico, molto breve, da cui sono nate accuse di ignoranza verso tutti i giovani scrittori, schieramenti, insulti e ritrattazioni varie, nonché, ovviamente, almeno altri tre articoli), io mi sono finalmente decisa a leggere Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov.

Sì, sono arrivata a trentadue anni senza mai aver letto quello che è considerato uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale.

I motivi sono diversi.  Il primo è che ho un rapporto un po’ altalenante con i classici: ne ho letti in passato e li leggo ancora adesso, ma non così di frequente. Credo che i classici abbiano ancora tanto da dire (forse una definizione di classico è proprio questa: un romanzo che, per forma e contenuti, resiste al passare del tempo), ma che non si possa leggere solo quelli. Devono essere in qualche modo complementari ai romanzi moderni e considerando quanti libri interessanti escono ogni giorno, fatico sempre un po’ a ricavare del tempo per leggere libri del passato.

Il secondo è che leggere i classici mi spaventa un po’. Quando tutti di un libro dicono che è un capolavoro io ho sempre paura ad approcciarmici. E se poi a me non piace? E se poi io non ci trovo nulla di quanto è stato esaltato quasi da tutti? Da un lato penso “vabbè, pazienza”, dall’altro però è bastato vedere che cosa ha scatenato quella polemica di fine estate di cui si parlava prima, per capire che ci sono romanzi che sembrano quasi intoccabili. Li devi aver letti e ti devono assolutamente essere piaciuti. 
Questa paura si amplifica quando si parla di romanzo russi. Ho studiato Anna Karenina senza mai averlo letto nella sua interezza. Ho letto tutto Delitto e Castigo ed è stata una mezza sofferenza che ha quasi azzerato la mia voglia di riprovarci ancora.

Però era da un po’ di tempo che Il maestro e Margherita mi stava quasi perseguitando. Da quando ho letto questo bellissimo articolo di Serena Daniele per la rubrica "Libri tanto amati" sul blog di Giacomo Verri, è iniziata a venirmi un po’ di curiosità. Curiosità che è aumentata, dopo aver visto che Bookriot ha inserito il romanzo di Bulgakov tra i dieci romanzi che meglio incarnano la definizione di realismo magico, fino al punto da dover assolutamente rimediare questa lacuna dopo aver sentito da più fronti, anche quelli meno dittatoriali riguardo alla lettura di certi libri, che sì, forse avrei dovuto leggerlo.
E quindi in un caldo pomeriggio d’estate ho deciso che era arrivato il momento di Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov. 

La trama è nota a tutti. Il maestro del titolo è uno scrittore che è stato emarginato dalla Cultura ufficiale sovietica dopo aver scritto un romanzo su Ponzio Pilato, di cui è stata rifiutata la pubblicazione. Il maestro ora vive in un manicomio e di lui sembra ricordarsi solo la bella Margherita, la sua amante.
Nel frattempo, in città è arrivato Voland, il diavolo, che sta per celebrare un sabba. Deve però trovare la donna giusta per parteciparvi. Nell’attesa di incontrarla, accompagnato dal gatto Behemot e da un altro aiutante, stravolge la vita di chiunque incontri in città. La strada di Voland incrocia poi quella di Margherita e, di conseguenza, anche quella del maestro.
In parallelo si legge poi la storia di Ponzio Pilato, quella raccontata nel libro del Maestro. Un racconto nel racconto, che all’inizio lascia un po’ interdetti (nel romanzo compare prima questa storia del personaggio del maestro), ma che poi, con lo stratagemma del racconto nel racconto, man mano che si procede con la lettura acquisisce un senso.
A queste due vicende principali se ne intersecano poi altre: piccole trame minori, a volte anche solo semplici episodi, che servono a tratteggiare le caratteristiche di Voland e il ruolo che il diavolo può avere nella società.

Non ho impiegato molto tempo per leggere Il maestro e Margherita. E, probabilmente, se non avessi letto la prima edizione con la prima traduzione (a opera di Maria Olsoufieva), il tempo di lettura sarebbe stato ancor più breve. Perché sì, pur essendo un romanzo russo, Il maestro e Margherita è scorrevole e in molti punti anche molto divertente.

A quasi due settimane dalla fine della lettura, però, ancora non riesco a stabilire se questo romanzo mi sia piaciuto o meno. Un senso di inquietudine molto forte, infatti, ha iniziato a pervadermi già dopo poche pagine dall'inizio. Un effetto che Bulgakov è stato bravissimo a trasmettere e che è ovviamente una parte integrante del romanzo e della sua bellezza, che però forse su di me ha un effetto non del tutto positivo.

Questa sensazione, quasi di paura, non se ne è andata nemmeno nei giorni successivi e anche adesso che ci ripenso per scrivere, rimane dominante rispetto a tutto il resto. Rispetto alla genialità di Bulgakov nel creare queste trame e incastrarle tra loro; rispetto al divertimento di alcune scene e alla bellezza di alcuni personaggi (ovviamente sono innamorata del gatto Behemot… che, ahimè, nella traduzione in cui ho letto io il romanzo si chiama ancora Ippopotamo); rispetto persino alla storia d’amore tra il maestro e Margherita, disposta a tutto pur di riabilitarlo.

Scultura dedicata ai protagonisti di Il maestro e Margherita, a Mosca (Fonte: Ruslan Krivobok/RIA Novosti)
È la figura di Voland, ovviamente, ad avermi creato tutta questa inquietudine. Questo diavolo che arriva in incognito e fa da un lato scherzi quasi simpatici, dall’altro funeste e angoscianti previsioni di morte. Questo diavolo che deve celebrare un sabba (una scena abbastanza cruenta, per quanto mi riguarda) e che fa sfilare le sue vittime davanti a una regina, perché illustrino le loro terribili pene. 
Questo diavolo che ha potere di vita e di morte su tutti quelli che incontra e che è potrebbe essere ovunque, in mezzo ai protagonisti ma anche in mezzo a noi, senza che ce ne rendiamo conto.

In questo personaggio e in tutte le sue implicazioni sta tutta la bravura di Bulgakov, ne sono più che consapevole. Ma sta anche tutto quello che in me ha causato un’inquietudine talmente profonda da farmi quasi chiedere chi me l’abbia fatto fare di leggere finalmente questo libro, perché non so quando questa sensazione se ne andrà. Un libro che provoca tutto questo è sicuramente un capolavoro e, se torniamo alla definizione di classico detta all’inizio, ovvero un romanzo che avrà sempre qualcosa da dire nonostante gli anni che passano e i tempi che cambiano, sicuramente Il maestro e Margherita è un classico, forse addirittura IL classico.

Però, forse, non è quello che fa per me.

Titolo: Il maestro e Margherita
Autore: Michail Bulgakov
Traduttore: Maria Olsoufieva
Pagine: 410
Anno di pubblicazione: 1973
Editore: Garzanti
Acquista su amazon:
formato brossura: Il Maestro e Margherita

venerdì 1 settembre 2017

VERSILIA ROCK CITY - Fabio Genovesi

Il piccolo Mozzi sa un sacco di cose sulla vita, anche se la vita non sa niente di lui. Una specie di amore non corrisposto. Sa che gli uomini molto muscolosi non possono accostare le braccia ai fianchi, che le orche assassine tra loro non si assassinano mica e anzi quando si incontrano si presentano con nome e cognome, che il colore della domenica pomeriggio è fegato misto al viola, che la corteccia degli alberi è amara e anche la terra. E un'altra cosa che sa è questa, che i fatti quando succedono succedono così, tutti insieme.


Versilia Rock City, pubblicato per la prima volta nel 2008 da Transeuropa e poi di nuovo da Mondadori in una versione revisionata nel 2013, è il primo romanzo di Fabio Genovesi.

È un’informazione importante, questa. O almeno lo è stata per me, che ho iniziato a leggere questo scrittore toscano partendo dal suo ultimo romanzo, Chi manda le onde, innamorandomene perdutamente. Ho poi recuperato Esche vive, il suo penultimo, e anche in quel caso mi sono divertita da matti. Ero quindi molto curiosa di leggere altro, e dato che il suo nuovo romanzo, Il mare dove non si tocca, uscirà il 5 settembre (sempre per Mondadori), per ingannare l’attesa ho recuperato appunto Versilia Rock City. Per scoprire dove tutto è cominciato.

Ed è cominciato tutto a Forte dei Marmi, d’inverno, con la storia di quattro personaggi le cui vite non stanno andando esattamente come avevano immaginato. Mario, per esempio, per un certo periodo è stato un dj di successo, ma da diversi anni vive con sua madre letteralmente tappato in casa, senza mai muoversi. Renato, invece, si è trasferito a Milano, a gestire un’agenzia internazionale di modelle, ha detto ai suoi amici, a organizzare finti viaggi esotici per chi non se li può permettere invece. Roberta è un avvocato di successo, che fa tutte le cose che da lei ci si aspetterebbero: va in enoteca, esce con i colleghi, rispetta sempre le regole, ha una vita piena, anche se in realtà si sente molto sola. Lo capisce quando nella sua vita ricompare Nello, un ex tossico che ora vive in un capanno nel cortile di casa di Mario, suo nipote, e sogna di diventare un pirata.

Le vite di tutti e quattro all’improvviso vengono stravolte, in modi abbastanza bislacchi: c’è chi riceve una mail piccante che potrebbe cambiargli la vita; chi si ritrova ad affrontare le conseguenze di un tsnunami; chi si innamora perdutamente di qualcuno di cui sarebbe meglio non innamorarsi e chi, invece, scopre di avere un piccolo sé, di cui tutti tranne lui erano all’esistenza. 

Ecco cosa può succedere a Forte dei Marmi d'inverno. Ecco come quattro vite possono venire completamente stravolte all’improvviso e quasi senza un senso, per poi scoprire che forse, dopotutto, un senso si può trovare anche in questi casi. Anzi, soprattutto.

Ho un brutto rapporto io col passato. Mi sa che a un certo punto ci siamo fatti uno sgarbo e non ci parliamo più. E anche il futuro, che io giuro non gli ho fatto niente, evita di frequentarmi. Secondo me è il passato che gli parla male di me.

Versilia Rock City, dicevamo, è il primo romanzo di Fabio Genovesi. E si sente. Lo stile non è ancora quello dei romanzi successivi: fa ridere e ci sono alcune grandi verità che quasi sfuggono, piazzate lì per caso tra una parolaccia, un episodio buffo e grottesco e una valanga di sfighe, questo sì, ma manca qualcosa di ciò che mi ha fatto amare Esche vive e Chi manda le onde.
Anche la trama, in alcuni punti, è forse un po’ troppo frettolosa: di quasi tutti i personaggi avrei voluto sapere di più, sul come sono arrivati a essere quello che sono, sul legame che li unisce. Mancano un po’ di risposte a certi perché che inevitabilmente sorgono durante la lettura.

Ma il ragazzo si doveva ancora fare, è evidente. E come esordio non è per niente male. Perché se da un lato ci sono alcune mancanze, non si può negare che ci siano già molti accenni dei suoi tratti distintivi: il linguaggio, l'ironia, i personaggi quasi grotteschi e soprattutto un grande, grandissimo bambino (i bambini come li racconta Genovesi mi commuovono sempre tanto).

Non so dire, però, se partendo da Versilia Rock City mi sarei comunque innamorata così tanto di questo scrittore: mi avrebbe  lasciato un po’ di curiosità per i romanzi successivi, ma forse non al punto da non vedere l’ora che esca una sua nuova storia.
Quindi leggetelo e se una volta chiuso penserete “carino e divertente, ma nulla di più”, be’, date a Genovesi altre possibilità. Perché se le merita tutte.

Titolo: Versilia Rock City
Autore: Fabio Genovesi
Pagine: 211
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Mondadori
Prezzo di copertina: 10€
Acquista su amazon:
formato brossura: Versilia rock city

mercoledì 30 agosto 2017

Festivaletteratura di Mantova, XXI edizione: come, dove, quando e perché

Tra una settimana esatta inizierà la XXI edizione del Festivaletteratura di Mantova. Da mercoledì 6 settembre fino a domenica 10, infatti, la città lombarda (famosa per l'eredità lasciata dai Gonzaga e per la torta sbrisolona) verrà invasa da scrittori italiani e internazionali, per un totale di circa 300 eventi.


Il programma di quest'anno è davvero molto ricco. Lo è tutti gli anni, in realtà, ma per questa XXI edizione per quanto mi riguarda si sono davvero superati: nomi come Elizabeth Strout, George Saunders, Chimamanda Ngozi Adichie per citare qualche straniero (ma ci sono anche Brian Turner, Harry Parker, Arturo Pérez-Reverte...) e Fabio Genovesi e Antonio Manzini per gli italiani (ma anche Marco Malvaldi, Diego De Silva...).

Per sfogliare il programma completo, con le relative spiegazioni riguardo alla prenotazione e l'acquisto dei biglietti (le prenotazioni partono oggi, 30 agosto, per i soci, e venerdì 1 settembre per i non soci) è sufficiente visitare il sito web del Festivaletteratura.

Qui, come sempre, vi riassumerò solo gli incontri che trovo interessanti e a cui farò di tutto per partecipare (ahimè, il dono dell'ubiquità che richiedo per ogni festival o fiera ancora non mi è arrivato, ma farò comunque il possibile). 

È il mio secondo anno al Festivaletteratura e rispetto alla mia prima volta (l'anno scorso) sono un po' più rilassata: ho capito come funziona il festival, ho capito che ogni tanto bisogna correre da una parte all'altra della città mentre altre basta sedersi al bar per vedere il proprio scrittore preferito, e che la bellezza di questo festival (oltre che nei nomi degli ospiti) sta nella città stessa.

Ma basta con le chiacchiere, ecco qui gli eventi che più mi interessano. Noi arriveremo quasi sicuramente il giovedì e staremo fino a domenica mattina, quindi segnalo solo gli eventi dei giorni in cui sarò presente, più quello di Chimamanda Ngozi Adichie il mercoledì, su cui siamo ancora un po' indecisi.

MERCOLEDÌ 6

h 21.15 LA PRINCIPESSA DEL MONDO LETTERARIO: Chimamanda Ngozi Adichie in dialogo con Michela Murgia - Palazzo Ducale/Piazza Castello

GIOVEDÌ  7

h 16.15 IRONICI MALINCONICI: Marco Malvaldi e Diego de Silva in dialogo con Simonetta Bitasi  - Palazzo Ducale /Piazza Castello

h 21 AL BAR DELLE STORIE: Fabio Genovesi in dialogo con Francesco Abate - Palazzo Ducale/ Basilica Palatina di Santa Barbara


VENERDÌ  8

h 10. 15 LA GUERRA ATTRAVERSO GLI OCCHI DI UN POETA: Brian Turner con Elisabetta Bucciarelli - Chiesa di San Barnaba, Sagrestia.

h 10.30 IL LIBRO CHE HO RILETTO: Andrea Vitali in dialogo con Federico Taddia - Palazzo Castiglioni

h 15 A PROPOSITO DI GABO: Senel Paz - Teatro Bibiena

h 16 SCRIVERE È FAR PARLARE I FANTASMI: George Saunders in dialogo con Marco Malvaldi - Palazzo San Sebastiano

h 18.30 ROMA-AOSTA SOLO ANDATA: Antonio Manzini e Marco Giallini - Palazzo Ducale/Piazza Castello

h 21 OGNI ROMANZO È UNA NUOVA BATTAGLIA: Arturo Pérez-Reverte in dialogo con Francesco Abate - Palazzo San Sebastiano

h 21.15 L'AMORE SI IMPOSSESSAVA DI LEI: Artemis Cooper in dialogo con Stefania Bertola su Elizabeth Jane Howard - Convento di Santa Paola

SABATO 9

h 11 NIENT'ALTRO CHE PROIETTILI E DOLORE: Harry Parker e Brian Turner  in dialogo con Carlo Annese - Palazzo Ducale/Basilica Palatina di Santa Barbara

h 12 IL LIBRO CHE HO RILETTO: George Saunders in dialogo con Federico Taddia - Palazzo Castiglioni.

h 16.45 TRA LE BRACCIA DI JESSE: Marianne Leone in dialogo con Davide Ferrario - Convento di Santa PAola

h 18.30 L'AMICA RITROVATA: Elizabeth Strout in dialogo con Lella Costa - PAlazzo Ducale/Piazza Castello


Questi sono gli eventi che ho segnato per i tre giorni in cui sarò presente al Festival. Molto probabilmente qualcuno sparirà e qualcun altro si inserirà, ma a prima vista sono quelli che mi interessano maggiormente.
E voi ci sarete?

mercoledì 23 agosto 2017

IL CASO MALAUSSÈNE. Mi hanno mentito - Daniel Pennac

La mia sorellina minore Verdun è nata che già urlava ne "La fata carabina", mio nipote È Un Angelo è nato orfano ne "La prosivendola", mio figlio Signor Malaussène è nato da due madri nel romanzo che porta il suo nome e mia nipote Maracuja è nata da due padri ne "La passione secondo Thérèse". E ora li ritroviamo adulti in un mondo che più esplosivo non si può, dove si mitraglia a tutto andare, dove qualcuno rapisce l'uomo d'affari Georges Lapietà, dove Polizia e Giustizia procedono mano nella mano senza perdere un'occasione per farsi lo sgambetto, dove la Regina Zabo, editrice accorta, regna sul suo gregge di scrittori fissati con la verità vera proprio quando tutti mentono a tutti. Tutti tranne me, ovviamente. Io, tanto per cambiare, mi becco le solite mazzate.



Ho letto i romanzi del ciclo di Malaussène di Daniel Pennac una decina di anni fa. Li ho letti tutti in fila, dopo essere rimasta folgorata dalle avventure del capro espiatorio Benjamin in Il paradiso degli orchi e, soprattutto, dopo essermi appassionata allo stile scanzonato, e a tratti un po’ folle, di questo scrittore francese.

Quando ho saputo che dopo vent’anni dall’ultima avventura (La passione secondo Thérèse), Pennac aveva deciso di ritornare a raccontare della famiglia Malaussène e di Benjamin, la mia prima reazione è stata di rifiuto. Vent'anni sono tanti, per riprendere in mano un personaggio così conosciuto e così amato, e il rischio di rovinarne il ricordo con una nuova avventura era molto, molto forte. 
E poi, confesso, temevo fosse più un’operazione commerciale, un riscaldare una minestra che in passato è stata apprezzata e sperare di riuscire a riprodurne il gusto.

Per questo motivo non ho acquistato subito Il caso Malaussène – Mi hanno mentito, in Italia sempre pubblicato da Feltrinelli e tradotto da Yasmina Melaouah. Ci ho girato attorno un po’; ho aspettato di leggere qualche recensione e qualche commento, per capire se questo nuovo romanzo fosse all'altezza dei precedenti o se invece Pennac si fosse lasciato andare a una triste operazione nostalgia che avrebbe deluso anche i suoi fan più accaniti. In tal senso, però, mi sono scontrata con pareri contrastanti, molto contrastanti: a qualcuno è piaciuto tantissimo, per qualcun altro sarebbe stato meglio se non l’avesse scritto, qualcuno non ci ha capito nulla, qualcun altro lo reputa un gran bel libro. 
Insomma, per capire davvero cosa fosse questo libro, lo dovevo leggere.

In mio soccorso è arrivata una bancarella di libri usati e un fine settimana di tedio, in cui non avevo romanzi in lettura e niente in casa che mi andasse in quel momento. E quindi ho acquistato Il caso Malaussène- Mi hanno mentito, sono arrivata a casa e ho iniziato subito a leggerlo. Per poi non riuscire a fermarmi prima di essere arrivata alla fine.

La trama è un po’ intricata, come in tutti i romanzi di questa saga: da un lato abbiamo Benjamin, che lavora per una casa editrice che si sta specializzando in autori che pubblicano romanzi con la “verità vera”, ovvero 

Argomento: sputtanamento dell'intera famiglia - padre, madre, fratelli e sorelle - in nome della verità vera. Risultato: faccia gonfiata di pugni, vertebre incrinate e una gamba rotta...

Benjamin organizza per questi personaggi un servizio di scorta, per evitare le ritorsioni dei parenti, e ora si trova nell'altopiano del Vercors, lontano da Parigi, a fare da balia a Alceste, l’ultima grande scoperta del suo editore. Lo tiene nascosto in un capanno, affinché termini il suo secondo libro senza essere ucciso. Benjamin ci sta bene, lì in montagna, al punto che cerca disperatamente di ignorare ogni singola notizia che arriva dalla città. Le notizie, però, sembrano proprio non voler ignorare lui, e così viene a sapere del rapimento di Georges Lapietà, un uomo balzato agli onori della cronaca per aver accompagnato l’azienda LAVA nel fallimento ed essersi beccato un paracadute d’oro al termine dei suoi servizi, a discapito di tutte le persone che l’azienda invece ha dovuto licenziare. Il caso viene affidato alla sorella Verdun, il giudice più brutto del mondo, che ben presto scopre che in questo rapimento la sua famiglia è più implicata di quanto si possa pensare. Meglio non dirlo a Benjamin, però, perché se no poi si agita. O peggio, sarebbe capace suo malgrado di fare in modo che si sospettasse di lui. Ma anche dopo vent’anni Benjamin Malaussène è sempre Benjamin Malaussène e un suo coinvolgimento è praticamente inevitabile.

Il caso Malaussène – Mi hanno mentito in realtà è il primo volume di una nuova serie e quindi, quando si arriva alla fine, si scopre che il romanzo non finisce. E quel “continua” in ultima pagina è stata la cosa più irritante di tutto il romanzo.  
E adesso? Quanto devo aspettare per sapere come si risolve la storia di Lapietà e qualhe pasticcio combinerà il mio Malaussène preferito (sì, di tutta la famiglia, Benjamin rimane il mio prediletto, anche se dopo questa lettura anche Verdun fa un bel balzo avanti)? 
La domanda principale che ci si pone alla fine, però, è un'altra: come diamine ha fatto Pennac a riportare in vita dopo vent’anni questa famiglia e riuscire a ricreare la stessa atmosfera, un po’ caotica, un po’ nonsense e parecchio geniale, e a scrivere esattamente con lo stesso stile (che si odia o si ama, temo) di allora?

Il caso Malaussène – Mi hanno mentito mi ha divertito tantissimo e, al tempo stesso, fatto riflettere. I temi che tratta, infatti, sono importanti: è giusto che un uomo che faccia chiudere un’azienda e licenziare tanti dipendenti si becchi una buonuscita così alta? È giusto dare in pasto al pubblico la propria vita famigliare per fare successo? È giusto inventare storie per rendere la realtà meno tragica di quello che invece è? 

Ma, soprattutto, è possibile che sia sempre colpa di Benjamin Malaussène?

Questa nuova avventura della famiglia Malaussène mi è piaciuta molto. C’è un passaggio generazionale tra genitori e figli, che si rispecchia nel diverso approccio alla tecnologia (internet e i "socials" che sono arrivati così, all'improvviso, dalla sera alla mattina) e alle ingiustizie del mondo, e che mette anche in luce, ancora una volta, il forte legame che lega tutti i membri (i giovani cercano di proteggere i vecchi, che a loro volta cercano di proteggere i giovani... poi tutti insieme cercano di proteggere il povero Benjamin, senza che lui abbia la più pallida idea di cosa stia succedendo).

Non so se sia all'altezza dei primi romanzi della serie, Il paradiso degli orchi e La fata carabina (secondo me i più belli in assoluto); però Pennac è riuscito a non cadere nella trappola della nostalgia e non trasformare i personaggi nelle macchiette del loro ricordo. E quindi, secondo me, è una lettura che, se si è amata fin da subito questa famiglia, vale la pena di intraprendere.


Titolo: Il caso Malaussène. Mi hanno mentito
Autore: Daniel Pennac
Traduttore: Yasmina Melaouah
Pagine: 274
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: Feltrinelli
Prezzo di copertina: 18,50 €
Acquista su amazon:
formato brossura: Il caso Malaussène. Mi hanno mentito
formato ebook: Il caso Malaussène: Mi hanno mentito (Il ciclo di Malaussène)

giovedì 17 agosto 2017

PER FAVORE SIGNOR PANDA - Steve Antony

Non so se vi ho mai rivelato che, oltre a quella per i libri, una delle mie più grandi passioni sono gli animali buffi.  Passo ore su internet a guardare immagini di animali morbidosi e teneri (wombat, lontre, koala, bradipi ma anche ippopotami, che forse proprio morbidosi non sono, oltre a tutti gli animali domestici) e quando vedo cagnolini per strada mi vengono gli occhi a cuore. È quasi imbarazzante, soprattutto per chi mi è accanto quando mi succede.
Questa passione trova la sua massima realizzazione nei panda. I panda sono morbidi (almeno, lo sembrano, anche se purtroppo non ne ho mai accarezzato uno per poter confermare), sono teneri, giocherelloni, goffissimi e buffissimi, con quel testone, quel sederone e la loro passione per le capriole.
Non so quanti profili instagram a tema panda sia arrivata a seguire, né quante immagini pandose io abbia utilizzato nel corso degli anni per esprimere i miei stati d’animo.

Una foto utilizzata in passato su Fb per esprimere il mio stato d'animo dopo una giornata particolarmente difficile.

Fortunatamente Luca,  il mio compagno, mi asseconda (perché gli animali buffi piacciono tanto anche a lui, anche se forse lo esplicita con un po' meno frequenza) e, anzi, spesso alimenta questa mia passione, accompagnandomi nei bioparchi (se vi capita, fate un salto all'Oasi di Sant'Alessio a Lardirago, vicino a Pavia), indicandomi cani buffi per strada se mi sono sfuggiti e regalandomi spesso peluche morbidissimi e pucciosissimi.

Anche il libro protagonista di questo post è stato un suo regalo. Me l’ha comprato al Salone del libro di Torino di quest’anno, dicendomi, quando me l’ha consegnato, che quando l’ha visto non ha potuto fare a meno di comprarmelo.
E così, da maggio, Per favore Signor Panda, scritto e illustrato da Steve Antony (pubblicato in Italia da zoolibri, una casa editrice specializzata nei libri per bambini), se ne sta sul nostro tavolino del soggiorno, a portata di mano per ogni emergenza “pucciosità”.

Per favore Signor Panda di Steve Antony, più tutto il mio parco panda domestico.

Per favore signor Panda è, ovviamente, un libro per bambini che ha lo scopo di insegnare a dire “per favore” quando si chiedono le cose. Lo scoprono a loro spese gli animali che il Signor Panda incontra per strada e a cui offre dei dolcetti. Alla sua proposta di avere un dolcetto, tutti rispondono come se fosse loro dovuto, con tono maleducato o supponente. Come se il gesto del Signor Panda fosse scontato, al punto che quando lui risponde “No, niente dolcetto per te. Ho cambiato idea” lo guardano andare via stupiti e arrabbiati.
Finché finalmente non arriva qualcuno di gentile ed educato, che si merita tutto quello che il Signor Panda vuole offrirgli.

Un libro molto semplice, con pochissimo testo e tante, tantissime (e bellissime) illustrazioni, di cui mi sono perdutamente innamorata. Vorrei avere un enorme Signor Panda in casa, con il suo cappellino dei dolcetti e il suo sguardo tenerone, a cui chiedere per favore ogni volta che mi propone qualcosa.



Come dicevo prima, Luca non limita in alcun modo questa mia passione per gli animali buffi in generale e per i panda in particolare. Sapendo che mi avrebbe fatto contenta, non solo mi ha regalato questo libro, ma me l’ha fatto anche autografare dall'autore, presente in stand durante il salone. 
Sulla prima pagina del mio Per favore Signor Panda, quindi, ci sono un panda e un lemure tutti miei, che rendono questo libricino ancor più prezioso... e puccioso.


Questo libro non mi è servito per imparare a dire "per favore" (bambina non sono più e, per fortuna, per favore lo dicevo già prima), ma si tratta sicuramente di un volumetto molto carino e tenero, per i più piccolini, ma anche per i grandi  che bambini a cui leggerlo ancora non ne hanno, ma che in compenso hanno una passione per le illustrazioni e gli animali buffi.


Titolo: Per favore Signor Panda
Autore: Steve Antony
Pagine: 40
Anno di pubblicazione: 2016
Editore: Zoolibri
Prezzo di copertina: 16 €
Acquista su amazon:
formato brossura: Per favore signor Panda

lunedì 14 agosto 2017

IL LUNGO SGUARDO - Elizabeth Jane Howard

A nessuna donna piace sentirsi dire che cosa avrebbe potuto essere e che cosa è stata. A loro piace il futuro. Il futuro e il presente.

Non sapevo chi fosse Elizabeth Jane Howard finché Fazi editore non ha pubblicato il primo volume della Saga dei Cazalet, Gli anni della leggerezza, nel 2015. Una saga a cui mi sono appassionata molto, che racconta le vicende della numerosa famiglia Cazalet (padre, madre, tre fratelli e una sorella, mogli, cognate, amanti, ecc. ecc.) nell'Inghilterra che va dalla metà degli anni ’30 fino agli anni ’60. Ho divorato tutti e quattro i volumi, li ho consigliati e riconsigliati, e ora sto attendendo, con un po’ di impazienza e un po’ di angoscia, di leggere anche l’ultimo (Tutto cambia, in uscita il 18 settembre).
Oltre che ai personaggi di questa famiglia e all'ambientazione inglese, a conquistarmi è stato lo stile di Elizabeth Jane Howard: il suo modo di raccontare senza mai giudicare nessuno; il suo modo di soffermarsi su ogni singolo dettaglio che all'apparenza potrebbe sembrare inutile, ma che in realtà serve a caratterizzare al meglio ogni personaggio; e quella sensazione di essere davvero lì, in mezzo a loro, che riesce a trasmettere con la sua scrittura.

Prima della saga dei Cazalet, però, Fazi editore aveva già pubblicato un libro di questa autrice inglese: Il lungo sguardo. Uscito nel 2014, e sempre tradotto da Manuela Francescon come tutti i volumi successivi, questo romanzo è uno dei primi scritti da Elizabeth Jane Howard, nel 1956 (in realtà in Italia era già stato pubblicato una volta, da Rizzoli, nel 1957, l’anno successivo all'uscita in lingua originale, ma è con la riscoperta di Fazi che ha iniziato a essere più conosciuto).

Il lungo sguardo è un romanzo al contrario. Un romanzo che parte dalla fine, dalla cena che Antonia e Conrad Fleming stanno tenendo per festeggiare il fidanzamento del figlio Julian. Siamo nel 1950 e la famiglia è molto benestante. Eppure, dalle parole di Antonia, dal suo comportamento e dal suo modo di approcciarsi agli altri, si capisce che qualcosa nella sua vita non è andata come avrebbe voluto. Soprattutto con il marito Conrad, con cui è sposata da vent’anni: non si capisce se i due si amino adesso, né se lo abbiano mai fatto in passato. Da quella cena, si fanno poi tre passi indietro nel tempo, per ripercorrere a ritroso tutto il loro rapporto, fatto a volte di tradimenti, di scenate plateali ma anche di lunghi silenzi, che nessuno dei due sapeva come riempire, fino al momento in cui tutto è cominciato.

Nei minuti che seguirono questo breve scambio, lei ebbe modo di scoprire che le parole rompono solo la superficie esterna nel silenzio, e che i silenzi difficili sono in realtà densi di parole non dette.

Il lungo sguardo è un romanzo intenso e profondo, che racconta la vita di una coppia e tutti gli stati d’animo che possono attraversare un marito e una moglie quando stanno insieme a lungo. Ci sono l’amore e l’odio; il senso di protezione e quello di esasperazione; l’indifferenza e il desiderio; la voglia che tutto finisca ma anche la consapevolezza di non poter farcela da soli; l’incanto e il disincanto, quando si immagina che la propria vita andrà in un certo modo e invece la piega che prende è completamente diversa. E, soprattutto, i silenzi.

Tutto questo è racchiuso nel personaggio di Antonia, una donna fragile e forte al tempo stesso, che nella prima parte del romanzo getta uno sguardo su quello che ha avuto, su quella che è stata la sua vita fino a quel momento.
All’apparenza una trama come quella di questo romanzo potrebbe sembrare banale. Sono tanti, infatti, i libri che parlano di matrimoni infelici, di coppie che si amano odiandosi o si odiano amandosi, fino al momento in cui si fa un bilancio e ci si rende conto che niente è andato come ci si sarebbe aspettato. 

A volte le sembrava di odiarlo: a volte le sembrava di amarlo tanto da poter avvizzire e morire sotto la sferza silenziosa della sua indifferenza. Si aggrappava sempre a lui o a se stessa, non ce la faceva ad affrontare la somma dei rispettivi sentimenti.

La bravura di Elizabeth Jane Howard, però, oltre che nella scrittura, si vede nella scelta di partire dalla fine, di far sapere subito al lettore che cosa è successo, che cosa ne è stato di Mr. e Mrs. Fleming, per poi concentrarsi sul come e il perché la coppia sia arrivata a quel punto, creando così un romanzo che si potrebbe leggere anche partendo dalla fine e che, soprattutto, non lascia aperto nessuno spiraglio su che cosa succederà.

A questa originalità di scrittura, si aggiunge anche che il romanzo è uscito per la prima volta nel 1950, epoca in cui trattare apertamente certi argomenti, soprattutto in certi ambienti sociali, era considerato disdicevole. I panni sporchi si lavano in casa e le apparenze vengono prima di tutto.
Ma Elizabeth Jane Howard lo fa ugualmente, riversando su Antonia tutta l'infelicità e la solitudine che una donna può provare quando si ritrova a vivere una vita senza amore.

Il lungo sguardo è davvero un gran romanzo. Sì, forse addirittura più bello della splendida saga dei Cazalet.


Titolo: Il lungo sguardo
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Pagine: 511
Anno di pubblicazione: 2014
Editore: Fazi
Prezzo di copertina: 17,50 €
Acquista su amazon:
formato brossura: Il lungo sguardo
formato ebook:Il lungo sguardo

martedì 8 agosto 2017

LEGGERE AL MARE: sei giorni, quattro libri e tanti spritz.

È passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ho aggiornato il blog e la ragione è molto semplice: sono stata in vacanza. Non per due settimane, ahimè, ma solo per sei giorni, in Liguria a Sestri Levante. Ho preferito comunque staccare del tutto anche da qui. Certo, forse avrei dovuto avvisare, pubblicando come ogni anno il post con l’elenco dei libri che avevo intenzione di portare con me. Ma li ho decisi un po’ all’ultimo minuto, complice anche la solita stanchezza da lettura che mi prende in questo periodo, e non mi andava di presentare libri che poi magari nemmeno avrei letto.
Ma ora le vacanze sono finite da qualche giorno (anche se la mancanza del mare e degli spritz al tramonto durerà ancora un po’), posso finalmente raccontare che cosa ho letto. Ovvero, questi:



Ah no, scusate, ho sbagliato la foto. Portate pazienza, come vi dicevo la mancanza di mare e di spritz si sta facendo sentire. Comunque, i quattro romanzi che ho letto al mare sono questi:



Sono partita con ELISIR D’AMORE – VELENO D’AMORE di Eric-Emmanuel Schmitt, un libricino pubblicato da edizioni e/o che racchiude due racconti lunghi dello scrittore francese. Tradotti entrambi da Alberto Bracci Testasecca, in Elisir d’amore assistiamo allo scambio epistolare di una coppia di ex fidanzati: Adam e Louise. Dopo la fine della loro storia, Adam è rimasto a Parigi, mentre Louise si è trasferita per lavoro in Canada. È evidente che tra i due c’è ancora qualcosa in sospeso: si cercano, si stuzzicano, cercando di fingere un rapporto d’amicizia che, però, non può esserci. Una lettura intelligente, sicuramente, ma forse un po’ troppo rapida: qualche scambio di lettera in più avrebbe aiutato a delineare ancor meglio i personaggi e il loro rapporto. In Veleno d’amore protagoniste sono invece quattro ragazze adolescenti alle prese con i primi problemi d’amore. Problemi in realtà molto semplici che però degenerano in una vera e propria tragedia shakesperiana, quando si scopre che queste amiche forse proprio amiche non sono. La storia è raccontata tramite le pagine dei diari delle quattro ragazze e qualche scambio di SMS. E alla fine si rimane senza parole, per il culmine della storia, ma anche per il modo incredibile con cui Eric-Emmanuel Schmitt l’ha sviluppata.



Subito dopo è toccato a LA PRIMAVERA DEI BARBARI di Jonas Lüscher, pubblicato in Italia da Keller edizioni e tradotto da Roberta Gado. Un libricino che avevo acquistato tempo fa al Libraccio, attratta più dalla bella copertina (ho un debole per le copertine colorate di questo editore) che non dalla trama in sé, si è rivelato invece una bella lettura, divertente e agghiacciante al tempo stesso. Protagonista è Preising, un ricco industriale che si ritrova a partecipare a un lussuoso banchetto di nozze di una giovane coppia di broker inglesi in una lussuosa oasi tunisina. Proprio la notte del banchetto, però, la Gran Bretagna fallisce e questi ragazzi che fino a un secondo prima erano ricchissimi si ritrovano ora sul lastrico. Con il degenero barbaro (da cui il titolo) che ne consegue. Il romanzo fa ridere per il modo in cui Preising racconta, per i personaggi ancor più bislacchi di lui che incontra e per la descrizione che viene fatta dei ricchi inglesi, ma terrorizza nella seconda parte, quando questi ricchi inglesi si ritrovano senza niente.



La terza lettura è stata TUTTO IL TEMPO CHE VUOI di Francesco Gungui, edito da Giunti editore. Un romanzo leggero, leggero, leggero (mettete tutti i “leggero” che volete), ma che riesce perfettamente nel suo scopo di “lettura da spiaggia non troppo scema”. Protagonista è Franz, un trentaseienne milanese che lavora come editor per una grande casa editrice e che sta cercando di avere un figlio con la sua compagna Lucia. Un figlio che, però, non ne vuole sapere di arrivare: un’attesa snervante, che logora la coppia fino a un’inevitabile decisione. Come se questo non bastasse, un romanzo erotico che Franz ha rifiutato di pubblicare viene comprato da un altro editore e si trasforma in un best seller. Franz deve ora cercare di reinventarsi, di scoprire qual è il suo piano B, se mai ne ha avuto uno, e metterlo in pratica. E lo fa, trasformando la sua passione per la cucina in una professione, con l’aiuto della bella Camilla. Tutto il tempo che vuoi non è un romanzo molto originale, in realtà (e Gungui ha sicuramente letto sia i romanzi di Nick Hornby, sia qualcosa di Fabio Bartolomei, secondo me), ma pone alcuni spunti di riflessione importanti sul mondo del lavoro, sulla famiglia e la paternità, e sulla capacità di affrontare gli imprevisti. E poi è leggero, leggero, leggero…



L’ultimo libro che ho letto al mare (e finito una volta arrivata a casa) è UNA CITTÀ O L’ALTRA di Bill Bryson (edito da Guanda e tradotto da Silvia Cosimini, Sonia Pendola e Giorgio Rinaldi). Una lettura che non avevo preventivato di fare, anche perché il libro lo abbiamo acquistato proprio in vacanza, ma che mi ha in qualche modo salvata. Avevo portato con me un altro romanzo, che dopo poche pagine però si è rivelato poco adatto al momento. Quindi, ho deciso di metterlo da parte e di seguire Bill nel suo viaggio in solitaria per alcuni paesi europei: insieme a lui sono andata in nord Europa e a Parigi, ho visitato la Germania, l’Olanda, la Svizzera fino all’Europa dell’est. Ci siamo spostati in treno, in aereo, in autobus e qualche volta persino a piedi o su auto un po’ scassate. Insieme a lui ho conosciuto personaggi bislacchi e usi e costumi locali alquanto singolari, e ho avuto la possibilità di vedere un’istantanea della società e della cultura europea al momento dei suoi viaggi (a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90). Ma soprattutto mi sono lasciata conquistare dal suo stile e dalla sua incredibile ironia nel raccontare aneddoti ed esperienze. Ora piano piano cercherò di recuperare tutto quello che ha scritto.



Direi che come bottino di letture di questa vacanza non mi posso proprio lamentare. Ho avuto la conferma di Eric-Emmanuel Schmitt e la scoperta di Jonas Lüscher, ho staccato dalle letture impegnative con Francesco Gungui e mi sono perdutamente innamorata di Bill Bryson e del suo stile.

E poi ho bevuto tanti spritz e fatto tanti bagni in un posto bellissimo.