giovedì 20 luglio 2017

Ritornare a Macondo: ovvero leggere e rileggere Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez

Sul finire del maggio del 1967, la casa editrice argentina Editorial Sudamericana pubblicò per la prima volta Cien años de soledad dello scrittore colombiano Gabriel García Márquez.
Lo scrittore, che aveva iniziato la sua carriera come giornalista, carriera che non abbandonò mai per tutto il corso della sua vita, aveva già pubblicato tre romanzi (La hojarasca, El coronel no tiene quien le escriba e La mala hora, ovvero Foglie morte, Nessuno scrive al colonnello e La mala ora, tradotti in italiano però solo più tardi), ma la sua consacrazione, soprattutto a livello internazionale, arrivò proprio con la storia della famiglia Buendía

Da allora sono passati cinquant'anni. Il libro è stato letto da milioni di persone, è stato tradotto in più di trenta lingue, è considerato da molti uno dei capolavori letterari del XX secolo e ha svolto un ruolo fondamentale per l'assegnazione a Gabriel García Márquez del premio Nobel per la letteratura del 1982.

La prima traduzione italiana di Cent'anni di solitudine risale all'anno successivo all'uscita, il 1968. A portare il libro in Italia è stato l’editore Feltrinelli e, soprattutto, il traduttore Enrico Cicogna, molto attivo in quegli anni nella scoperta di alcuni autori sudamericani (oltre a García Márquez, Mario Vargas Llosa e Manuel Puig).

Quarantanove anni per una traduzione sono indubbiamente tanti e la necessità di una revisione abbastanza evidente. Oltre all'evoluzione della lingua e di alcune regole grammaticali e ortografiche, spesso in traduzioni così vecchie si trovano anche fraintendimenti di significato e veri e propri errori (non bisogna dimenticare che i mezzi a disposizione dei traduttori un tempo erano molto limitati).
Per festeggiare questo cinquantesimo compleanno, quindi, Mondadori (nuovo editore dei romanzi di Garcí Márquez a partire dall’inizio degli anni ‘80) ha deciso di regalare a Cent’anni di solitudine e a tutta la famiglia Buendía una nuova traduzione, a opera di Ilide Carmignani.



Questa nuova traduzione, come la stessa traduttrice spiega nella nota finale al libro, si basa sull'edizione commemorativa data alle stampe dalla Real Academia Española e dalla Asociación de Academias de Lengua Española nel 2007, in occasione degli ottant'anni dello scrittore. Una versione considerata “definitiva”, che scioglieva alcuni dubbi interpretativi e sistemava errori, su cui aveva lavorato lo stesso García Márquez:
“Nel 2007, in occasione dell’ottantesimo compleanno di Gabriel García Márquez e dei quarant’anni dalla prima pubblicazione, la Real Academia Española e dalla Asociación de Academias de Lengua Española hanno dato alle stampe un’edizione commemorativa che fissa definitivamente il testo: attraverso un minuzioso lavoro di collazione delle edizioni precedenti, realizzato con la supervisione dell’autore, sono state risolte espressioni dubbie ed emendati errori; l’autore stesso ha poi effettuato interventi di natura stilistica relativi al lessico, alla costruzione sintattica e alla punteggiatura. È su questa edizione rivista e corretta che è stata realizzata la presente traduzione”.
Nella stessa nota, ma anche in un bell'articolo di confronto scritto da Ida Bozzi e pubblicato su laLettura del 25 giugno 2017, Ilide Carmignani spiega l’approccio seguito da Cicogna durante la traduzione e quali modifiche ha apportato invece lei affrontando di nuovo questo testo, alla luce anche dei nuovi mezzi a disposizione.
In quasi cinquant’anni la lingua è italiana è molto cambiata, così come sono cambiate le strategie di mediazione linguistico-culturale, oggi più rispettose dell’alterità dei testi. Per aiutare i lettori, che all’epoca viaggiavano ben poco, si usava ad esempio addomesticare i culturemi, e infatti la traduzione di Cicogna trasforma il sanchoco, piatto tipico colombiano a base di verdure locali, in un generico stufato. […] Strettamente legata allo “specchio dei tempi” è infine la tendenza esotizzante della traduzione di Cicogna, che esalta con forza la componente magica a scapito di quella realistica: sinonimi rari e desueti si sovrappongono al traducente naturale italiano, per cui medanos, secche, viene reso con sirti, oppure al contrario si scelgono soluzioni iperletterali ricalcando il suo dei termini spagnolo a detrimento del senso.

Nel corso della mia vita, ho letto questo romanzo diverse volte, in tre edizioni differenti:


La prima volta nella traduzione di Enrico Cicogna in un vecchio volume dalle pagine ingiallite e la rilegatura ormai distrutta, dopo essere passato tra le mani di mio padre, mia sorella e mio fratello (un libro poi sostituito da un’edizione più recente, nella collana dei Grandi Classici del '900 in edicola con Repubblica qualche anno fa, che però, per forza di cose, non aveva lo stesso fascino).

All’inizio, come mi è già capitato più volte di raccontare, io Cent’anni di solitudine non lo volevo leggere. Tutti in casa mi dicevano che avrei dovuto, che era un libro bellissimo, che mi sarebbe piaciuto tanto. Ma visto com'ero da adolescente, dirmi quelle cose non era una spinta ma un ostacolo.
Poi nell'estate tra la prima e la seconda liceo (o tra la seconda e la terza, non ricordo più bene… avrò avuto quindici anni comunque), Cent’anni di solitudine compariva insieme a una ventina di altri libri nella lista tra cui scegliere le letture per le vacanze. C’era anche L’amore ai tempi del colera, primo romanzo scritto da García Márquez dopo aver vinto il premio Nobel, e, per non dare ai miei quella soddisfazione, lessi prima quello. E mi innamorai perdutamente della storia di Florentino Ariza e Fermina Daza. Capii così che era arrivato il momento anche per Cent’anni di solitudine.

Così ho conosciuto Aureliano Buendía, il colonnello che "ha preso parte a trentadue rivoluzioni e trentadue rivoluzioni le ha perdute", che ha avuto altrettanti figli e che è riuscito a sopravvivere persino davanti a un plotone di esecuzione.
“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”.
Ho conosciuto Úrsula e José Arcadio Buendía, Amaranta e Rebeca e le loro passioni amorose, Melquiades e la bella Remedios, e pian piano tutte le generazioni di Buendía che hanno popolato Macondo, questo paese della Colombia caraibica fondato proprio da loro.

Temevo che mi sarei persa in questo fiume di personaggi che si susseguono (gli alberi genealogici che si trovano di solito a inizio o fine volume in quasi tutte le edizioni aiutano molto), in questo paesino dove realtà e magia si mescolano con naturalezza (non per niente questo libro viene considerato uno dei capostipiti del “realismo magico”) e anche le cose più assurde vengono considerate normali.
E invece no, non mi sono persa. O forse sì, ma è stato un perdersi bello, un perdere il contatto con la realtà e immergersi per le strade di Macondo seguendo le sue avventure, il suo fiorire e la sua successiva decadenza nel corso degli anni.

So che può sembrare retorico, ma da allora quel romanzo è diventato una parte di me. Sono andata avanti per mesi (e ogni tanto lo faccio ancora adesso) ad ascoltare l’album Terra e Libertà dei Modena City Rambles, al cui interno ci sono alcune canzoni che ispirate proprio ai personaggi di Cent’anni di solitudine (tipo questa). A lungo sono rimasta convinta che avrei chiamato mia figlia Remedios (anche Amaranta, in realtà, non mi dispiaceva) e che magari, chissà, un giorno mi sarei trovata circondata da farfalle dorate o sarei volata via insieme alle lenzuola.
“Ti senti male?” le chiese.
Remedios la bella, che teneva stretto il lenzuolo all’altro capo, fece un sorriso di compatimento.
"Macché,” disse, “non mi sono mai sentita così bene.”
Aveva appena finito di dirlo, quando Fernanda sentì che un delicato vento di luce le strappava le lenzuola dalle mani e le spiegava in tutta la loro ampiezza. Amaranta sentì un tremito misterioso nei pizzi delle sue sottane e cercò di aggrapparsi al lenzuolo per non cadere, nell’istante in cui Remedios cominciava a sollevarsi. Ursula, già quasi cieca, fu l’unica che ebbe tanta serenità da riconoscere la natura di quel vento ineluttabile, e lasciò le lenzuola alla mercé della luce, e vide Remedios la bella che la salutava con la mano, tra l’abbagliante palpitare delle lenzuola che salivano con lei, che uscivano con lei dall’aria degli scarabei e delle dalie, e con lei attraversavano l’aria in cui si spegnevano le quattro del pomeriggio, e con lei si perdevano per sempre nelle alte arie dove non potevano raggiungerla nemmeno i più alti uccelli della memoria.
Poi, in parte proprio per questo libro, ho scelto di studiare spagnolo all'Università, perché volevo leggerlo in lingua originale. Ho aspettato circa un anno, per avere almeno le basi dello spagnolo (lingua da cui partito proprio da zero) prima di cimentarmi in quest’impresa. Poi me ne è stata regalata una copia, edita da Catedra e con un buffo colonnello Aureliano in copertina.





Ricordo di aver aperto il libro per la prima volta con un po’ timore riguardo alla difficoltà della lingua e alla mia comprensione. Poi ho letto l’incipit e mi sono ritrovata ancora una volta persa per Macondo, a forgiare pesciolini d’argento e a temere che il prossimo figlio nascesse con la coda di maiale.
Muchos años después, frente al pelotón de fusilamiento, el coronel Aureliano Buendía había de recordar aquella tarde remota en que su padre lo llevó a conocer el hielo. Macondo era entonces una aldea de veinte casas de barro y cañabrava construidas a la orilla de un río de aguas diáfanas que se precipitaban por un lecho de piedras pulidas, blancas y enormes como huevos prehistóricos. El mundo era tan reciente, que muchas cosas carecían de nombre, y para mencionarlas había que señalarlas con el dedo
Da allora mi è capitato di rileggere Cien años de soledad un altro paio di volte, sempre in lingua originale, per rendere ancor più forti e vividi l’incanto e la magia come solo le letture in lingua riescono a fare. Io non sono una grande amante delle riletture, devo dir la verità, più per una questione di tempo e di quantità di libri nuovi da leggere. Ma ci sono alcuni romanzi a cui a volte sento il bisogno di tornare. E Cent’anni di solitudine è appunto uno di questi (un altro è 1984 di Orwell).

Dalla mia ultima gita a Macondo, però, erano passati diversi anni e anche per questo, quando è stata annunciata questa nuova traduzione, ho deciso di ricomprarla. In parte attratta dalla bellissima copertina con le illustrazioni di Velia de Iuliis, in parte per la curiosità di scoprire che cosa è cambiato. 

Non avevo però intenzione di fare un confronto vero e proprio: mi interessa di più l’impressione generale di coinvolgimento nella lettura, della percezione di differenze o di cose in qualche modo stonate (che in realtà era abbastanza improbabile ci fossero, perché questa nuova versione ha ripristinato parti originali che Enrico Cicogna invece aveva cambiato).
E quindi via, ho letto anche questa nuova versione di Cent’anni di solitudine.
Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello aureliano Buendía avrebbe ricordato quel pomeriggio remoto in cui suo padre l’aveva portato a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di fango e canne costruite sulla riva di un fiume dalle acque diafane che si precipitavano su un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente che molte cose erano senza nome, e per menzionarle bisognava indicarle con un dito.
E proprio come la prima volta, con la traduzione di Enrico Cicogna, e come la seconda, quando l’ho letto in lingua originale, mi sono di nuovo ritrovata dentro Macondo, seduta al tavolo di Ursula a mangiare insieme ad altri avventori sconosciuti, a soffrire con Amaranta per le sue pene d’amore, a seguire Aureliano Segundo nelle sue peregrinazioni tra moglie e amante, a tifare per Meme e il suo amore clandestino, e sì, ancora una volta, a immaginarmi circondata di farfalle dorate o in volo insieme a delle lenzuola.


«Ti senti male?» le domandò.
Remedios la bella, che teneva l’altro capo del lenzuolo, fece un sorriso di compatimento.
«Al contrario,» disse «Non sono mai stata meglio».
Appena ebbe finito di dirlo, Fernanda sentì che un delicato vento di luce le strappava le lenzuola di mano e le spiegava in tutta la loro ampiezza. Amaranta sentì un fremito misterioso nei pizzi delle sottogonne e cercò di afferrarsi al lenzuolo per non cadere nell’istante in cui Remedios la bella cominciava a sollevarsi. Úrsula, già quasi cieca, fu l’unica abbastanza lucida da capire la natura di quel vento irreparabile, e lasciò il lenzuolo alla mercé della luce, e vide Remedios la bella che le diceva addio con la mano, nell’abbagliante aleggiare delle lenzuola che salivano con lei, che abbandonavano con lei l’aria degli scarabei e delle dalie, e attraversavano con lei l’aria dove finivano le quattro di pomeriggio, e si perdevano per sempre con lei nelle arie alte, dove non potevano raggiungerla nemmeno i più alti uccelli della memoria.


In questa nuova edizione, ho trovato tutto quello che Ilide Carmignani ha detto nella sua nota di traduzione (che, ammetto, ho letto prima del libro, per avere un'idea generale di cosa aspettarmi) e nelle varie interviste, senza trovare praticamente mai nulla di stonato né di incomprensibile, nemmeno nei localismi lasciati in lingua originale. Si nota, anche, il ripristino degli accenti in tutti i nomi propri spagnoli (Cicogna, per esempio, non accentava "Úrsula").
Solo in alcuni punti ho sentito la necessità (forse più curiosità, in realtà) di fare un confronto tra la vecchia versione di Enrico Cicogna e quella nuova di Ilide Carmignani. Ma per parole singole, per frasi forse un po’ troppo moderne che mi sembravano un po’ fuori contesto (un “cavolo”al posto di un “accidenti”… cose così). 



Da appassionata di Cent’anni di Solitudine e di Gabriel García Márquez sono convinta che questa nuova traduzione fosse necessaria. Io ho scoperto questo libro e me ne sono innamorata con la prima traduzione, è vero, e come me molti altri. Però altrettanti l’hanno trovato un po’ respingente, e la lingua utilizzata da Cicogna, perché invecchiata, perché a volte eccessivamente esotica, può avere una sua colpa (e ve ne renderete conto ancor di più se riuscirete a leggerlo in lingua originale).
Quindi se siete tra chi l’ha già letto e l’ha amato, anche in questa nuova traduzione continuerete ad amarlo. Se ci avete provato in passato ma qualcosa non ha funzionato, o se non vi ci siete mai approcciati per paura, ecco, forse questa nuova edizione può essere la spinta necessaria a dare a Cent’anni di solitudine un'altra possibilità.

Poi fatemi sapere. Io intanto vado a mettere due mollette in più alle lenzuola stese, sia mai che qualcuno decida di portarsele via.

martedì 18 luglio 2017

Metti una domenica a COLLISIONI - Il Festival Agrirock 2017

Domenica 16 luglio, in compagnia di Luca, sono andata per la prima volta a Collisioni, il festival agrirock che si tiene nel mese di luglio a Barolo, un paesino in provincia di Cuneo, dal 2009.
Non so perché non ci fossi mai andata prima. Forse perché credevo fosse lontano, forse perché non ho mai trovato nessuno che volesse accompagnarmici o non c’è mai stato nei programmi degli anni passati (davvero molto ricchi, in realtà) un autore o un’autrice che mi spingesse ad andarci anche da sola. Male. Molto, molto male. Perché, dopo una giornata trascorsa tra la piazza Blu e la piazza Rosa di questo paesino, mi sono resa conto di quanto mi sia persa negli anni passati.

A spingerci quest’anno ad andare sono stati due autori: Jeffrey Eugenides e Joyce Carol Oates. A cui si è poi aggiunto Jonathan Coe, che io avevo già sentito un paio di volte ma che merita sempre.
E quindi ci siamo svegliati, abbiamo preso l’auto (Barolo è raggiungibile solo così, con l’auto propria o approfittando di alcuni bus che partono da Torino, Milano, Genova e Cuneo durante i giorni del festival) e in un’oretta circa siamo arrivati a Barolo. Ero un po’ preoccupata della logistica, tra parcheggi, navette per arrivare in paese e code all'ingresso, ma devo dire che ci è andato tutto bene. Noi non avevamo prenotato nulla,  quindi abbiamo lasciato l’auto nel parcheggio più lontano, ma la navetta è arrivata pochi minuti dopo di noi. Lo stesso alle casse: dopo i controlli iniziali, abbiamo acquistato senza problemi i biglietti d’ingresso direttamente sul posto, beccandoci anche di sottofondo il soundcheck dei Placebo che avrebbero suonato la sera.
E poi siamo entrati in paese:



Il primo appuntamento della giornata è stato con lo scrittore inglese Jonathan Coe, in dialogo con Carlo Lucarelli in piazza Blu. I due hanno parlato, ovviamente, dei libri e della carriera letteraria di Coe, ma anche del rapporto tra il mondo dei social (che Coe frequenta… poco dopo la fine del suo incontro mi sono ritrovata un suo cuore su twitter, nel tweet in cui aspettavo l’evento) e quello dei libri, che lui consiglia di tener ben separati. Si è parlato di scrittura e di prossimi romanzi: l’ultimo è stato Numero undici, uscito l’anno scorso per Feltrinelli, e durante l’incontro Coe ha annunciato di aver iniziato a lavorare al prossimo, seguendo la sua abitudine di scrittore di pensare un libro per due anni e poi metterci meno di un anno a scriverlo. In chiusura, tra le domande del pubblico, qualcuno ovviamente ha chiesto anche della Brexit, e Coe, oltre ad aver dichiarato di aver votato contro, ha concluso il suo discorso con un bel “Fuck Brexit!”, che vale più di mille parole. 
Le ultimissime parole dette da Coe sono state la risposta alla domanda di una giovane aspirante scrittrice che gli chiedeva qualche consiglio: e lui, a differenza di molti altri autori che spesso rispondono con “non lo so” o eludendo la domanda, le ha semplicemente detto di farlo, di provarci, che se il suo sogno è quello magari riuscirà a realizzarlo, magari avrà la fortuna di essere pubblicata o per lo meno ci avrà provato. 

Jonathan Coe con Carlo Lucarelli e l'interprete Paolo Maria Noseda

Dopo l’incontro con Coe (che già adoravo e ora adoro ancora di più), abbiamo fatto due passi in paese, nell'attesa che arrivassero le 15.30 per l’incontro con Jeffrey Eugenides. Siamo andati a fare un giro nelle altre due piazze del festival e poi ci siamo fermati in un locale per un bicchiere di vino. Sì, perché a Barolo, oltre ad assistere a incontri con scrittori, cantanti e mille altri personaggi, si mangia e si beve. (No, noi non abbiamo bevuto il Barolo, perché, anche se il caldo era sopportabile, non credo che avremmo retto del vino rosso così, di primo pomeriggio).

Due bicchieri di Arneis, prima di essere bevuti.

Una volta arrivate le 15.30, siamo tornati in piazza Blu per l’incontro con lo scrittore americano Jeffrey Eugenides. A dialogare con lui questa volta c’era Luca Briasco, il cui entusiasmo era ben visibile ed è riuscito a trasmetterlo anche al pubblico (che bello quando gli intervistatori sono così contenti di presentare gli scrittori... capisci quanto amino quello che stanno facendo e uniscono alla loro competenza il fanatismo da lettori).

Jeffrey Eugenides con Luca Briasco e l'interprete Paolo Maria Noseda
Non avevo bene idea di cosa aspettarmi da Jeffrey Eugenides e, in realtà, non avevo nemmeno ben presente il suo viso. Lui è salito sul palco con un cappello in testa e un bel sorriso entusiasta. Nel corso della presentazione si è parlato dei suoi tre romanzi già pubblicati (Le vergini suicide, Middlesex e La trama del matrimonio) e della raccolta di racconti che uscirà questo autunno. Lui si definisce uno scrittore lento, come la sua produzione in qualche modo dimostra, e più adatto al romanzo che non al racconto, anche se effettivamente la sua prossima opera sarà proprio una raccolta.
Come per Coe era impossibile non parlare di Brexit, con Jeffrey Eugenides non si poteva non citare Donald Trump, ancor più considerando che Detroit e il Michigan in generale hanno svolto un ruolo fondamentale nella sua elezione. Pur essendo ovviamente contro Trump, Eugenides riesce a dare una spiegazione convincente e anche molto comprensibile del perché di questo voto nella sua città: Detroit si è in qualche modo sentita tradita dal partito democratico, che aveva promesso lavoro e sostegni a una città quasi in rovina. Lavoro e sostegni che invece non sono arrivati. Nel momento di scegliere il nuovo presidente, la maggior parte degli elettori si è divisa tra il non votare o il votare quello che a loro, vista la loro esperienza passata, è sembrato il meno peggio.

 L’incontro si è poi concluso con una domanda dal pubblico riguardo a un personaggio di Middlesex, “l’oscuro oggetto”, a cui è seguita la buffa spiegazione dell’autore sulla sua origine, che deriva dagli anni dell’università: è così, infatti, che lui e un suo compagno erano soliti chiamare una loro misteriosa compagna, che vedevano ovunque ma con cui non parlavano mai. (Sempre riguardo ai personaggi, nel corso della presentazione Eugenides ci ha tenuto a ribadire che il personaggio di Leonard in La trama del matrimonio, nonostante la bandana in testa, non è ispirato a David Foster Wallace).

Appena finito l’incontro con Eugenides (non siamo nemmeno riusciti a farci fare gli autografi, per mancanza di tempo... forse unica pecca di questo festival: gli incontri troppo ravvicinati), ci siamo spostati in Piazza Rosa per conoscere Joyce Carol Oates, il motivo principale della nostra gita a Collisioni.

Joyce Carol Oates con Luca Briasco e l'interprete Paolo Maria Noseda
Insieme a lei sul palco c’era nuovamente Luca Briasco, sempre entusiasta ed emozionato di essere lì (non oso immaginare che cosa abbia provato quando gli hanno chiesto di presentare in un solo pomeriggio due scrittori americani di questo calibro). 
Joyce Carol Oates è esattamente come me l’ero immaginata dopo averla vista in foto, dopo aver letto Sorella, mio unico amore e Una famiglia americana, e soprattutto seguendola su twitter. Una donnina minuta, molto magra, che non si è mai tolta il suo cappello nero dalla testa e che ha risposto a tutte le domande in modo pacato, senza mai usare una parola di troppo ma nemmeno senza sembrare sgarbata, lasciandosi andare ogni tanto a qualche risatina molto composta.

La presentazione si è incentrata soprattutto su I paesaggi perduti, il suo secondo memoir da poco pubblicato da Mondadori con la traduzione di Katia Bagnoli. Un libro che racconta della sua famiglia e di lei adolescente, un periodo che l’ha formata e l’ha aiutata sicuramente a diventare la grande scrittrice che è oggi. Ovviamente anche a lei è stato chiesto di Trump, anzi T***p come lo chiama lei su twitter (se già non lo fate, vi consiglio di seguirla, merita). Un primo riferimento lo ha fatto lei stessa, parlando del primo libro che ha letto: Alice nel paese delle meraviglie. Spiegando che cosa le ha trasmesso quel libro, ha detto che non bisogna mai stupirsi di fronte a certe assurdità che leggiamo nei libri, perché non saranno mai come quelle che ci capitano nella vita vera… tipo le ultime elezioni.

Finita la presentazione, Luca si è messo in coda per farsi fare l’autografo (io, ahimè, non possiedo i libri suoi che ho letto in passato), ed è stato proprio bello vederlo lì, un po’ emozionato, davanti a lei. (Un’altra cosa che mi è piaciuta molto di questo incontro è stata la presenza di Jonathan Coe tra il pubblico... anche lui lì per sentire una grandissima scrittrice nordamericana. A volte ci dimentichiamo che gli scrittori sono per prima cosa anche loro lettori  che vogliono incontrare altri scrittori. Tra l'altro sia Coe sia la Oates erano anche da Eugenides).

Luca con Joyce Carol Oates

La nostra giornata a Collisioni si è conclusa con questo incontro. Siamo poi tornati alla fermata delle navette e, anche questa volta, non abbiamo dovuto aspettare. Iniziava a esserci un po’ di calca per il concerto serale dei Placebo, ma mai confusione insopportabile.

Collisioni mi è piaciuto tantissimo, forse è il più bel festival a cui io sia mai andata. Merito degli ospiti e dei loro intervistatori (un plauso anche all’interprete Paolo Maria Noseda, che ha seguito tutti gli scrittori di lingua inglese) sicuramente, del tempo che è stato particolarmente clemente (temevo il caldo torrido, prima cosa su cui siamo stati messi all'erta quando abbiamo detto che saremmo andati a Barolo e invece si stava bene), ma ho amato molto anche l’atmosfera. Forse perché, a differenza delle fiere e dei festival letterari in generale, qui non si percepiva tanto la presenza degli addetti ai lavori. Tutti (o quasi) facevano semplicemente parte del pubblico in visita a un festival, giunti lì per sentire un ospite o per mangiare e bere.

E poi, be’, mi è piaciuto anche il vino.

lunedì 17 luglio 2017

CANI & GATTI Sotto la lente della scienza - Antonio Fischetti e Sébastien Mourrain


Ho letto (e ammirato, vista la bellezza delle illustrazioni) Cani & Gatti sotto la lente della scienza, scritto da Antonello Fischetti, illustrato da Sébastien Mourrain e edito da editoriale scienza, in una notte caldissima della settimana scorsa.
Non ho potuto parlarne prima, però, perché ogni volta che provavo a scattare una foto del libro accanto a Luna, la mia gatta “adottiva”, lei immancabilmente si spostava, magari dopo aver trascorso minuti e minuti ferma immobile nella stessa posizione. “Lo vedo che vuoi qualcosa da me, umana, e col cavolo che te lo lascio fare”. E non importa se poco prima le avevo cambiato la pappa perché quella nel piattino non le piaceva più o se avevamo appena avuto una sessione di grattini sulla schiena. Se una cosa non vuole farla, Luna non la fa. E, ovviamente, anche in questo caso alla fine non sono riuscita a convincerla.

Di questo particolare comportamento felino in “Cani & Gatti sotto la lente della scienza” non si parla, ma ne vengono raccontati molti, moltissimi altri, riguardo agli animali da compagnia più diffusi e preferiti dall’uomo.

La prima parte di questo bel volume è dedicata ai cani: dall'abbaiare al parlare con la coda, da come nascono determinate razze al falso mito della loro presunta stupidità, dal loro incredibile fiuto a quello sguardo che solo loro sanno fare e che non può che far sciogliere chi lo guarda. Si passa poi a raccontare del rapporto con l’uomo, che lo considera il suo migliore amico e a cui a volte arriva ad assomigliare in modo impressionante, per poi parlare di passeggiate e rapporti con gli altri cani.



Nella seconda parte tocca invece ai gatti e ad alcuni dei loro comportamenti più caratteristici passare sotto la lente della scienza: si parla di carattere e di cibo, di razze e di lettiere, di gatti soprammobili che dormono sempre, di fusa più o meno rumorose, di carezze e miagolii, per poi analizzare aspetti come i loro buffi baffi, la loro voglia di solitudine, la sessualità molto rumorosa e la mania per le pulizie, per poi finire con i loro giochi di equilibrio (sì, quelli che spesso fanno venire un infarto a chi se ne prende cura).



I testi di Cani & Gatti sotto la lente della scienza, scritti da Antonio Fischetti, uniscono studi scientifici, curiosità e informazioni pratiche su come prendersi cura dei propri amici a quattro zampe, scritte con un linguaggio adatti ai bambini (l'età consigliata è dai 9 anni in su... io ne ho un bel po' di più, ma questo libro mi è comunque piaciuto moltissimo...) e sono accompagnati dalle bellissime illustrazioni canine e feline di Sébastien Mourrain che arricchiscono ulteriormente un volume già di per sé molto bello.

Se avete un cane o un gatto, anche solo conoscete qualcuno che ne abbia uno, riconoscerete molte delle situazioni e delle caratteristiche descritte e non potrete fare a meno di sorridere. Ma scoprirete anche cose nuove, aspetti di questi animali pelosi che forse prima ignoravate e che vi faranno provare nei loro confronti ancor più affetto e simpatia.
E vi farà venire una voglia matta di avere un cane o un gatto (o un altro cane e un altro gatto, se già ne avete uno o più di uno). 
Che magari sarà più collaborativo di Luna e accetterà anche di fare una foto con il libro.



TITOLO: Cani & Gatti sotto la lente della scienza
AUTORE: Antonio Fischetti
ILLUSTRATORE: Sébastien Mourrain
PAGINE: 64
EDITORE: editoriale Scienza
ANNO: 2016
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martedì 11 luglio 2017

EFEMERIDI - Cesare Catà


La prima cosa che colpisce quando si prende in mano Efemeridi di Cesare Catà è l’oggetto libro in sé. Una copertina di cartone molto semplice, con la rilegatura a vista tenuta insieme dalla colla e da un filo rosso, che richiama anche i colori scelti per il titolo e la semplice illustrazione. Un oggetto libro molto particolare e molto d’impatto, per quella che è una collana di Aguaplano, la collana Glitch, che si pone un obiettivo ben preciso: raccogliere in volume i migliori contenuti prodotti in rete.
La maggior parte dei racconti che compongono Efemeridi, infatti, era già comparsa sulle colonne dell’Huffington Post, dove Cesare Catà teneva una rubrica.

Ma cosa c’è all’interno di questo libro? Il sottotitolo dice che si tratta di “storie, amori e ossessioni di 27 grandi scrittori”. Io, invece, dico che sì, ci sono 27 storie di amori e ossessioni di grandi scrittori, che sono però anche alcune delle storie più belle di scrittori e scrittrici del passato che abbia mai letto.

La raccolta parte con John Keats e il suo amore per Fanny Brawne, vissuto attraverso un muro e reso impossibile dalla malattia dell’uomo.
La notte precedente la partenza John e Fanny, ognuno nella propria stanza, poggiano le mani alla parete sapendo che, di là, c'è l'amore della loro vita. In silenzio, respirano, auscultandosi i fiati dietro il muro che li separa.
Poi si prosegue con Kafka, con Anne Sexton e Fernando Pessoa, incapace di vivere il suo amore per Ophelia perché incapace di scindersi dai suoi personaggi, per passare a J.R.R. Tolkien e al suo regno elfico dove l’amore con Edith Bratt è possibile e prende finalmente forma.
Convinto che si sarebbero rivisti, che la forza del loro legame non potesse essere spezzata dalla vecchiaia e dalla morte, le aveva sussurrato all’orecchio parole antichissime, in una lingua ignota che solo loro potevano comprendere, forgiata nella grammatica esoterica e tenerissima del loro grande amore: «Non lasciamoci sopraffare dalla prova finale. Dobbiamo separarci nella tristezza, ma non nella disperazione. Amore, noi non siamo vincolati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e al di là di essi vi è più dei ricordi. Io tornerò. Aspettami. Ti prometto che tornerò da te».
C’è poi Jane Austen e la sua decisione di rimanere single per sempre, dopo un grande amore che si perde nell’oblio del tempo; c’è Hermann Hesse e poi Giacomo Leopardi, che ormai malato e in punto di morte ricorda la sua infanzia, il se stesso dodicenne che corre, gioca e sgambetta per le colline di Recanati e che poi verrà sostituito da quel pessimismo che lo accompagnerà tutta la vita.
Giacomo immagina di trovarsi ancora nella Marca, di incrociare per la piazza di Recanati sé bambino mentre corre; sogna di non dirsi niente, di non voler dirsi niente della tristezza e della noia delle ore che seguiranno quel giorno, di quanto grave sarà la sua festa. Perché in quel momento era solo sabato pomeriggio. Era sabato pomeriggio in un angolo del tempo.
Da Leopardi si passa a C.S.Lewis e al suo passaggio per Narnia; a David Foster Wallace che si dimentica di vedere una partita di tennis alla TV; al piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry e a Yukio Mishima; a William Butler Yeats, a Paul Celan e Martin Heidegger, a Dante Gabriel Rossetti e ad Arthur Rimbaud.
Poi c’è il racconto sulla morte di Virginia Woolf, raccontato da Vita Sackville-West, la donna che l’ha amata come si ama la rosa più bella e più fragile; c’è la storia dell’amore tra Kierkegaard e la bella Regine, talmente tanto forte che lui non può fare altro che lasciarla, nell’incapacità di amarla così tanto, senza però dimenticarla mai.
Quando Regine torna dai Caraibi, nel 1860, scopre che lui le ha lasciato in eredità tutto: i suoi risparmi, i libri, la casa. Come se fosse stata sua moglie. Come se avessero potuto viverla, quella vita. Come se l'amore fosse stato più forte dell'angoscia.
Ci sono Dylan Thomas, Carl Gustav Jung e il buon vecchio Hemingway, per passare poi al mal di vivere di Sylvia Plath, a Friedrich Hölderlin, all’amore di una madre per un figlio nella storia dedicata a Pier Paolo Pasolini e al bellissimo racconto di quando Lou May Alcott scopre di non essere più una piccola donna, per poi chiudere con Kerouac e Borges.

Sono loro i 27 grandi scrittori a cui Cesare Catà dedica i suoi racconti e le sue parole. E sono parole bellissime, di una poesia, una bellezza e un’intensità che spesso fa commuovere (nei racconti di Keats, di Pessoa, di Tolkien, di Leopardi, di Kierkegaard e di Lou May Alcott una lacrimuccia è proprio scesa).

Efemeridi è un libro per gli amanti dei libri e della letteratura, ma anche solo per gli amanti delle belle storie d’amore e di passione (amorosa e non), che forse, nel corso degli anni, senza Aguaplano e questa bella raccolta si sarebbero potute perdere nel web (io, per esempio, non conoscevo Cesare Catà e la sua rubrica sull’Huffington Post). 
E sarebbe stato un grande, grandissimo peccato.


Titolo: Efemeridi
Autore: Cesare Catà
Pagine: 160
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: Aguaplano
Prezzo di copertina:16 €
Acquista su amazon:
formato brossura: Efemeridi. Storie, amori e ossessioni di 27 grandi scrittori

venerdì 7 luglio 2017

LA LETTRICE SCOMPARSA - Fabio Stassi

La lettura non è un'attività passiva, non si inganni. Dipende solo dal grado di coinvolgimenti con il quale il lettore partecipa alle traversie di un personaggio. È più facile che alcuni libri possano far deperire chi li legge che concedergli qualche chilo in più.


Qualche anno fa Sellerio ha pubblicato un libro intitolato Curarsi con i libri. Era una sorta di enciclopedia medico-letteraria, in cui le autrici Ella Berthoud e Susan Elderkin associano a ogni malattia un libro che potrebbe aiutare in qualche modo a curarla. La versione italiana è stata curata da Fabio Stassi, che poi per un breve periodo ha tenuto una rubrica simile, con consigli di lettura "curativi", su Vanity Fair. Non so per quanto tempo sia proseguita, né quanto effettivamente questi consigli possano aver giovato a chi li ha ricevuti (l’idea di curare i malanni con la letteratura è sicuramente molto bella e molto romantica, ma altrettanto sicuramente inattuabile), ma di certo ha dato a Fabio Stassi l’ispirazione per La lettrice scomparsa, romanzo pubblicato l’anno scorso da Sellerio.

Protagonista è Vince Corso, un professore precario che, rimasto escluso dalle graduatorie scolastiche dopo l’ultimo concorsone, decide di provare a mettersi in proprio, sfruttando la sua enorme passione per la letteratura aprendo uno studio di biblioterapia. Una sorta di psicologo, che ascolta i pazienti e poi, anziché pastiglie o cure, consiglia una lettura adeguata allo stato d’animo espresso.
Pochi giorni dopo essersi trasferito nel palazzo che ospita il suo nuovo studio e che funge anche da casa, una vicina di casa di Vince scompare nel nulla e il marito viene accusato di omicidio. Per qualche motivo, Vince si sente molto attratto da questa storia. Forse perché la donna era una grande lettrice, che frequentava la stessa libreria frequentata dal protagonista, o forse semplicemente perché l’uomo vede della letteratura in ogni situazione della vita… fatto sta che Vince decide di indagare e scopre che la verità è molto più complessa di quello che potrebbe sembrare all'apparenza.

Ho iniziato a leggere La lettrice scomparsa con un certo entusiasmo. Finora ho amato molto tutti i romanzi che ho letto di Fabio Stassi (con una menzione speciale a Come un respiro interrotto) e ho un debole per i libri che parlano di libri.

E questo lo è, forse fin troppo.

Fabio Stassi, prima di essere uno scrittore, è un grande, grandissimo lettore. Lo si percepisce dal suo modo di scrivere, ma anche e soprattutto dall'enorme quantità di libri che riesce a citare nel dettaglio, in questo romanzo e negli altri. Già l’idea di poter curare, o comunque alleviare il dolore, con i libri ne presuppone una conoscenza smodata. Il risultato però, almeno in questo caso, è una punta di autocompiacimento involontario, che porta il lettore a perdersi un po’ tra i pensieri, i consigli e persino le indagini di Vince Corso.

Un personaggio, questo creato da Fabio Stassi, che ama la letteratura al punto da non riuscire a immaginare che possa esistere una vita senza di essa e senza la sua influenza. E quindi apre uno studio per curare con i libri, dove però arrivano però solo donne con problemi complicati, che tendono a sbeffeggiarlo, a contraddirlo, a disilluderlo più che a seguire ciecamente i suoi consigli.
In giro c'è molta più infelicità di quanto credessi: tutti i libri di questa biblioteca non potrebbero farci niente.
E poi si mette a indagare su una donna scomparsa, una lettrice amante della letteratura quanto lui, che dalla letteratura ha preso spunto per creare una trama complicata, un giallo che il lettore non ha alcun modo di risolvere.

È proprio nella caratterizzazione di Vince Corsi, appassionato di letteratura ma al tempo stesso insicuro e insoddisfatto di sé, nel rapporto con le sue assistite, ma soprattutto nelle indagini che il protagonista compie per scoprire che fine abbia fatto la donna scomparsa nel suo palazzo che Fabio Stassi un po’ si perde. Ci sono troppi elementi ricercati, troppe citazioni, troppo di tutto (e i libri, e la musica, e gli scacchi, e..., e..., e...).
E se all'inizio l'idea affascina ed emoziona (grazie anche alle frasi ad hoc per mandare un po' in visibilio gli appassionati lettori) a un certo punto il romanzo diventa un po' noioso, un po' pesante, un po' ripetitivo.

O forse semplicemente non tutti (non io, almeno, pur avendo letto moltissimi dei libri che il biblioterapeuta consiglia nel corso del romanzo) sono in grado di seguire tutti questi intrecci, letterari e non.

La lettrice scomparsa non è un brutto libro, intendiamoci. È scritto davvero bene e alcuni elementi sono molto toccanti (le cartoline che Vince invia al padre, per esempio) e, soprattutto, come si è già detto, l'autore dimostra ancora una volta il suo amore e la sua conoscenza per le letteratura. Che però dovrebbe essere un mondo inclusivo, almeno secondo l’idea del protagonista e dell’autore stesso, ma che in queste pagine si trasforma invece in un luogo quasi ostile e respingente.
Il solo potere taumaturgico che conosco è quello dell'amicizia. Consigliare un romanzo è un modo di voler bene a una persona.

Titolo: La lettrice scomparsa
Autore: Fabio Stassi
Pagine: 273
Anno di pubblicazione: 2016
Editore: Sellerio
Prezzo di copertina:14 €
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formato brossura: La lettrice scomparsa
formato ebook: La lettrice scomparsa

martedì 4 luglio 2017

IL MIO NEMICO MORTALE - Willa Cather

Si può essere amanti e nemici allo stesso tempo, sai? Noi lo siamo stati... Un uomo e una donna si separano dopo un lungo abbraccio e vedono cosa hanno fatto l'uno all'altra.


Myra Driscoll è stata cresciuta dal suo prozio, John Driscoll. Un uomo molto ricco e disposto a qualunque cosa per il bene della sua figlia adottiva, a cui non ha mai fatto mancare niente. Vestiti all'ultima moda, cavalli, feste sontuose a cui partecipa perfino la banda. Myra non potrebbe desiderare niente di più.
O forse sì: Oswald Henshawe, un giovanotto piacente e di belle speranze di cui la ragazza si innamora.
Al prozio di Myra, però, questo ragazzo proprio non piace, e pone alla figlia adottiva un ultimatum: o l'eredità o l'amore. E Myra non sembra avere alcun dubbio.
Dopo tanti anni, in quel paesino dell'Illinois da cui la ragazza è partita per non tornare più, di quella fuga d'amore ancora parlano tutti e il ricordo si accentua quando Myra decide di far visita per qualche giorno. Nellie, nipote di un'amica della donna, è molto incuriosita dalla figura di Myra Driscoll e dalla sua storia: quanto grande deve essere un amore per portarti a fare una scelta del genere?
Non più di tanto, sembra all'apparenza. Perché, trascorrendo del tempo con Myra e Oswald a New York, Nellie scoprirà che quella coppia che ha sfidato le convenzioni sociali del passato forse non è poi così felice come ci si aspetterebbe ma che, come tutte le coppie, nasconde gelosie, irritazioni, segreti e malumori.
«Ma sono stati felici, alla fine?», le chiedevo talvolta.«Felici? Oh, sì! Come la maggior parte della gente».Che delusione, quella risposta. Il senso della loro storia era che avrebbero dovuto essere molto più felici degli altri.

Nellie si renderà conto ancor di più di questa apparente infelicità anni dopo, quando ritroverà Myra e Oswald in condizioni economiche e di salute difficili, sempre vicini e insieme, ma ancor più lontani. Come se gli anni e il tempo che passa avessero cancellato definitivamente quanto di felice c’era stato tra loro. Se mai davvero c'è stato.

È questa la trama di Il mio nemico mortale di Willa Cather, appena ripubblicato da Fazi editore con la traduzione di Stefano Tummolini (il romanzo, in passato, è stato pubblicato prima da Mondadori e poi da Adelphi con il titolo Il mio mortale nemico).

Il libro comparve per la prima volta nel 1926, quattro anni dopo il romanzo One of ours (pubblicato in Italia con il titolo Uno dei nostri da Elliot edizioni, con la traduzione di A.M. Paci) che fece vincere alla Cather il Pulitzer, e immagino che per l’epoca l’argomento trattato fosse abbastanza scottante: la fuga d’amore e la rinuncia a un’eredità, ovvio, ma soprattutto il racconto di una vita tormentata, di una donna forte e fragile al tempo stesso, che mette in discussione il concetto di amore e di felicità.

Perché Myra Driscoll è una donna forte, pronta a sfidare le convenzioni, a rinunciare a una stabilità economica per inseguire l’amore; ma è anche una donna gelosa e capricciosa, quasi crudele, con un’incredibile consapevolezza di sé. Ed è fragile, appunto, a tratti insicura, e, da malata, si lascia poi andare ai rimpianti e all'amarezza, guardando all'amore e alla vita con una patina di infelicità che non riesce a cancellare.

Il mio nemico mortale è un romanzo molto breve, solo novanta pagine, eppure al suo interno Willa Cather riesce a condensare tante, tantissime cose: al centro di tutto c'è la figura di Myra e il suo modo di rapportarsi con gli altri; ma c'è anche la riflessione sull'amore, sull'incapacità di essere felici, di accettare una vita normale e, soprattutto, c'è il tempo che passa e disattende le aspettative.
"Si perde tutto con l'età, anche la forza di amare".
Il mio nemico mortale è un romanzo molto intenso e molto, molto bello, che meritava proprio di essere riscoperto.

Titolo: Il mio nemico mortale
Autore: Willa Cather
Traduttore: Stefano Tummolini
Pagine: 90
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: Fazi editore
Prezzo di copertina: 9 €
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formato brossura: Il mio nemico mortale
formato ebook: Il mio nemico mortale

giovedì 29 giugno 2017

CHILEAN ELECTRIC - Nona Fernández

La luce entrò dalle finestre nelle case, nelle stanze e sopra i cuscini dei più fortunati, che forse da quel momento iniziarono a immaginare nei loro sogni contorti una città delimitata da neon, lucette colorate e luci di sicurezza. Una città vigile, sempre accesa, la città insonne.


È il 1883 e a Santiago del Cile è appena arrivata la luce elettrica. È un momento importante per la città e per i suoi abitanti, che si sono raccolti tutti in Plaza de Armas per assistere alla prima accensione, con un misto di paura e stupore. Le strade, ora, sono illuminate dai lampioni, che sembrano dissipare tutte le ombre e dare, in qualche modo, una speranza luminosa per il futuro.
Ad assistere alla cerimonia di accensione c’è anche una bambina che, crescendo, tramanderà questo ricordo, insieme a tanti altri, alla nipote: perché sì, nel 1883 è arrivata la luce, ma non è riuscita a illuminare completamente il buio di un’epoca e di un secolo, fatto di dittature, di lavoro in condizioni disumane, di proteste represse con la violenza e di sparizioni inspiegabili.

In Chilean Electric di Nona Fernández, pubblicato da Edizioni Edicolas e tradotto da Rocco D’Alessandro, assistiamo proprio al momento dell’accensione dei lampioni e anche a tutto il resto. Lo facciamo tramite la nipote di quella bambina che ha visto intimorita e curiosa la prima luce accendersi. Sarà lei a tramandare i suoi racconti e i suoi ricordi, a volte confusi, a volte forse addirittura inventati, alla nipote, affinché si conservino, affinché non spariscano nel buio. E la nipote, con la sua scrittura e le sue parole, sarà proprio quella luce necessaria per non dimenticare la storia di sua nonna, ma anche quella di un intero paese.

Potrei dire queste e altre cose, ma probabilmente ciò che dico sono semplici arbitrarietà, ingenue e sterili; non sono una storica, né una politica, né un'economista e non mi compete entrare nel merito. L'unica cosa che posso fare è osservare. Osservare e trascrivere, illuminando con la letteratura la temibile oscurità.

Chilean Electric è un libro molto bello. Scritto con uno stile molto particolare, a volte poetico altre molto pratico (in apertura, per esempio, troverete una bolletta della luce), il romanzo gioca continuamente con la contrapposizione buio/luce, oblio/ricordo e ripercorre tutta la storia del Cile (e in parte di tutto il Sud America) nel corso del '900: un paese che da un lato andava verso l'innovazione, con i lampioni, la corrente elettrica in casa, i primi elettrodomestici, le prime bollette e poi l'arrivo di altre compagnie; ma dall'altro il paese continuava a sprofondare nel baratro delle dittature, dei colpi di stato, dei desaparecidos e delle repressioni.

Nona Fernández parla di sua nonna e di sé; parla di quando erano bambine entrambe e poi di quando entrambe sono diventate grandi. Parla delle feste e delle celebrazioni illuminate da mille lucine, ma anche delle semplici candele che i parenti delle persone scomparse non hanno mai smesso di accendere. Parla di Allende e del suo tentativo di dare potere al popolo, della sua morte e del suo funerale di stato tardivo, avvenuto quasi vent'anni dopo. E parla, poi, di un legame indissolubile, quello tra una nonna e una nipote che raccontano e si raccontano la propria storia e quella di un paese.

Mia nonna appoggiò la testa sul cuscino e dopo che ebbi spento la luce della lampada sul suo comodino, mi strinse forte la mano. Pensa che quella che sto per raccontarti non è una storia, le dissi. È una luce soave, una piccola lampadina da quindici watt. Un faretto che allontana le paure e aiuta ad addormentarsi. Una lucina notturna che ti vigila sul tuo letto mentre dormi.

Chilean Electric è stato una vera rivelazione, una piccola perla di letteratura sudamericana contemporanea, che non ha nessuna intenzione di dimenticare il passato. Non ho letto il primo romanzo di Nona Fernández, Space Invaders (pubblicato sempre da Edizioni Edicolas, sempre tradotto da Rocco D'Alessandro), ma sicuramente ora lo recupererò, per aggiungere un ulteriore tassello al racconto della storia del Cile, ma anche per rileggere ancora una volta le parole di questa autrice e lasciarmi incantare dal suo stile, duro e delicato al tempo stesso.

E se amate la letteratura sudamericana, se amate la storia e, soprattutto, non volete che i ricordi e le ingiustizie cadano nell'oblio, dovreste leggerli anche voi, per illuminare non con la scrittura ma con la lettura la temibile oscurità.


Titolo: Chilean Electric
Autore: Nona Fernández
Traduttore: Rocco D'Alessandro
Pagine: 110
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: Edicola Ediciones
Prezzo di copertina: 10 €
Acquista su amazon:
formato brossura: Chilean electric
formato ebook: Chilean Electric (Al tiro)

lunedì 26 giugno 2017

Di libri da leggere durante le vacanze scolastiche e di qualche considerazione sui titoli da proporre, più una bella lista.

Sono passati molti anni dall'ultima volta che mi è stata data una lista di libri da leggere durante le vacanze estive e quindi, devo ammettere, fatico un po’ a ricordare che struttura avessero. Ricordo una lista delle scuole medie, nell’estate tra la seconda e la terza, di cui bisognava leggere tutti i libri elencati (erano I Malavoglia di Verga, Una Donna di Sibilla Aleramo, Metello di Vasco Pratolini e Il Fu Mattia Pascal di Pirandello). Mi ricordo il mio sconforto iniziale, che si è tramutato in stupore davanti alle avventure della famiglia Malavoglia, davanti alla storia di Metello e di sua moglie Ersilia, davanti alla buffa vicenda di Mattia Pascal che decide di non essere più lui (per Una donna, invece, confesso di essere traumatizzata ancora adesso).

Ricordo poi un’altra lista, credo tra la prima e la seconda superiore, che era piena di titoli tra cui scegliere. È così che ho letto L’amore ai tempi del colera di García Márquez e poi, con un po’ di insistenza esterna, anche Cent’anni di solitudine. È così che ho letto Andrea De Carlo e, se non ricordo male, Calvino. Una lista lunghissima, da cui dovevamo scegliere un certo numero di libri: c’era un minimo ma non un massimo, e le possibilità erano davvero molteplici.

©Angela Keoghan
In questi giorni è di nuovo momento di liste. Le scuole sono finite da un pezzo e, passate le prime settimane di svago più totale, è giunto il momento di prendere in mano questi elenchi e decidere che cosa leggere. L’altro giorno, una ragazzina tra il primo e il secondo anno di un istituto professionale ha postato su twitter la sua lista di letture, comunicando con entusiasmo a Sofia Viscardi (youtuber diciottenne molto famosa tra i ragazzini di oggi, ndr) che tra i libri tra cui scegliere era presente anche il suo.

La mia prima reazione è stata abbastanza ottimista, devo dire la verità. “Ma sì, dai, la professoressa avrà fatto una lunga lista di titoli, tra cui ha inserito anche quello di Sofia Viscardi così, per ingraziarsi un po’ i suoi studenti tra un classico del ‘900 e l’altro”. Poi ho visto i titoli e l’ottimismo è un po’ sfumato. Oltre a Succede di Sofia Viscardi, appunto, c’erano After di Anne Todd, Wonder di R.J. Palacio e Io e te di Niccolò Ammaniti. Passi Ammaniti, passi ancora Wonder (anche se un po’ fuori età), ma After mi ha lasciato più senza parole di Sofia Viscardi.

A peggiorare ulteriormente le cose c’è il fatto che da questa lista, ogni studente deve scegliere solo un libro da leggere durante quest’estate. Un solo libro e potrebbe essere After? Ma perché?
Da un lato posso immaginare quale sia stata l’idea del docente: inserisco pochi libri, un paio che sentono vicini (se addirittura non li hanno già letti) e via, mi assicuro che leggano qualcosa e che poi l’anno prossimo non mi odino. E capisco, davvero, la volontà di svecchiare le liste di letture e di cercare il più possibile di andare incontro agli studenti, soprattutto se non lettori. Ma davvero serve? Ma davvero così facendo la scuola svolge il suo compito? Ma soprattutto, davvero non ha trovato nessun altro libro altrettanto leggero ma un po’ più intelligente (è una brutta parola, lo so, ma non saprei quale altra usare, in relazione al fatto che sono comunque libri consigliati a scuola) da far leggere?

Alla base potrebbe esserci un po’ di rassegnazione, sicuramente. I ragazzi di oggi leggono poco, se imponi le letture li allontani ulteriormente (tutti questi scrupoli un tempo non si facevano e, soprattutto, secondo me, non fanno nemmeno così bene, perché sei comunque una scuola e sì, certi libri in quegli anni vanno fatti leggere) e quindi non ci sono tante soluzioni. In questo caso specifico (che per fortuna non pare essere poi così diffuso, ci sono tantissimi insegnanti che danno liste ed elenchi con libri più variegati, per andare incontro ai gusti di tutti, ma al tempo stesso libri che hanno anche un qualche valore “scolastico”) l’impressione che ci sia stata un po’ di mancanza di voglia è abbastanza forte.

Però, secondo me, a questi ragazzi bisognerebbe dare anche un po’ più di fiducia.

Un mesetto fa, sono stata insieme alle mie amiche Claudia e Stefania in una scuola, a parlare di libri e di blog a dei ragazzi. Era un istituto agrario, dove diciamo che la letteratura italiana e la lettura in generale non sono considerate delle priorità (al punto che agli incontri i docenti di italiano nemmeno si sono visti), eppure, dopo un po’ di timidezza iniziale, qualcuno ha ammesso (sì, uso questo verbo perché a volte sembra che molti a quell'età si vergognino a dire che leggono) di essere un lettore, davanti allo stupore un po’ di tutti.

Questo per dire che non è vero che tutti i ragazzi non leggono. Non è vero che non frega niente a nessuno e che, per questo, bisogna dare meno titoli possibile e tutti il più vicini possibile al lettore. Anzi. Così si rischia solo di peggiorare le cose, secondo me, e di allontanare chi magari un po' di curiosità ce l'ha ma non sa come soddisfarla. 
Certo, magari qualcuno parte dal libro di Sofia Viscardi o da After e poi pian piano si forma come lettore. Qualcuno invece lo leggerà sentendolo come un’imposizione proprio come farebbe con qualunque altro libro. Ma c’è anche qualcuno che invece vorrebbe leggere, ma non sa bene da che parte girarsi, da dove partire e che da queste liste di libri da leggere per le vacanze cerca gli spunti giusti, qualche novità, qualche nuovo titolo. E si ritrova a poter scegliere solo tra quattro libri.

Dopo aver letto quel tweet l’altro giorno, ho lanciato sulla pagina Facebook del blog una specie di sondaggio, per provare a creare tutti insieme una lista alternativa di letture per l’estate. Sono venuti fuori tantissimi titoli, dai classici ai romanzi più contemporanei, che per la loro varietà potrebbero raggiungere molti gusti diversi. 
Preciso che non sono intervenuta in alcun modo sui consigli arrivati dai fan della pagina, se non semplicemente fornendo anche i miei. In alcuni casi non sono del tutto d’accordo (per tematiche o per difficoltà stilistiche, alcuni non sono libri che io quindicenne avrei letto... ma magari qualcun altro invece sì), altri sono state delle vere e proprie sorprese a cui non avevo minimamente pensato. E sicuramente ne mancano ancora tanti, tantissimi altri che andrebbero bene per quell'età e per formare i nuovi lettori senza traumatizzarli troppo.

Prima di passare all'elenco, ci tengo davvero tanto a ringraziare tutti coloro che sono intervenuti e che hanno lasciato i loro consigli di lettura.
© Saeed Sadeghi
Ho diviso i consigli in blocchi, per renderli più semplici da consultare: Narrativa italiana contemporanea, Narrativa straniera contemporanea, Classici italiani del ‘900, Classici stranieri del ‘900 e Classici. (Magari su qualche titolo in qualche categoria potreste non essere d’accordo… su qualcuno ho avuto qualche dubbio anche io, ma portate pazienza, è proprio solo per praticità).

Narrativa italiana contemporanea
CHI MANDA LE ONDE Fabio Genovesi
NEL MARE CI SONO I COCCODRILLI Fabio Geda
L’AMORE CHE MI RESTA di Michela Marzano
ANNA Ammaniti
IO NON HO PAURA Ammaniti
PIÙ PICCOLO È IL PAESE, PIÙ GRANDI SONO I PECCATI Davide Bacchilega
CAMERE SINGOLE Chiara Sfregola
SE HAI SOFFERTO PUOI CAPIRE Giovanni F.
DOVE NASCE L'ARCOBALENO di Andrea Caschetto
LA STANZA PROFONDA Vanni Santoni
FIGLI DELLO STESSO FANGO Daniele Amitrano
IL RUMORE DEI TUOI PASSI Valentina D’Urbano
Tutti i romanzi di Fabio Bartolomei
I romanzi di Valerio Massimo Manfredi

Narrativa straniera contemporanea
QUALCUNO CON CUI CORRERE David Grossman
L’OMBRA DEL VENTO Carlos Ruiz Zafon
IL VANGELO SECONDO BIFF Christopher Moore
A VOLTE RITORNO John Niven
AMERICAN GODS Neil Gaiman 
NESSUN DOVE Neil Gaiman
LEGGERE LOLITA A TEHERAN Azar Nafisi
YERULDELGGER Ian Manook
MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO Jonathan Safran Foer
STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI Markus Zusak
I PILASTRI DELLA TERRA Ken Follet
I FIGLI DELLA MEZZANOTTE Salman Rushdie
LA SAGA DI AGNES BROWNE Brendan O’Carroll
LA CASA DEGLI SPIRITI Isabel Allende
L’ELEGANZA DEL RICCIO Muriel Barbery,
TRILOGIA DELLA CITTA DI K Agota Kristof
LA SOTTILE LINEA SCURA Joe R. Lansdale
ZIA MAME Patrick Dennis
LA MIA VITA È UN PAESE STRANIERO Brian Turner
IL PARADISO DEGLI ORCHI Daniel Pennac
COME UN ROMANZO Daniel Pennac
OPEN Andres Agassi
COLLA Irvine Welsh
SHINING Stephen King
IT Stephen King
LA SAGA DELLA TORRE NERA Stephen King
L’UOMO IN FUGA di Stephen King
MI CHIAMO LUCY BARTON di Elizabeth Strout
NORWEGIAN WOOD Murakami
IL SENTIERO DEI SOGNI LUMINOSI di Jasvinder Sanghera
TISHOMING BLUES Elmore Leonard
IL CLUB DEGLI INCORREGIBILI OTTIMISTI Jean Michel Guenassia
NIENTE Janne Teller
SKELLING David Almond
LA NOSTRA CASA Bov Bjerg
LA VITA SECONDO BANANA PP Wong
LA RAGAZZA DAI SETTE NOMI Hyeonseo Lee 
RIPARARE I VIVENTI Maylis De Kerangal
IL SENSO DELLE COSE Richard Feynman
LA BASTARDA DI ISTANBUL Elif Shafak
TRE FIGLIE DI EVA Elif Shafak
MAUS Art Spiegelman
PAPER MAGICIAN Charlie N. Homberg
IL MURO INVISIBILE Harry Bernstein
DANNY L’ELETTO Potok
Il BUDDA DELLE PERIFERIE Hanif Kureishi
LE CENERI DI ANGELA Frank McCourt
DEMOLITION MAN Robert Tine
IO NON MI CHIAMO MIRIAM Majgull Axelsson
I romanzi di Sharon M. Draper
I romanzi di Zimmer Bradley

Classici italiani del ‘900
IL BARONE RAMPANTE Italo Calvino
IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO Italo Calvino
SE UNA NOTTE D’INVERNO UN VIAGGIATORE Italo Calvino
IL SISTEMA PERIODICO Primo Levi
SE QUESTO è UN UOMO Primo Levi
LA COSCIENZA DI ZENO Italo Svevo
IL FU MATTIA PASCAL  Luigi Pirandello
LA STORIA di Elsa Morante
LA BELLA ESTATE Cesare Pavese
FONTAMARA Ignazio Silone
IL NOME DELLA ROSA di Eco
IL SENATORE Giancarlo Buzzi
GLI OCCHIALI D'ORO Giorgio Bassani
CRISTO SI È FERMATO A EBOLI Carlo Levi
RIMINI Pier Vittorio Tondelli 
SOSTIENE PEREIRA Antonio Tabucchi

Classici stranieri del ‘900
IL BUIO OLTRE LA SIEPE Harper Lee
1984 George Orwell
LA FATTORIA DEGLI ANIMALI George Orwell
CRONACHE MARZIANE Ray Bradbury
FAHRENEITH 451 Ray Bradbury
SULLA STRADA Jack Kerouac
CENT’ANNI DI SOLITUDINE Gabriel Garcia Marquez
L’AMORE AI TEMPI DEL COLERA Gabriel Garcia Marquez
LO HOBBIT Tolkien
IL SIGNORE DELLE MOSCHE William Golding
MRS DALLOWAY di Virginia Woolf
IL GIOVANE HOLDEN J.D. Salinger
LA VALLE DELL’EDEN John Steinbeck
UOMINI E TOPI di John Steinbeck
I BUDDENBROOK Thomas Mann
LO STRANIERO di Albert Camus
LORD JIM di Joseph Conrad
IL VAGABONDO DELLE STELLE di Jack London
DIECI PICCOLI INDIANI Agatha Christie
IL PROFETA Kahil Gibran
LA SVASTICA SUL SOLE Philip Dick
FINE DI UNA STORIA di Graham Green
LEGGERMENTE FUORI FUOCO di Robert Capa
LA STORIA INFINITA Michael Ende
L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE Milan Kundera
ZIA MAME Patrick Dennis

Classici
I TRE MOSCHETTIERI Dumas
I VIAGGI DI GULLIVER Jonathan Swift
IL RITRATTO DI DORIAN GRAY Oscar Wilde
ORGOGLIO E PREGIUDIZIO Jane Austen
PERSUASIONE Jane Austen
ANNA KARENINA Lev Tolstoj
FRANKENSTEIN Mary Shelley
NOTRE DAME DE PARIS Victor Hugo
IL CONTE DI MONTECRISTO Alexandre Dumas
JANE EYRE Charlotte Bronte
VENTIMILA LEGHE SOTTO I MARI Jules Verne
ARMANDALE Wilkie Collins
LE AFFINITÀ ELETTIVE di Goethe

Magari anziché fornire una lista di quattro titoli e dire di sceglierne solo uno, se ne potrebbe dare una più lunga, suddivisa per argomenti (questi o altri, più inerenti magari al percorso di studi), alternando libri più complessi ad altri più leggeri e chiedere di sceglierne magari tre o quattro... nessuno è mai morto per aver letto tre libri in tre mesi. Nemmeno un non lettore.

venerdì 23 giugno 2017

LE SOLITE SOSPETTE - John Niven

Le amicizie di lunga data hanno percorsi strani e spesso diventano l’unità di misura di noi stessi.



Vanno molto di moda ultimamente i romanzi che hanno come protagonisti gruppi di anziani intenti a fare le cose più disparate. Gesti ribelli, crimini più o meno efferati, o anche una semplice nuova avventura fino a quel momento impensabile. Non so di preciso da dove derivi questa moda: forse ci piace che venga ribadita il più possibile l’idea che, anche da anziani, potremo vivere vite avventurose e non lasciarci semplicemente schiacciare dal peso degli anni.

Certo, se si affida questo tema a John Niven, scrittore scozzese autore di quel capolavoro di A volte ritorno ma anche di Maschio bianco etero, famoso per la sua incredibile capacità di mischiare racconto serio a parolacce, si può facilmente immaginare quale potrà essere il risultato. 

Le solite sospette, pubblicato da Einaudi nel 2016 con la traduzione di Marco Rossari, racconta di un gruppo di donne, che vanno da sessant’anni d’età agli oltre ottanta, che decidono di rapinare una banca. L’idea viene a Susan, una donna vicina ai sessanta con la passione per i trucchi di scena che si ritrova all’improvviso sull’orlo della bancarotta dopo che il marito è morto d’infarto nel bel mezzo di un’attività che la donna ignorava ma a cui l’uomo si dedicava da parecchi anni.  A lei si uniscono: Julie, anche lei sulla sessantina, che dopo una vita di avventure in giro per il mondo ora si ritrova a fare le pulizie in una casa di riposo; Jill, una donna irreprensibile, che odia le parolacce, e che ha un nipotino gravemente malato e non abbastanza soldi per pagare l’operazione che potrebbe salvarlo; e infine, Ethel, la più anziana del gruppo e sboccata del gruppo, che nasconde un passato molto interessante e che di finire la sua vita in una casa di riposo proprio non ha voglia.
Sulle tracce di questo singolare quartetto ci sono lo sgraziato e volgare sergente detective Hugh Boscombe e il suo sottoposto, l’agente Alan Wesley, che cerca in qualche modo di compensare la malagrazia del suo superiore. 
Quello che sembra essere un caso semplice si trasforma ben presto in una rocambolesca caccia alle fuggiasche, che parte dall’Inghilterra e arriva fino a Marsiglia, e coinvolge tutta una serie di personaggi singolari.

Anche se la trama forse non è molto originale, Le solite sospette è sicuramente un romanzo molto divertente, in cui si ritrovano tutte le caratteristiche che chi ha letto i romanzi precedenti di Niven si aspetta di trovare: una buona dose di volgarità, che associata a queste anziane protagoniste produce un effetto davvero esilarante; una storia esagerata, rocambolesca, al limite dell’assurdo (limite che a volte viene valicato senza alcun problema… soprattutto dal povero Boscombe, su cui Niven sembra accanirsi parecchio) ma che funziona; ma anche temi importanti: il fallimento personale, la voglia di riscattarsi, il desiderio di riprendere in mano la propria vita, di non arrendersi mai, la malattia, la mancanza di soldi…

Ed è proprio questa commistione di elementi, questa scelta di raccontare problemi e situazioni importanti con uno stile sboccato (che non disturba però, anzi, ci si adatta abbastanza facilmente), unita alla creazione di personaggi bislacchi e, per questo, indimenticabili (Ethel, sei il mio idolo indiscusso!) la cosa che più mi piace dei romanzi di John Niven. 

In Le solite sospette non si raggiungono sicuramente i livelli di A volte ritorno, ma mi è piaciuto molto, più di Maschio bianco etero. Tutti e tre, comunque, rimangono dei romanzi che vale davvero la pena di leggere. Per ridere, certo, ma anche per pensare. 



Titolo: Le solite sospette
Autore: John Niven
Traduttore: Marco Rossari
Pagine: 346
Anno di pubblicazione: 2016
Editore: Einaudi
Prezzo di copertina: 18,50 €
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formato brossura: Le solite sospette
formato ebook: Le solite sospette (Einaudi. Stile libero big)