giovedì 23 febbraio 2017

FIABE COSÌ BELLE CHE NON IMMAGINERETE MAI - Ivano Porpora

Le persone che ami le riconosci subito, quando le ami; e le riconosci dal fatto che sanno dare l'unica risposta all'unica domanda che c'è, ossia: dove è andato a finire il colore?



Per parlarvi di Fiabe così belle che non immaginerete mai di Ivano Porpora, una bellissima raccolta di fiabe, appunto, pubblicata da LiberAria, avevo pensato di scrivere io stessa una fiaba. “Dai, faccio una di quelle recensioni fighissime che riprendono lo stile dell’autore e del libro, e chissà, magari fanno anche meglio” ho pensato (sì, ogni tanto a noi recensori prendono questi deliri di onnipotenza). Un pensiero che è durato tipo cinque secondi. Perché più mi soffermavo a pensare a quanto avevo appena letto, più mi rendevo conto che sarebbe stato impossibile persino se fossi un genio della scrittura.
Perché le Fiabe così belle che non immaginerete mai di Ivano Porpora sono davvero così belle che non potete immaginare.

Ambientate in reami lontani, lontanissimi, ma talmente lontani e lontanissimi che a volte per arrivarci bisogna fare un buco e arrivare fino al centro della Terra (a parte uno che invece è vicinissimo), queste venticinque fiabe raccontano di uomini brutti e donne bellissime che si uniscono in un abbraccio senza fine, di case piene di cuori di pezza in cui ognuno può ritrovare il suo, di cacciatrici di sorrisi e di partite a carte contro la tristezza, di messaggi d’amore consegnati da bambini da un capo all’altro del mondo e di altri bambini che leggono romanzi d’amore ai sordi o guardano il mondo da dietro a cocci di vetro colorati.

Quando una persona ti parla di un mondo a mille colori, e tu dici che ce n'è solo uno, non pensare che sia un pirla: magari ha solo avuto il coraggio di procurarsi occhiali migliori dei tuoi.

E poi ci sono distributori di sogni, lune rosse, bambine piene di pioggia, ciccioni pronti a spiccare il volo e tante altre storie. E come ogni fiaba che si rispetti, anche queste hanno tutte una loro morale, anzi quasi sempre tre, se l’autore ha avuto voglia di scriverle. Una un po’ più pratica, una un po’ più buffa e una che ti porta a guardare il mondo in modo diverso.

Non so se il fatto di conoscere personalmente, seppur da poco e seppur solo in modo superficiale, Ivano Porpora e sorridere e ritrovarmi in molte delle cose che scrive abbia in qualche modo condizionato la mia lettura. Ma sono abbastanza convinta di no. Il conoscerlo di persona mi ha solo permesso di arrivare a questo libro che, molto probabilmente, altrimenti non avrei mai letto.
No, ve lo ripeto, queste fiabe sono davvero così belle che non immaginerete mai.  È bello il modo in cui raccontano il mondo, tutto l’amore che ne traspare, perché, come recita anche la quarta:

"- Tutte le storie sono storie d'amore -, diceva e disse; perché non solo era ricco il significato, ma il suono, si disse, il suono era tutto bello e distillato e ricco; e allora lo ripeté: - Tutte le storie sono storie d'amore."

Ed è bello lo stile in cui sono scritte, così come belli sono quel sorriso, a volte un po' più allegro altre un po' più amaro, e quelle riflessioni che (quasi) tutte alla fine ti lasciano.
Queste Fiabe così belle che non immaginerete mai sono per adulti, ma anche per bambini (edulcorando a volte un po’ il linguaggio, come lo stesso Ivano Porpora fa). Sono fiabe per tutti quelli che amano perdersi in regni lontani, lontanissimi, talmente lontani che per arrivarci servono almeno venti paia di scarpe (tranne che per arrivare in uno, che invece è vicinissimo) e che credono nell'incredibile potenza di un abbraccio.

Titolo: Fiabe così belle che non immaginerete mai
Autore: Ivano Porpora
Pagine: 165
Editore: LiberAria
Anno: 2017
Prezzo: 15 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Fiabe così belle che non immaginerete mai

lunedì 20 febbraio 2017

NON È IL MIO GENERE! E invece (forse) sì! - Romanzi rosa

Febbraio, si sa, è il mese di San Valentino e dell'ammmmmore e anche Il giro del mondo attraverso i libri, la libreria Sulla parola e io abbiamo pensato di celebrarlo a dovere, dedicando l'appuntamento mensile di "Non è il mio genere! E invece (forse) sì!" ai romanzi rosa.
E quindi sabato 18 febbraio ci siamo come sempre ritrovate in libreria, che per l'occasione aveva la vetrina piena di cuori, per confrontarci con tutti i partecipanti su un genere che, per sua natura, viene spesso considerato sdolcinato e lacrimevole, nonché fonte di una valanga di stereotipi, che tendono ad allontanare una buona fetta di lettori. Tutte considerazioni vere, in buona parte dei casi.
Eppure, come dimostrano anche le discussioni nate durante l'incontro e tutti i consigli arrivati, il romanzo rosa è un genere ben vivo e attivo e, soprattutto, non raccoglie per forza solo libri melensi. (Che comunque, secondo me, una volta ogni tanto si possono anche leggere, ché mica esistono solo ed esclusivamente i libri seri!).

L'incontro, come sempre, è stato bellissimo e divertentissimo. Perché, come sempre, il presentare un libro è stata quasi una scusa, per parlare di sé, per raccontare ad altri storie ed esperienze, e, già che c'eravamo, fare anche un po' di gossip. Rispetto alle altre volte, poi, di bello ci sono stati anche i tantissimi confronti rispetto a uno stesso libro, che veniva da un lato consigliato e dall'altro massacrato (ché quanto noi parliamo male dei libri lo facciamo come si deve).

E quindi, di nuovo come sempre, prima di tutto devo ringraziare tutti i partecipanti: chi è venuto fisicamente in libreria, a chiacchierare, ridere e raccontarsi con noi e chi ci ha inviato a distanza i suoi consigli. E soprattutto le mie compagne di viaggio, Claudia e Stefania.


Ma passiamo ai romanzi consigliati! Come sempre, se il consiglio è arrivato da un blogger, se disponibile trovate il link alla sua recensione. Ah, nell'elenco vedrete anche libri che forse proprio rosa rosa non sono, ma non siamo mai troppo fiscali con i romanzi consigliati, e poi una storia d'amore, più o meno struggente e più o meno a lieto fine, c'è in tutti.

Innamorarsi a New York - Melissa Hill (Newton & Compton)

Biscotti e sospetti - A neve ferma - La soavissima discordia dell'amore - Stefania Bertola (TEA)

Quasi quasi mi innamoro - di Anna Mittone (Piemme)

Aspettando domani - Guillaume Musso (Sperling e Kupfer)

Io prima di te - Jojo Mojes (Mondadori)

Colpa delle stelle - John Green (Rizzoli)

Io che amo solo te - Luca Bianchini (Mondadori)

Le ho mai raccontato del vento del nord - Daniel Glattauer (Feltrinelli)

La lettera d'amore - Cathleen Schine (Adelphi)

Orgoglio e pregiudizio - Persuasione - Jane Austen (Feltrinelli)

Cime tempestose - Charlotte Brontë (Mondadori)

Quel che il giorno deve alla notte - Yasmina Khadra (Mondadori)

I love shopping (saga) - Sophie Kinsella (Mondadori)

I cercatori di conchiglie - Ritorno a casa - Settembre - Rosamund Pilcher (Mondadori)

L'allieva (saga) - Alessia Gazzola (Longanesi)

La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo - Audrey Niffenegger (Mondadori)

L'amore graffia il mondo - Ugo Riccarelli (Mondadori)

Lettera di una sconosciuta - Stefan Zweig (Adelphi)

E non disse nemmeno una parola - Heinrich Böll (Mondadori)

L'amore ai tempi del colera - Gabriel García Márquez (Mondadori)

I ponti di Madison County - Robert James Waller (Frassinelli)

Il prossimo incontro si terrà sabato 18 marzo, sempre alle 16, sempre alla libreria Sulla parola, e sarà dedicato alla Poesia e al teatro. Aspettiamo come sempre i vostri consigli, online o dal vivo!

mercoledì 15 febbraio 2017

LADRI DI INCHIOSTRO - Alfonso Mateo-Sagasta

Mi reputate capace di scrivere una simile porcheria? Credete che non abbia niente di meglio da fare? Io sono un poeta, signore, non un commediante, e neanche un novelliere. La mia opera è ben superiore a certi libercoli. Il Chisciotte non è che un romanzetto simpatico da leggere dal barbiere, e il destino naturale delle sue pagine è simile a quello dei petali di una margherita in mano a un innamorato: essere strappate una dopo l'altra e usate per impacchettare la merce in un negozio di spezie.

Mi capita spesso di chiedermi come mai ammettere di non aver letto il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes scandalizzi meno rispetto alla confessione di altre lacune letterarie. Forse perché la letteratura spagnola in Italia non è poi così diffusa, a meno che non l’abbiate studiata a scuola, all'università o per passione personale? Forse anche perché il Chisciotte è un’opera antica e dal volume considerevole e chi mai si metterebbe a leggere così, di sua spontanea volontà, più di 1200 pagine scritte nel ‘600?

Io stessa sono dovuta arrivare al terzo anno di università, e non senza una certa paura, per scoprire le avventure dell’Ingenioso hildalgo don Quijote de la Mancha.
E innamorarmene follemente perché, prima di tutte le considerazioni storiche e i significati più o meno nascosti, le peripezie di questo cavaliere errante e del suo prode scudiero Sancho Panza fanno morire dal ridere. Da allora, pur non avendo ancora avuto il tempo di rileggerlo (e il coraggio per farlo in lingua originale) porto Don Chisciotte e Sancho Panza nel cuore.

Immagino che molti sappiano la storia della pubblicazione del Chisciotte: il primo volume esce nel 1605 e ottiene un successo strepitoso. Strepitoso e un po’ inaspettato anche per lo stesso Cervantes, che fino ad allora aveva pubblicato solo La Galatea, un romanzo pastorale, e qualche Novella Esemplare qua e là. Al punto da cadere un po’ nello sconforto, annunciando ovunque la pubblicazione di un secondo volume che però non sembra arrivare mai. Finché, nel 1614, esce il Segundo tomo del ingenioso hidalgo Don Chisciotte de la Mancha, un apocrifo, a opera di un misterioso scrittore che si cela dietro lo pseudonimo di Alonso Fernández de Avellaneda. Un affronto, per il povero Cervantes, che nel prologo viene accusato dei peccati più infamanti per l’epoca e che finalmente decide di rispondere pubblicando nel 1615 il secondo volume ufficiale, in cui Don Chisciotte e il fido Sancho partono proprio alla ricerca di questo cavaliere errante apocrifo, per affrontarlo in un duello letterario.

È dall’uscita di questa versione apocrifa del Don Chisciotte e da tutte le supposizioni e le ricerche fatte per scoprire chi si nasconde dietro allo pseudonimo di Fernández de Avellaneda che prende spunto la vicenda narrata in Ladri di inchiostro di Alfonso Mateo-Sagasta, edito in Italia da Marco Tropea editore (casa editrice, ahimè, fallita qualche anno fa) e tradotto da Roberta Bovaia.

Siamo nella Madrid del 1614, la versione apocrifa del Chisciotte è stata da poco pubblicata e l’editore della versione originale, Francisco Robles, è su tutte le furie: non bastava che Cervantes promettesse il seguito da anni senza mai realizzarlo, ora ci voleva anche un apocrifo a infamarne il lavoro e, soprattutto, a fargli perdere soldi. L’uomo incarica quindi un suo dipendente, Isidoro Montemayor, di indagare sull’uomo che si nasconde dietro allo pseudonimo di Alonso Fernández de Avellaneda. Il buon Isidoro, ex soldato che sta cercando disperatamente di dimostrare le sue origini nobili, accetta l’incarico (non che avesse molta scelta, in realtà) e si ritrova così immerso nel variegato ambiente letterario della Spagna del ‘600, tra uomini ricchissimi e antipaticissimi, scrittori al servizio dei potenti, bische clandestine, conventi, salassi e strane teste parlanti. Riuscirà il nostro eroe a scoprire chi si cela dietro ad Alonso Fernández de Avellaneda senza rimetterci la pelle?
Quello che viene fuori da Ladri di inchiostro (che è un romanzo inventato ovviamente, perché ancora oggi non è ben chiaro chi fosse davvero l’autore del Chisciotte apocrifo) è un ritratto un po’ impietoso ma, soprattutto, divertentissimo della Madrid dell’epoca, di cui Alfonso Mateo-Sagasta racconta gli usi e i costumi, le contraddizioni e l’inesorabile decadenza verso cui si stava lentamente rivolgendo la città e, soprattutto, il suo ambiente letterario.

Insieme a don Isidoro, incontriamo quindi un Cervantes un po’ provato, dalla malattia e dalla tristezza, un Lope de Vega immanicato un po’ con tutti, un Góngora un tantino rosicone e un Francisco de Quevedo che sa ben più di quel che lascia intendere; ma anche una famiglia che stranamente dà alla luce solo figli ciechi, un barbiere-dentista che crede nel magico potere dell’urina, una ragazza che ha perso più e più volte la verginità, e una bella contessa che a don Isidoro fa un po’ quello che vuole, anche saccagnarlo di botte.

Tutti insieme, questi personaggi e il modo in cui Alfonso Mateo-Sagasta li fa interagire tra loro rendono Ladri di inchiostro un grande, grandissimo romanzo. Gli appassionati di quell'epoca e di quella letteratura, se non saranno troppo fiscali con alcune licenze storiche che l’autore si prende, si divertiranno tantissimo durante la lettura di questo libro. Ma anche chi invece di Spagna del ‘600 non sa nulla, ma adora i romanzi storici, in cui la realtà e la finzione si mescolano alla perfezione, non potrà che farsi conquistare da don Isidoro e dalla sua indagine.
E chissà, magari poi vi verrà voglia di leggere anche il Don Chisciotte e perdervi nel fantastico mondo dei cavalieri erranti.

TITOLO: Ladri di inchiostro
AUTORE: Alfonso Mateo-Sagasta
TRADUTTORE: Roberta Bovaia
PAGINE:560
EDITORE: Marco Tropea editore
ANNO: 2010
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Ladri d'inchiostro

lunedì 13 febbraio 2017

Cathy, Kent e Le nostre anime di notte

Dov’è la tua mano?  
Proprio qui accanto a te, dove sta sempre.
Cathy Haruf, con la sua bravissima interprete
Non so bene da dove cominciare per raccontarvi l’incontro con Cathy Haruf avvenuto domenica 12 al Teatro Franco Parenti di Milano in occasione dell’uscita di Le nostre anime di notte, ultimo romanzo del marito Kent, pubblicato quando lui ormai non c’era più.
Vorrei scrivere un post super professionale, in cui vi racconto quali domande le sono state fatte e come lei ha risposto, senza lasciarmi andare a sentimentalismi o commenti personali. E mi ero ripromessa di essere così anche durante l’incontro stesso: ascoltare, prendere appunti, fare domande intelligenti.
Però poi mi sono seduta, lei è arrivata, con il suo bastone colorato e un sorriso dolcissimo sul viso e niente, al diavolo la professionalità, qui il problema era non commuoversi.

Questa donna è la moglie di Kent Haruf, l’autore di La trilogia della Pianura, su cui ho versato una valle di lacrime, di tristezza, di gioia, di commozione, e che, almeno in parte, ha contribuito a farmi innamorare. 
Ed è anche la persona a cui Haruf ha dedicato Le nostre anime di notte, questo piccolo gioiello appena uscito per NNeditore, sempre con la magistrale traduzione di Fabio Cremonesi, che racconta la storia d’amore tra due anziani, facendomi commuovere ancora una volta, e in alcuni punti forse ancor di più che nei tre libri precedenti.

Cathy ci tiene però a dire che il libro è autobiografico solo nella struttura di base, quella dei due anziani che la notte si ritrovano per mano nel letto, a chiacchierare. «Era il momento della giornata che Kent amava di più» ci dice. «La sera ci mettevamo nel letto e ci raccontavamo le nostre giornate. Abbiamo sempre fatto così, abbiamo sempre parlato di tutto, senza mai attaccarci, e parlandone in qualche modo anche le cose più difficili in parte già si risolvevano. E quando Kent stava ormai per morire, gli ho chiesto se c’era altro che avremmo potuto dirci, secondo lui. Ha risposto di no e io gli ho detto che ero d’accordo. Nessun rimpianto, insomma».

Da questo espediente, da queste mani di due anziani che si stringono nella notte e si abbandonano alle chiacchiere, è poi nato il romanzo vero e proprio, la storia di Addie Moore e Louis Waters e il loro dolcissimo amore. Dolcissimo e un po’ scandaloso per Holt, un paesino di poche anime in cui inevitabilmente tutti sanno tutto di tutti e tutti chiacchierano. Eh sì, la Holt di Le nostre anime di notte è un po’ diversa rispetto a quella della Trilogia della Pianura: una Holt che fa battute, che lancia frecciatine e piena di pettegoli, ma che al tempo stesso, almeno in parte, invidia il coraggio che Addie e Louis hanno avuto nel tentare di essere felici anche da anziani.


Holt è un paesino inventato, in cui Kent Haruf ha ambientato tutti i suoi romanzi (anche i due precedenti alla Trilogia della Pianura e non ancora usciti in Italia), di cui nemmeno Cathy ha ben chiara l’origine: potrebbe in qualche modo ricordare i paesini in cui Haruf ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza, ma anche essere semplicemente un luogo del Colorado che potrebbe essere un posto qualunque. Kent, però, da lì non si sarebbe mai potuto muovere: «I’m stuck in Holt» diceva sempre.

Ma com’era il Kent Haruf non scrittore? Il Kent Haruf che dai libri non emerge? Cathy racconta di un uomo timido, ma al tempo stesso molto popolare e molto amato dai suoi studenti per il suo senso dell’umorismo. Un uomo che amava ascoltare gli altri e le loro storie, «e che probabilmente se fosse qui adesso risponderebbe alle vostre domande e poi ve ne farebbe lui altre, per scoprire qualcosa di voi». Un uomo molto disponibile e una persona vera, non costruita. Un uomo molto tranquillo, tranne quando guardava la sua squadra di football del cuore, in tv. In quei momenti, improvvisamente, si trasformava.
«Io uscivo dalla stanza, perché era impossibile stare con lui mentre guardava i Denver Broncos, soprattutto se perdevano. E poi ogni tanto, quando gli uscivano le parole peggiori, gli cantavo “tu andrai all’inferno, tu andrai all’inferno”».

Per quanto riguarda la scrittura, lui e Cathy erano un meccanismo ben oliato. Nel caso dei romanzi precedenti, Kent ha impiegato molto tempo per scriverli. Iniziava a pensare ai personaggi almeno un anno prima di metterli su carta. Poi scriveva tutto a macchina, con gli occhi bendati, così da poter vedere dentro di sé quello che stava scrivendo. Aggiungeva qualche annotazione e poi passava la bozza a Cathy, perché la battesse al pc. E così via, per altri quattro o cinque giri di bozze. Cathy si è sempre occupata solo di correggere errori e refusi, non ha mai fatto alcuna osservazione sulle trame, perché i libri non erano suoi. («Una volta, mentre stavo battendo al pc uno dei libri della trilogia, gli ho detto che un personaggio mi era piaciuto molto e avrei voluto saperne di più. Kent si è chiuso in camera e non è uscito per due giorni. E pensare che a me sembrava un complimento».)
Con Le nostre anime di notte è stato diverso. Kent sapeva che stava per morire, sapeva di non avere tempo e quindi ha scritto con più urgenza, stupendosi della velocità con cui era capace di abbozzare i capitoli. Cathy racconta che quando ha letto le prime due pagine del libro ha pensato che si trattasse di un’idea geniale, quella di un uomo e una donna ormai anziani ed entrambi soli che decidono di attraversare insieme le notti. E ha sorriso, perché sapeva che Kent sapeva che lei, come Addie Moore, ne sarebbe stata capace («Lui no, era troppo timido»).
«È sciocco pensare di essere soli quando si potrebbe essere insieme» ci dice. E racconta di come abbia cercato di convincere i membri del suo club del libro, desiderosi di un po’ di compagnia, a fare qualcosa di simile. «Alla peggio si soffre un po’, si viene un po’ feriti. Ma se le cose vanno bene, si ottiene qualcosa di bellissimo».

Io avevo due curiosità che mi ronzavano in testa da un po’.
La prima riguardava il film che da Le nostre anime di notte è stato tratto. Il regista è Robert Redford, che interpreta anche Louis Waters, mentre la parte di Addie è affidata da Jane Fonda. Volevo capire come fosse nata l’idea del film. Se un giorno le fosse squillato il telefono e «Salve, sono Robert Redford, vorrei girare un film dal romanzo postumo di suo marito». 
E in effetti sì, è andata proprio così. Robert Redford era alla ricerca di un nuovo film in cui recitare con Jane Fonda. Ha letto Le nostre anime di notte in bozze, prima che uscisse, e ha deciso che era questo. Cathy gli ha fatto un'unica richiesta, che fosse fedele al libro. 

Poi, qualche tempo dopo, è di nuovo squillato il telefono in casa Haruf e: «Salve, sono Jane Fonda, posso venire qualche giorno lì da lei e ce ne andiamo un po’ a spasso per il Colorado?».
A questo punto anche qualche amico di Cathy ha avuto la reazione che avrei avuto io (ok, forse io sarei proprio svenuta), chiedendole se non fosse emozionata dalla cosa. E lei semplicemente ha risposto che sì, certo, Jane Fonda fa un lavoro che la mette sotto i riflettori e che la rende conosciuta a tutti, ma è un essere umano, come tutti gli altri, e siamo tutti sulla stessa barca, abbiamo tutti gli stessi problemi e le stesse difficoltà. «E Kent scriveva con questa consapevolezza. E per questo scriveva della condizione umana, di eventi che tutti condividiamo, tirando fuori da ogni personaggio la sua umanità, senza mai giudicare nessuno. Di se stesso diceva di essere un po’ pettegolo, perché osservava tutto e tutti».

(Per la cronaca, il film dovrebbe uscire a settembre di quest’anno, sarà nelle sale solo per una settimana, così da garantirsi la possibilità di essere candidato agli Oscar, e poi sarà visibile su Netflix.)

La seconda curiosità riguardava invece quale fosse il suo libro preferito. Togliendo Le nostre anime di notte, che «per quel che rappresenta e quel che racconta è ovviamente in un’altra categoria», il suo preferito è Canto della Pianura (mentre Crepuscolo è e rimarrà per tutti quello in cui Kent ha fatto quella cosa terribile, che non vi dico ma se l’avete letto sapete cos'è e da cui io ancora non mi sono ripresa, che lui giustificava con «sì, ma è solo un libro!».)

Poi l’incontro con i blogger è finito, lei ci ha ringraziato con lo stesso sorriso dolce con cui ci ha salutato entrando. Io non ho potuto non pensare a quanto bello e triste al tempo stesso fosse tutto questo: venire in Italia a parlare dei libri di suo marito, scomparso poco più di due anni fa, e riuscire a farlo senza mai versare una lacrima, senza mai scadere nel patetismo, ricordando sempre tutto con un sorriso e facendo sorridere di rimando anche chi era lì ad ascoltarla. In ogni sua parola, in ogni suo gesto, si è visto e sentito quanto amasse Kent e quanto bello fosse quello che avevano costruito insieme e che, anche se lui ora non c'è più, in qualche modo stanno ancora costruendo.

Il pomeriggio è proseguito con lo spettacolo vero e proprio. In una sala stracolma di persone (500 persone, a sentire parlare di un libro pubblicato da un piccolo editore sono un vero e proprio record), Marco Missiroli ha raccontato il suo rapporto con Haruf, Lella Costa e Gioele Dix hanno dato voce a Addie Moore e Louis Waters e poi Fabio Cremonesi e la stessa Cathy hanno risposto alle domande di Antonio Calabrò. 



Ed è stato tutto bellissimo, proprio come lo era stato leggere la Trilogia della Pianura e, pochi giorni fa, anche Le nostre anime di notte.
Stavolta però non ho mai pianto.
Giuro.

venerdì 10 febbraio 2017

IL CONFINE DI GIULIA - Giuliano Gallini

Per guardare oltre bisogna uscire dalla casa che si è sempre abitata. e se non si ha il coraggio di aprire la porta bisogna lasciare che qualcuno la apra per te.

Un lui squattrinato e una lei ricchissima. Un uomo che non può vivere senza credere in qualcosa e una donna che, invece, non può vivere credendo in qualcosa. Uno scrittore e una poetessa. Ignazio Silone e Giulia Bassani. Ad accomunarli, le sedute dallo psicoanalista esistenzialista Jung, una Zurigo fredda e un amore sospeso, forte ma al tempo stesso troppo fragile, che sembra non potersi concretizzare mai.

Si potrebbe riassumere con queste poche righe Il confine di Giulia, il romanzo d’esordio di Giuliano Gallini, da poco pubblicato dalla casa editrice Nutrimenti. Un esordio tardivo, in realtà, perché Gallini di mestiere non ha mai fatto lo scrittore, se non per passione, e che ha tirato fuori dal cassetto questa sua storia in età già adulta, dimostrando forse che per poter scrivere non si può scrivere sempre. Quello che ne è venuto fuori è un romanzo davvero bello e davvero intenso.

Il confine di Giulia dà voce a tre personaggi: Ignazio Silone, l’autore di Fontamara, un libro che oggi si legge nelle scuole ma che fino a trenta, quarant’anni fa non veniva considerato, per le ambiguità politiche dell’autore, riabilitato solo in tempi recenti. È povero, malaticcio, squattrinato, desideroso di uscire dal partito comunista ma al tempo stesso incapace di rimanere senza nulla in cui credere Il suo sogno è quello di fare lo scrittore e tra le mani ha già il manoscritto, in diverse copie e revisioni, alcune di queste lasciate in pegno al posto di soldi, di quello che poi sarà considerato da tutti il suo capolavoro.
Accanto lui c’è Giulia Bassani, che invece dagli eventi si lascia trascinare, sempre sul confine tra la scelta e la non scelta, sempre troppo pessimista e infelice per poter credere che la sua vita possa migliorare. È una donna ricca, una donna che ha studiato, seguendo però sempre i desideri di suo padre, senza mai decidere niente da sola, nemmeno le cose più importanti. Facendosi trascinare da un destino che non sembra saper influenzare in alcun modo e di cui però è anche sempre insoddisfatta.
E poi c’è una terza voce, una voce anziana che dai giorni nostri racconta il suo incontro con Giulia da ragazza, negli anni ’30, e che ha fatto da testimone esterna alla storia d’amore della donna con Silone, ma soprattutto della sua sofferenza e incapacità di reagire.
Giulia sentiva l’amico, come ho detto, allo stesso tempo separato e unito; credo, infatti, che Silone sia stato l’alter ego della sua anima depressa: e Giulia, in qualche modo, deve essere stata a sua volta l’alter ego di Silone. Intendo dire che si sono frequentati confrontando continuamente la distanza delle loro visioni della vita ma solo per rafforzarsi nella convinzione che la propria fosse quella giusta, e vedendo nell’altro il sé che rifiutavano, il sé con il quale non volevano comunicare.
Il confine di Giulia è un romanzo davvero bello e davvero intenso, vi dicevo. Per lo stile dell’autore e la sua capacità di mischiare realtà e finzione, grazie anche a un attento studio di ricerca svolto per passione negli anni; per il ritratto che fa di un’epoca storica del nostro paese da un punto di vista poco conosciuto a chi non è studioso di quell’epoca. Ma soprattutto, per la caratterizzazione del personaggio di Giulia, di cui Giuliano Gallini sembra prendersi davvero molta cura con le sue parole.

Alla fine, anche se io di solito nutro una certa antipatia per le persone che si lasciano trascinare dagli eventi senza aver mai la forza di reagire, ho provato un certo affetto e una certa commozione nei suoi confronti, per quel suo apparentemente ingiustificato mal di vivere. E poi ho imparato tante, tantissime cose su Ignazio Silone che non sapevo. 

Un libro assolutamente da leggere.


Titolo: Il confine di Giulia
Autore: Giuliano Gallini
Pagine: 144
Editore: Nutrimenti
Anno: 2017
Prezzo: 15 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Il confine di Giulia
formato ebook: Il confine di Giulia

martedì 7 febbraio 2017

ANATOMIA DI UN SOLDATO - Harry Parker

Sono anche rumore. Tipo un bang, tipo un boom, tipo un tonfo sordo, tipo uno sgracchio, tipo un fischio acuto penetrante perforante spaccatimpani.
Ho schiacciato quell’uomo contro la forza di gravità.
Non è riuscito a restare intero e gli ho disintegrato il piede, sbattendoci contro e spaccandolo in mille pezzi: piede e scarpa ridotti a brandelli nella mia scia. Li ho fatti volare insieme alla terra che ho scaraventato in aria. In aria nella mia onda supersonica, tranciando di netto la pelle.
Distruggendo quanto c’è di più sacro.

(Questa mia recensione è stata pubblicata su Ultima pagina il 31 gennaio 2017)

Come si fa a raccontare la guerra? Qual è la voce giusta? Quella di chi ha assistito da semplice spettatore, magari filmando o scrivendo? Quella di chi l’ha vissuta sulla propria pelle, combattendola o subendola? Quella di chi, semplicemente, se la immagina dai racconti di chi vi ha preso parte o vedendola in tv?
È una domanda difficile, a cui non esiste un’unica risposta possibile. Ma è anche una domanda che chiunque decida di scrivere di guerra si dovrebbe porre. Se l’è chiesto sicuramente anche Harry Parker, prima di iniziare a scrivere il suo romanzo d’esordio, Anatomia di un soldato, tradotto da Martina Testa e pubblicato da Sur nella collana BigSur.
Apparentemente avrebbe potuto fare a meno di porsela, forse, considerando che alla guerra ha preso parte ben due volte, nelle file dell’esercito britannico: in Iraq nel 2007 e in Afghanistan due anni dopo. Ne avrebbe potuto fare a meno, considerando che alla guerra ha anche pagato il suo tributo, perdendo entrambe le gambe nell’esplosione di un ordigno. Avrebbe potuto di raccontare la sua esperienza diretta, magari in prima persona. Ma oltre che soldato Harry Parker è anche uno scrittore, lo era prima di arruolarsi ed è tornato a esserlo una volta ripresosi dalle gravissime ferite riportate. Per questo ha scelto una forma narrativa differente, che non usa sola voce, la sua, ma tante diverse. Le voci degli oggetti, che alla guerra e alle sue sofferenze prendono parte tanto quanto gli uomini.

Ogni capitolo di Anatomia di un soldato è affidato a un oggetto diverso: tutti insieme raccontano la storia di tre personaggi, le cui vite si intrecciano e si incontrano, in modo a volte sottile a volte molto stretto, durante la guerra in Afghanistan. La prima è quella del giovane capitano dell’esercito britannico Tom Barnes, matricola BA5799, che, al rientro da una missione, salta su una mina e perde entrambe le gambe. La sua storia è introdotta dalla voce del laccio emostatico in dotazione a tutti i soldati e che gli viene messo ancora sul posto, quando i suoi compagni stanno cercando di farlo sopravvivere nonostante le gravissime ferite. Poi c’è un catetere. Una cannula per l’intubazione. Una sega per amputazione. Una sedia a rotelle. La borsa della madre quando arriva da lui in ospedale la prima volta. Un calzino attorno a un moncone, che si inzuppa di sangue ogni volta che viene inserita una protesi. Una prima protesi, una seconda, una terza. Una medaglia al valore, quella che viene consegnata a tutti coloro che sono rimasti feriti in guerra e che non fa che amplificare il dolore e l’amarezza che questi provano.
Dopo che ogni soldato ebbe ricevuto una come me e che la banda ebbe ricominciato a suonare, gli uomini in parata si girarono di scatto verso sinistra e si allontanarono rapidamente a passo di marcia, con le colonne che ondeggiavano qua e là muovendosi all’unisono. Lui le guardò andar via e capì che non si sarebbe mai più sentito parte di loro. Loro se ne andavano in licenza, convinti di essere invincibili e sapendo che non sarebbe mai successo a loro, mentre lui tornava al centro per adattarsi a quello che invece gli era successo. La mia guerra continua, pensò, e mi infilò in tasca.
Tramite questi e altri oggetti si ricostruisce quanto successo a Tom, da prima che saltasse in aria insieme all’ordigno fino al momento in cui la sua vita raggiunge una nuova, faticosa normalità.

Le altre due storie sono quelle di due ragazzi afghani, che vivono vicino alla base del soldati britannici: Latif, che milita nelle file dei ribelli, e Faridun, che invece non è interessato a combattere e vorrebbe semplicemente andare avanti con la vita normale del suo villaggio, aiutando il padre nel suo lavoro. Sono amici di infanzia, separati però da un conflitto che alla fine li unirà di nuovo.

La loro storia viene raccontata da oggetti diversi rispetto a quelli del capitano Barnes. Più semplici, che ben connotano l’origine e la vita dei ragazzi che descrivono: un sacco di letame, un tappeto, la batteria che serve per far esplodere un ponte e uccidere gli invasori, una vecchia bicicletta rubata, un caccia pronto a sganciare una bomba su un villaggio che si sospetta pieno di ribelli, una carriola, una banconota da venti dollari, quella che il capitano Barnes mette in mano al padre di Faridun, per risarcirne la morte ma che invece non fa che esasperarne il dolore.
L’uomo parlò sottovoce, guardandomi.
«Dice che è una cosa triste. Dice che accettare dei soldi da te per ripagare la morte del figlio è la cosa peggiore che abbia mai fatto. Tu parli di soldi che gli cambieranno la vita: la sua vita è già cambiata. Vorrebbe riuscire a essere forte e a rifiutare la tua offerta ma dice che hai ragione, non può resistere a così tanti soldi. Gli dispiace, però, perché non vuole nessun debito e nessun legame con voi».
L’uomo alzò gli occhi da me verso BA5799 e pronunciò un’ultima frase.
L’interprete non tradusse.
BA5799 spostò lo sguardo dal vecchio all’interprete.
«Che cos’ha detto?», chiese.
«Ti augura di non avere pace», disse l’interprete.
Oggetti che raccontano storie, quindi, che non permettono astrazioni ma tengono il lettore ancorato alla materia. L’ordine in cui vengono raccontate le storie di Tom, Latif e Faridun non è cronologico, non è prestabilito, ma fa salti tra passato e presente, tra prima dell’esplosione e dopo. E ognuno di questi capitoli si potrebbe quasi leggere come un breve racconto a sé. Tutti insieme, però, formano un’unica, grande storia.
Ti sei ricordato. Ti sei ricordato lo scoppio, il dolore e la solitudine dell’elicottero. Ti sei ricordato l’uomo che ti aveva portato via dal campo di battaglia, ti sei ricordato di quando eri in pezzi all’ospedale, invaso dai farmaci e dai tubi. Ti sei ricordato di aver rimpianto che ti avessero portato in salvo. Ti sei ricordato: «Abbiamo appena amputato la seconda gamba».
Ti sei ricordato di tutti quelli che ti avevano aiutato: le infermiere che ti avevano lavato con delicatezza e i dottori che ti avevano tagliato via altri pezzi per salvarti, la fisioterapista e «spingi bene con i glutei», l’uomo che mi aveva consegnata.
Ti sei ricordato l’ultima volta che avevi portato delle buste della spesa, prima di partire per quel paese lontano, quando non avevi bisogno di me, ed era una vita fa.
Grazie alla scelta di Harry Parker di far parlare oggetti, cose prive di sentimenti, Anatomia di un soldato riesce a trasmettere tutta la violenza, il dolore, il male, le difficoltà e le perdite di chi vive un conflitto, dando al racconto una forma universale, in grado di a rappresentare l’esperienza di chiunque, in qualunque guerra.

TITOLO: Anatomia di un soldato
AUTORE: Harry Parker
TRADUTTORE: Martina Testa
PAGINE:349
EDITORE: Sur
ANNO: 2016
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Anatomia di un soldato: 1
formato ebook: Anatomia di un soldato

venerdì 3 febbraio 2017

UN TEBBIRILE INTANCHESIMO E ALTRI RATTONCHI - Carlo Sperduti

Morale: se entrate in un locale e vedere elementi d'arrendo Ikea, trattateli con garbo. Sono molto sensibili.


Ogni volta che mi capita di dover recensire un libro pubblicato da Gorilla Sapiens edizioni, mi ritrovo a fissare per parecchi minuti la pagina bianca del post nel tentativo di riuscire a scrivere qualcosa. Colpa della mia coscienza che mi impedisce di ricorrere all'inflazionatissimo (seppur molto efficace): “fidatevi e leggetelo”.
Ovviamente mi sta succedendo la stessa cosa anche adesso. Dovrei parlarvi di Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi di Carlo Sperduti e trovare il modo di farvi capire che è un libro da leggere, ma non ho proprio idea di come fare.

Anche perché io mi sono convinta a leggerlo in un modo un po’ particolare. Non grazie alle recensioni di altri, ma ascoltando l’autore stesso leggere dal vivo il racconto che dà il titolo all'intera raccolta.
Protagonista è una strega cattiva e dislessica, anzi una sgreta tacchiva e dislessica, che, per vendicarsi della sua condizione ha gettato un tebbirile intanchesimo su tutti gli abitanti del regno, rendendoli a loro volta dislessici. Il rattonco, pardon… il racconto è tutto scritto così, in modo dislessico, e la lettura è stata talmente tanto folgorante che, appena terminata, mi sono alzata e sono andata a comprare il libro.

Tutti i brevi racconti che contiene sono all’altezza di quello che mi ha spinto ad acquistarlo. In ognuno di essi, Carlo Sperduti dimostra la sua incredibile, e non comune, capacità di giocare con le parole, con i loro doppi sensi e i loro significati (ma quanto mi ha fatta ridere “Voce dei verbi”, quanto? E dopo aver letto "Bertil" come farò a non provare un po' di compassione per i mobili Ikea spaiati?), dando vita a virtuosismi narrativi che rendono quasi inutile la presenza di una storia (e infatti di storie articolate in questi racconti non ce ne sono… e, quando ci sono, sono pervase da una nota di nonsense che le rende, per me, semplicemente fantastiche… anche quando non le capisco).

Ok, direi che qualcosa su Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi sono riuscita a scriverlo. Sperando che si sia capito quanto mi è piaciuto e, soprattutto, che Carlo Sperduti non legga questa recensione e ne faccia una recensione, dando vita a un "Non sono d'accordo con quello che scrivo 2.0".

In ogni caso, secondo me rimane valido quello che dicevo all'inizio, e che vale un po' per tutti i libri Gorilla Sapiens edizioni: fidatevi e leggeteli.


Titolo: Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi
Autore: Carlo Sperduti
Pagine: 127
Editore: Gorilla sapiens edizioni
Anno: 2013
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formato cartaceo: Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi