lunedì 16 gennaio 2017

NON È IL MIO GENERE! E invece (forse) sì! - Racconti

Sabato 14 gennaio si è tenuto il secondo incontro di Non è il mio genere! E invece (forse) sì, il ciclo di appuntamenti organizzato da me, Claudia di Il giro del mondo attraverso i libri e Stefania della libreria Sulla parola di Caluso.

Dopo il primo appuntamento, dedicato ai romanzi gialli e thriller, protagonisti questa volta sono stati i racconti. Un genere un pochino bistrattato, di solito ignorato dai più ma che ora sta riuscendo, piano piano, a ritagliarsi il suo spazio e la considerazione che si merita.
Credo che ormai sia quasi inutile ripetere quanto io adori questi pomeriggi: le sedie erano, di nuovo, tutte piene, e alle presentazioni dei libri si sono alternate come sempre chiacchiere, risate, gossip letterari (e non).

Inutile non è, invece, ringraziare ancora una volta tutti i partecipanti: Claudia e Stefania, che insieme a me hanno messo in piedi questi incontri, e tutte le altre persone che hanno deciso di trascorrere con noi il loro sabato pomeriggio.

©Il giro del mondo attraverso i libri

Ma veniamo ora alle raccolte di racconti consigliate. Mentre se ne parlava, molto spesso per definirle sono state usate parole come "strano", "particolare". Forse che gli scrittori di racconti, in poco spazio, se la sentano di osare un po' di più con le stranezze? O magari siamo noi che in un racconto cerchiamo il particolare, qualcosa che in un romanzo quasi sempre non si trova? Una domanda che ci siamo posti, durante l'incontro, e che ora giro anche a voi.

Intanto che ci pensate, ecco qui l'elenco dei consigli arrivati. Come sempre, nel caso il libro sia stato consigliato e recensito su uno dei nostri blog, trovate il link nel titolo.


Anna - Niccolò Ammaniti (Einaudi)

La sognatrice di Ostenda - Eric-Emmanuel Schmidt (e/o)

Dieci dicembre - George Saunders (minimum fax)

Dodici racconti raminghi - Gabriel García Márquez (Mondadori)

Incubi e deliri - Stephen King (Mondadori)

Moby Dick e altri racconti brevi - Alessandro Sesto (Gorilla Sapiens editori)

Undici solitudini - Richard Yates (minimum fax)

Bugiardi e innamorati - Richard Yates (minimum fax)

Scusate il disordine - Luciano Ligabue (Einaudi)

Non ho ancora finito di guardare il mondo - David Thomas (marcos y marcos)

La pazienza dei bufali sotto la pioggia - David Thomas (marcos y marcos)

Il pappagallo che prevedeva il futuro - Luciano Lamberti (gran via)

Sono il guardiano del faro - Eric Faye (Racconti edizioni)

Alla conquista della luna - Emilio Salgari (Cliquot)

Tra cielo e colline - Antonella Saracco (Araba Fenice) 

Nessuno accendeva le lampade - Felisberto Hernández (la Nuova frontiera)

Il viaggiatore - Stieg Dageman (Iperborea)

Il vento distante - Emilio Pacheco (SUR)

Ottaedro - Julio Cortázar (Einaudi) 

Sessanta racconti - Dino Buzzati (Mondadori)

Il prossimo incontro si terrà sabato 18 febbraio e, vista la vicinanza con San Valentino, sarà dedicata ai ROMANZI ROSA. Sempre alle 16, sempre alla libreria Sulla parola di Caluso.
Preparate i consigli... e i fazzoletti.

giovedì 12 gennaio 2017

IL PESO MINIMO DELLA BELLEZZA - Azzurra de Paola

Come se sbagliare a fin di bene fosse meno grave che sbagliare e basta. Come se i problemi creati da qualcuno che ti ama siano meno gravi, meno importanti, meno colpevoli. Invece sono quelli che ti arrecano più danni. Proprio perché vengono da qualcuno che ti ama e di cui ti fidi e al quale credi, e che pensi mai mai mai possa farti del male. Invece poi un giorno ti svegli e capisci che quella persona si era sbagliata. Ops. Aveva valutato male, si era fatta male i conti sulla tua vita. Sulla tua pelle. E che ti ritroverai una serie di crepe da chiudere o storture da raddrizzare. E che per farlo ti ci potrebbe volere tutto il tempo che hai a disposizione. E che potresti addirittura non riuscirci.

Quello tra una madre e un figlio maschio, soprattutto se figlio unico, è il rapporto famigliare che forse mi spaventa di più.
Sarà che sono femmina, sarà che non sono figlia unica e non ho mai avuto con i miei genitori un qualche rapporto puramente esclusivo; sarà che non ho mai avuto (per fortuna, aggiungerei) motivo di ricevere più attenzioni di mio fratello e mia sorella; e magari anche che ho avuto diverse esperienze, più o meno dirette, di quanto esclusivo e respingente possa essere il rapporto madre-figlio maschio per chi prova ad avvicinarsi … fatto sta che mi ha sempre un po’ spaventato, perché se non si riesce a trovare il giusto equilibrio, almeno da una delle due parti, questo legame può condizionare tutti gli altri. Fortunatamente i casi in cui questo equilibrio non si trova sono rarissimi, ma esistono.

Uno di questi è quello che racconta Azzurra de Paola in Il peso minimo della bellezza, il suo bellissimo romanzo d’esordio, pubblicato a ottobre 2016 da LiberAria editrice.

Ci sono una madre e un figlio maschio. Di lei leggiamo solo alcune pagine di diario, mentre al figlio è affidata l’intera narrazione di questo loro rapporto.
Lui si sente oppresso, come se la madre lo avesse messo al mondo solo per sentirsi meno sola, per soddisfare il suo egoismo e colmare quel bisogno di attenzione che ha caratterizzato da sempre tutta la sua vita. E lui si vendica di questo egoismo, di questa esclusività, di questa eccessiva protezione della madre, contrastando, in modo inconsapevole da bambino, sempre più palese una volta cresciuto, ogni suo tentativo di essere felice. Non vuole che nessuno si metta tra loro, mai.
Nemmeno il Dottore, una figura che è nella loro vita da sempre e che di amore ne avrebbe da dare tanto, a entrambi. Ma entrare in un rapporto così esclusivo, quasi morboso, è praticamente impossibile e, a un certo punto, nonostante l’amore, nonostante la voglia di combattere, nonostante gli sforzi, non si può che cedere.
Fino a quando ti ha abbracciata ed è stato una specie di riscatto su tutto quel dolore. Ti ha riscattata e per un attimo ti sei sentita finalmente bene. È difficile dire con parole che faccia avesse il tuo Dottore mente ti stringeva ma era sollevato. Come se fosse in pace solo con te dentro la sua stretta che gli bagni la spalla con le lacrime che si vanno asciugando. Crediamo al lieto fine, sembravi dire.
Crediamoci, pensavi.
Ma dopo un po’ di tempo niente importa più perché non è di speranza che si alimentano le storie. La vita non è così che va avanti. Non è di speranza che si mangia e non ci si apparecchia la tavola e non ci si riempie la pancia.
Il peso minimo della bellezza è un romanzo bellissimo, vi dicevo. Per il modo in cui è scritto, con questi momenti crudi, oscuri, quasi violenti e dolorosi che si contrappongono alla poeticità dell’amore, nella sua impossibilità, reale o immaginaria, di essere vissuto e nel rimpianto che lascia.
Però bisogna avere il coraggio di innamorarsi di qualcuno. Non ci si può aspettare che faccia tutto da solo. Devi capire quando è il momento di smettere di avere paura. Forse sarà una gran fregatura e forse tra cinquant'anni sarà a qui a pensare a cosa regalargli dopo cinquanta anniversari.
Ma è un romanzo bellissimo anche per l’onestà con cui racconta questa storia, questo legame madre e figlio. Uno scambio di colpe, di recriminazioni. Un circolo vizioso di egoismi che nascono da quella che dovrebbe essere la forma di amore più pura e più scontata e che invece, qui, portata volutamente all'esasperazione, arriva a condizionare e distruggere la vita di chi lo vive e lo subisce.
Azzurra de Paola racconta una storia che fa commuovere, che fa riflettere e fa anche un po’ male. Un libro sull'amore, sul troppo amore, e sull'incapacità di contenerlo, di gestirlo, di viverlo.


Titolo: Il peso minimo della bellezza
Autore: Azzurra de Paola
Pagine: 173
Anno di pubblicazione: 2016
Editore: LiberAria editrice
Prezzo di copertina: 12 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Il peso minimo della bellezza

lunedì 9 gennaio 2017

ORFANI BIANCHI - Antonio Manzini

Chi è il colpevole? La storia, il nostro paese, il capitalismo, la fame, la sventura, il destino? Se lo scelga lei. Però su una cosa vorrei farla ragionare. Che paese è quello che ti costringe a partire e andare a vivere in una famiglia straniera incapace di badare ai propri anziani costringendoti a sputare sulla tua?

Non è stato semplice decidere con quale aneddoto personale legato al mondo delle badanti iniziare la recensione di Orfani Bianchi, l'ultimo romanzo di Antonio Manzini pubblicato da Chiarelettere.

Quello della zia di mia madre, che, stando a certe leggende tramandate dai parenti, ha cacciato quattro o cinque badanti, tra cui una inseguendola con il bastone, prima di trovarne una con cui andasse talmente d’accordo da insegnarle addirittura la sua ricetta segreta per fare la pasta? Quello di quella ragazza che sarebbe dovuta arrivare a casa dei miei genitori verso le 10.30 di una mattina di agosto del 2002 e che ancora oggi non si è vista? O quando quella volta mi sono ritrovata coinvolta in un’assurda conversazione con una persona che sosteneva che tutte le badanti sono brutte persone, perché chi parte e lascia i propri figli è sicuramente una cattiva madre (rimanere senza aver nulla da dare da mangiare, a questi figli, è molto meglio invece)?

Ne avrei anche altri a disposizione, in realtà, alcuni bruttissimi, altri molto belli, accumulatisi nel corso degli anni. Ma pensandoci quello che più mi sembra adatto per parlarvi di questo libro è successo pochi giorni fa, proprio il giorno dopo averlo finito. Ero in una sala d’aspetto all’ASL e, nell’attesa, ho scambiato due chiacchiere veloci con uno sconosciuto, che mi raccontava trafelato che era tutta la mattina che rimbalzava da un ufficio all’altro per recuperare tutto il necessario per il ritorno a casa dall’ospedale di qualcuno. Era preoccupato di non farcela, che il letto e il materasso non arrivassero in tempo, che mancasse sempre qualcosa. Era preoccupato di ritrovarsi completamente impreparato. 
Questo aneddoto, abbastanza banale (e comune, se bazzicate un po’ in quegli ambienti dell’ASL), mi ha fatto capire quanto davvero mi avesse fatto arrabbiare la lettura di Orfani Bianchi di Antonio Manzini.

Il romanzo racconta la storia di Mirta, una giovane donna moldava trasferitasi a Roma in cerca di lavoro, per poter mantenere il figlio Ilie, rimasto a casa con la nonna. All’inizio, Mirta lavora come badante, poi, quando il figlio della signora che accudisce decide di mettere la madre in casa di riposo per venderne la casa, si ritrova a vivere in un minuscolo appartamento con altre donne e a far le pulizie, con uno stipendio ridicolo. Proprio in quei giorni, Mirta viene raggiunta dalla notizia della morte della madre. La donna torna in patria per il funerale e, soprattutto, per cercare di capire che cosa fare adesso con il figlio: a Roma con sé non lo può portare e nessuno dei pochi, e poverissimi, abitanti del suo paese può ospitarlo. Resta solo una soluzione, quella più terribile: metterlo in un internat, una sorta di orfanotrofio che raccoglie sia i bambini rimasti senza genitori sia quelli, come Ilie, che li hanno all’estero, in cerca di lavoro e di fortuna. Gli orfani bianchi, appunto. Tutti sanno quanto tristi e squallidi siano quei luoghi. Quanta sofferenza ci sia. Ma Mirta non vede altra soluzione e si convince che sarà solo una cosa temporanea. Quindi lascia il figlio lì e riparte per Roma. La fortuna, fin a quel momento avversa, sembra a un certo punto girare: grazie all’intervento dell’amico Pavel, Mirta riesce a trovare un nuovo lavoro come badante, in una lussuosa villa su un colle romano, che le garantisce uno stipendio altissimo. Mirta deve solo resistere qualche mese, tra le angherie della anziana signora che accudisce e il clima da caserma impostole dall’intera famiglia che l’ha assunta, e poi potrà andare a riprendere Ilie e iniziare una nuova vita. Ma qualcosa, ancora una volta, va storto.

Dicevo che Orfani bianchi mi ha fatto arrabbiare molto, anche se me ne sono resa conto solo da un certo punto in poi. Fino a circa metà, lo stavo trovando un libro molto bello e, soprattutto, stavo provando una pena infinita per Mirta e per la sua vita sfortunata, che è molto comune a quella di tanti, tantissimi stranieri dell’est che sono qui in Italia per sfuggire alla povertà del loro paese e per garantire a chi invece ci è restato una vita migliore.

Antonio Manzini, però, secondo me fa due errori. Il primo è nel finale, che ho trovato molto frettoloso, con tanti, troppi elementi presentati e poi lasciati lì (che ne è della signora Eleonora, per esempio?), e soprattutto tanto, troppo, davvero troppo tragico. Cercava forse la lacrima, la commozione, l’eccessivo stupore nel lettore. Certo, non mi aspettavo un lieto fine, questo no. Ma nemmeno che tutto finisse così, velocemente.

Il secondo errore per me è ancora più grave, ed è quello che più in assoluto mi ha fatto arrabbiare. In Orfani bianchi si generalizza troppo: italiani cattivi, italiani menefreghisti, italiani incapaci di accudire i propri cari. E ce ne sono, in effetti. Ce ne sono anche tante, di persone che ricorrono alle badanti o alle case di riposo per menefreghismo. Ma ce ne sono anche tante, tantissime che invece cercano questo genere di aiuto perché semplicemente non hanno altra soluzione, perché semplicemente da soli non ce la possono fare. Tantissime persone che farebbero di tutto pur di garantire il massimo benessere possibile alle persone a cui vogliono bene, anche fare su e giù tra mille uffici in una fredda mattinata d’inverno, come il signore che ho trovato l’altro giorno nella sala d’aspetto.
Non c’è assolutamente nulla di male o di deprecabile, nel farsi aiutare da qualcuno.
E poi, anche tra le badanti, di qualunque nazionalità siano, ci sono persone oneste e persone disoneste, persone eccezionali e altre davvero spregevoli. 
In questo libro, la dicotomia, la contrapposizione è davvero troppo forte, troppo generalizzata, con continue citazioni che fanno riferimento a quanto ingrati, anzi stronzi, siano gli italiani.
Adesso siamo lontani, tanti chilometri ci dividono, ma presto le cose andranno meglio e noi non saremo mai una famiglia così. Io se potessi starei lì, accanto a te e a nonna a vivere insieme e fare le cose insieme. Qui in Italia ognuno vive per i fatti suoi. Hanno tutto ma sorridono poco e non gli viene da essere felici. Per questo la signora Olivia mi fa una tenerezza enorme. La lasciano qui, con me, un'estranea che viene da lontano. E quando se ne andrà, forse avrà solo i miei occhi accanto. Quelli di una sconosciuta che le sta vicino solo per il mensile.
Questa scelta, probabilmente voluta, per estremizzare al massimo il concetto, butta al vento la possibilità di aprire una riflessione più seria e più profonda su un tema di cui, in effetti, non si parla poi così tanto.

Orfani bianchi è sicuramente scritto bene (non credo ci sia bisogno che sia io a dire che Antonio Manzini sa scrivere bene) e altrettanto sicuramente mette bene in luce la povertà e la disperazione che spingono persone a lasciare il proprio paese e la propria famiglia in cerca di un posto migliore. Però forse ha calcato un po’ troppo la mano, forse conosce troppo poche storie di famiglie che hanno fatto ricorso a una badante per accudire qualcuno e si è fermato alla soluzione più facile, quella che fa più scalpore e fa più indignare.
Sbagliando, secondo me.


Titolo: Orfani bianchi
Autore: Antonio Manzini
Pagine: 256
Editore: Chiarelettere
Anno: 2016
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formato cartaceo: Orfani bianchi
formato ebook: Orfani bianchi

mercoledì 4 gennaio 2017

IL MUGGITO DI SARAJEVO - Lorenzo Mazzoni

«[...] Mi piaceva l'idea della mucca perché, a volte, la senti che muggisce da qualche parte. Non è spaziale un bovino che sopravvive nella Sarajevo assediata?»

Non avevo nemmeno dieci anni quando è scoppiata la guerra in Bosnia ed Erzegovina e non mi ricordo quasi nulla. Troppo piccola io per interessarmene allora e troppo recente come storia per essere poi studiata a scuola. Ho solo qualche ricordo molto vago, che si concentra soprattutto su quando la Jugoslavia è poi diventata ex- Jugoslavia.

Per questo sono stata molto attratta da Il muggito di Sarajevo di Lorenzo Mazzoni, pubblicato da Edizioni Spartaco. Volevo provare a colmare una mia lacuna e, come quasi sempre mi capita in questi casi, volevo farlo tramite un romanzo. Di Lorenzo Mazzoni, poi, avevo già letto e amato molto l’opera precedente, Quando le chitarre facevano l’amore, uscito per lo stesso editore, quindi avevo nei suoi confronti una certa fiducia sul fatto che si sarebbe trattato di un bel libro.

E quindi eccomi nella Sarajevo del 1993, dilaniata dalle continue rappresaglie tra serbi e bosniaci, in compagnia della giovane Amira, della sua cigar box guitar e del suo sogno di diventare una rockstar. Ma anche insieme a Carlo e Oscar, due fotoreporter italiani che arrivano in una città assediata inseguendo una leggenda all'apparenza un po' folle. Sono andata con Mozambik l’irlandese a rubare i generi di prima necessità, per essere sicuri che arrivasse davvero a chi ne avesse bisogno. Sono finita poi in mezzo a cecchini dei servizi segreti serbi con la passione per Barbra Streisand e nel cortile di Ivan, un negoziante di tabacchi che ha convertito il suo negozio in una fumeria d’oppio. E in questo mio viaggio per Sarajevo, sono stata sempre accompagnata da un muggito, a volte lontano, a volte talmente vicino da sembrare che ci fosse davvero una mucca accanto a me.

Attraverso questi personaggi, a volte crudeli e spietati, altre un po’ ingenui, altre semplicemente desiderosi di non arrendersi mai, di combattere e di non piegarsi al destino, Lorenzo Mazzoni crea un ritratto fedele di una città assediata, riuscendo a trasmetterne ogni sfumatura e ogni contraddizione. La paura e il terrore. La violenza e le ingiustizie. Ma anche i sogni, gli amori e la voglia di non arrendersi mai. Il tutto a tempo di musica, quella che Amira suona e compone con il suo strano strumento musicale, e di muggiti.
Prima di andare a recuperare la sua Golf crivellata ripensò un'altra volta alla questione della mucca. Sorrise. Sarajevo era il posto più pazzesco del mondo.
Il muggito di Sarajevo è un gran bel romanzo. Bello per il modo in cui è nato, che Lorenzo Mazzoni racconta nella nota finale. Bello per il modo in cui viene raccontata la storia di una città e delle tante vite che la popolano. 
Bello per quella piccola speranza che ti lascia alla fine, nonostante tutto.


Titolo: Il muggito di Sarajevo
Autore: Lorenzo Mazzoni
Pagine: 252
Editore: edizioni spartaco
Anno: 2016
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Il muggito di Sarajevo

lunedì 2 gennaio 2017

LE ENTUSIASMANTI AVVENTURE DI MAX MIDDLESTONE E DEL SUO CANE ALTO TRECENTO METRI - Tito Faraci & Sio


Non ricordo esattamente quando mi sono imbattuta per la prima volta in Scottecs, il fumetto nato dalla penna di Sio. So però che è solo da un anno a questa parte che le sue strisce mattutine sono diventate un appuntamento quotidiano. Entro in Facebook al mattino e tra le prime cose che cerco ci sono i suoi buffi e stilizzatissimi personaggi e, soprattutto, le sue vignette nonsense. Le adoro. 
Adoro la loro totale assenza di logica e il modo in cui questa assenza le rende così divertenti. Mi è capitato di stare a fissarle per qualche minuto prima di riuscire a capirle del tutto, per poi concludere con “non so se questo sia un pirla o un genio”. Ma ridere, be’, ho sempre riso un sacco.

Quando ho saputo che Sio avrebbe pubblicato per Feltrinelli un libro insieme a Tito Faraci, uno degli sceneggiatori storici di Topolino, la curiosità è stata tanta, tantissima, unita però a un po’ di scetticismo. Si tratta di un fumetto? Di un romanzo? Di una storia completamente priva di senso? Ci avrei capito qualcosa? E, soprattutto, mi avrebbe fatto ridere come le vignette quotidiane?
Quando ho aperto per la prima volta Le entusiasmanti avventure di Max Middlestone e del suo cane alto trecento metri e ho letto la grandissima citazione di Jonathan Coe riportata nell'esergo, in effetti, ho riso. Tantissimo. E ho continuato a ridere fino all’ultima pagina.
La grandissima citazione di Jonathan Coe in esergo al libro

Il libro inizia con una piccola lezione su come interpretare correttamente la sceneggiatura di un fumetto. Nella pagina di sinistra ci sono le spiegazioni di Tito Faraci, in quella di destra i disegni esplicativi di Sio (o meglio, interpretati “alla Sio”). 
Una volta capita la differenza tra “primo piano”, “piano americano”, “figura intera”, “mezzo busto”, “campo lungo”, “campo lunghissimo” e tutte le altre nozioni di sceneggiatura, si passa alla storia vera e propria: protagonista è Gregory Rosboff, un contadino del Wisconsin che parte in cerca delle radici della sua famiglia e si ritrova non si sa bene come in Russia, nel bel mezzo di un complotto per rovesciare lo zar. In questa sua avventura farà la conoscenza di tutta una serie di buffi personaggi, alcuni gentilissimi, altri cattivissimi, e una santa. E, a rendere ancor più strane le cose, c’è un libro dal titolo strano, che spunta spesso nei momenti più impensabili.

Le entusiasmanti avventure di Max Middlestone e del suo cane alto trecento metri è un libro non semplicissimo da leggere, per questa alternanza tra testo scritto e sua rappresentazione, che bisogna confrontare immediatamente (leggete le parole di Tito Faraci, poi guardate le vignette di Sio, quasi riga per riga), ma, una volta che si è capito il meccanismo, è davvero divertente. Io ho riso davvero tanto, a volte di gusto, a volte con un attimo di ritardo, quasi sempre pensando “non so se questo sia un pirla o un genio”.

Certo, per apprezzarlo dovete essere amanti del nonsense e dell’assenza di logica, ed essere persone che, come me, si divertono con le cose un po’ sceme. Se lo siete, be’, questo libro vi piacerà sicuramente.


Titolo: Le entusiasmanti avventure di Max Middlestone e del suo cane alto trecento metri 
Autore: Tito Faraci & Sio
Pagine: 116
Editore: Feltrinelli
Prezzo di copertina: 14€
Acquista su Amazon:

venerdì 30 dicembre 2016

Le mie migliori letture del 2016

Ed ecco che finalmente arriva anche la lista delle mie migliori letture del 2016. Adoro pubblicare questo post proprio il penultimo o l'ultimo giorno dell’anno, un po’ per lasciare una speranza alle ultime letture di dicembre, un po’ per poter concludere in bellezza qui sul blog.

Come dicevo già nel post delle letture peggiori, a livello di letture questo 2016 è stato un anno molto particolare: ho letto meno del solito, a ritmi molto rallentati, soprattutto da agosto in poi. Nonostante questo, comunque, di libri davvero davvero belli ne sono entrati diversi nella mia vita in questi dodici mesi. Alcuni sono stati delle vere e proprie rivelazioni, altri delle riconferme, altri libri semplicemente fondamentali… in ogni caso, tutti romanzi che mi rimarranno nel cuore.

Il mio panda di peluche, entusiasta per le belle letture di quest'anno
(nella foto manca un libro)

I VENERDÌ DA ENRICO’S di Don Carpenter, pubblicato da Frassinelli, con la traduzione di Stefano Bortolussi: un bel romanzone, mi era venuto da definirlo mentre lo stavo leggendo. Che parla di scrittori e, soprattutto, di rapporti umani. Bello, bello, bello.

UN COMPLICATO ATTO D’AMORE di Miriam Toews, edito da Adelphi e pubblicato da Monica Pareschi: il più bel romanzo in assoluto di Miriam Toews (sì, persino più di In fuga con la zia, che già ritenevo un piccolo capolavoro). Nomi è un personaggio incredibile, così come lo è lo stile di questa grande autrice canadese. (Adelphi, ti prego, non farlo finire fuori catalogo!)

TRILOGIA DELLA PIANURA di Kent Haruf, pubblicati da NN editore e tradotti da Fabio Cremonesi: sono passati mesi da quando ho letto Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo e ancora non sono in grado di dire quale sia il più bello. Ho pianto un sacco, con tutti e tre, di tristezza e di gioia. Ho amato la fragilità di Dad e la dolcezza dei fratelli McPheron. E soprattutto lo stile di Kent Haruf. Tre libri bellissimi, anche per il significato che hanno avuto (e hanno ancora) di riflesso nella mia vita.

GIRL RUNNER di Carrie Snyder, edito da Sonzogno e tradotto da Gioia Guerzoni: una vera rivelazione. Temevo parlasse solo ed esclusivamente di corsa, e invece è una saga familiare, la storia di due sorelle, una che amava correre sfidando tutte le convenzioni, l’altra che non capiva questa passione. Da leggere anche se non si ama la corsa.

PIÙ PICCOLO È IL PAESE PIÙ GRANDI SONO I PECCATI di Davide Bacchilega, edito da Las Vegas edizioni: altra grandissima rivelazione di questo 2016. Un romanzo giallo ambientato nella Romagna invernale, quella senza turisti e senza ombrelli. Semplicemente geniale lo stile e bellissimi i personaggi. E poi, sul colpo di scena sono cascata come una pera.

LA FIGLIA SBAGLIATA di Raffaella Romagnolo, uscito per Frassinelli: un romanzo che è un pugno nello stomaco. La storia di una famiglia che sembra perfetta, ma che si sta sgretolando dall’interno. Durissimo e bellissimo.

7-7-2007 di Antonio Manzini, pubblicato da Sellerio: quinta avvenuta del vicequestore Rocco Schiavone, che fa un salto nel passato e ci racconta cosa è successo con Marina. E niente, mi sono innamorata ancora di più.

LA MIA VITA È UN PAESE STRANIERO di Brian Turner, pubblicato da NN editore e tradotto da Guido Calza: un memoir di guerra, che alterna descrizioni cruente a pura poesia. Durissimo e bellissimo.

LA SOGNATRICE DI OSTENDA di Eric-Emmanuel Schmitt, pubblicato da E/O e tradotto da Alberto Bracci Testasecca: altra racconta di racconti di Eric-Emmanuel Schmitt e di nuovo sono uno più bello dell’altro. Amo questo scrittore e questa è l’ennesima conferma.

LA SAGA DEI CAZALET di Elizabeth Jane Howard, edito da Fazi editore con la traduzione di Manuela Francescon: in realtà il primo volume, Gli anni della leggerezza, è uscito nel 2015, ma quest’anno ho letto il secondo, Il tempo dell’attesa, e il terzo, Confusione, e ne sono stata ancora una volta completamente conquistata. Una saga famigliare appassionante, di quelle che quando inizi non riesci a smettere di leggere. (Prevedo che ci sarà anche nella lista dei migliori del 2017, con i nuovi volumi).

Ci sono sicuramente stati anche altri libri meritevoli in questo anno di letture, ma questi sono state in assoluto le letture migliori. E direi che non mi posso proprio lamentare.

Ci rivediamo nel 2017, per un altro fantastico anno di letture rampanti!

giovedì 29 dicembre 2016

Le mie peggiori letture del 2016

Il 2016 è ormai agli sgoccioli e, come ogni anno, è tempo di bilanci qui sul blog.
Quest’anno è stato un po’ particolare, a livello di letture. Ho affrontato un paio di crisi, che mi hanno portato a leggere meno del solito e, soprattutto, con molto meno entusiasmo. Probabilmente il peso di sette anni di blog (che sono stati sette anni bellissimi, sia chiaro!) sta iniziando a farsi sentire. E se a questo si uniscono i grandi cambiamenti nella mia vita (anche questi bellissimi) negli ultimi mesi… be’ si dovrebbe riuscire a capire il perché di questo rallentamento nelle letture.
Tutto questo, ovviamente, non mi esime dallo stilare le ormai tradizionali liste dei libri dell’anno. Non so dire in realtà quanti ne abbia letti in totale (ché insieme alla voglia di leggere ha latitato un po’ anche quella di aggiornare aNobii), ma so per certo quali sono stati i  libri più belli e quelli più brutti (perché, ribadiamolo da lettrice, che spende tempo e soldi per ogni libro che legge, ho tutto il diritto di dire se una lettura mi sia piaciuta o meno. E da blogger ancora di più).

Come ormai da tradizione, partirò proprio dalle letture più brutte dell’anno. 
Ovviamente, si tratta di un parere completamente soggettivo, legato a un gusto del tutto personale, con cui potete tranquillamente trovarvi in disaccordo (il bello della lettura è proprio questo… uno stesso libro che genera opinioni completamente e diametralmente opposte, in base a chi lo legge).

Il mio pinguino, triste perché questi libri non gli sono proprio piaciuti. (Nella foto ne manca uno)
Ed eccoli qua, i nove libri che avrei potuto tranquillamente evitare di leggere in questo 2016 senza perdere nulla:

FLORENCE GORDON di Brian Morton, edito da Sonzogno: aspettative enormi, enormissime, verso un personaggio che avrebbe potuto essere fenomenale e invece è stato ridotto a una mera macchietta.

CAFE’ JULIEN di Dawn Powell, edito da Fazi editore: altro problema di aspettative, autogenerate dal bel titolo e dalla bella copertina e completamente disattese. (Che noia, aggiungerei).

NESSUNO SCOMPARE DAVVERO di Catherine Lacey, edito da Sur: ho odiato la protagonista (e i suoi bufali interiori) fin dalla prima pagina e questa antipatia è durata per tutta la lettura, condizionandola inesorabilmente.

LA BATTAGLIA NAVALE di Marco Malvaldi, pubblicato da Sellerio: non immaginate quanto mi pianga il cuore a inserire un libro di Malvaldi in questa lista. Ma avevo aspettato così tanto una nuova storia dei vecchietti del BarLume, che trovarmi di fronte a questo, per me, è stata una vera fregatura.

TUMBAS. TOMBE DI POETI E PENSATORI di Cees Noteboom, uscito per Iperborea: immagino che il pellegrinaggio sulle tombe fatto da Cees Noteboom sia stato bellissimo, davvero. Ma leggere questo libro è un po' come quando qualcuno vuole a tutti i costi farti vedere le 1500 foto che ha scattato durante le sue vacanze: all'inizio rimani sveglio, poi dopo un po' ti chiedi semplicemente "perché?".

HARRY POTTER AND THE CURSED CHILD di J.K. Rowling, John Tiffany & Jack Thorne, pubblicato in Italia da Salani: sì, lo so che non era l’ottavo romanzo di Harry Potter. So che era il copione dell’opera teatrale e che leggere i copioni è sempre un po’ straniante. Però, che cavolo, un po’ di rispetto per tutti i fan di Harry Potter!

UN AMORE DI SALINGER di Frédéric Beigbeder, edito da Mondadori: ovvero lo scrittore più antipatico e autoreferenziale che io abbia mai letto. Almeno quest’anno.

KATHERINE di Rupert Thomson, pubblicato da NN: una lettura faticosissima, forse per un problema di distanza anagrafica con la protagonista. 

RICETTARIO AMOROSO DI UNA PASTICCIERA IN FUGA di Louise Miller, edito da Sonzogno: colpa mia, colpa mia… avrei dovuto immaginare che con un titolo così non si sarebbe trattato di un capolavoro. Ma mi sono fatta attirare da questa copertina bellissima (che trovo bellissima ancora oggi, nonostante tutto). Ben mi sta.

Tutto sommato, avrebbe potuto andare anche molto peggio. Anche perché il problema con la maggior parte di questi libri è legato più a una questione di mie aspettative che non di "bruttezza oggettiva" (checché se ne dica, esiste eccome) del romanzo. E poi, buona parte degli editori i cui libri si trovano in questa classifica di letture peggiori si troveranno anche in quella dei migliori, che uscirà nei prossimi giorni. 

E voi che mi dite? Quali sono state le vostre peggiori letture di questo 2016?