martedì 16 gennaio 2018

PICNIC SUL GHIACCIO - Andrei Kurkov

Il pinguino e Sonja erano seduti dietro, Viktor davanti. Quando l'auto si mise in moto, il pinguino si strinse alla bambina, come se il rumore l'avesse spaventato. Viktor guardò nello specchietto e li vide quasi appiccicati. Diede una leggera gomitata a Sergej perché guardasse anche lui. Questi regolò lo specchietto retrovisore per assistere al buffo idillio sul sedile posteriore. Si scambiarono un'occhiata. Sergej fece un sorriso stanco e pigiò l'acceleratore.

Inutile girarci troppo intorno: probabilmente se non avesse avuto questa copertina meravigliosa, non avrei mai letto Picnic sul ghiaccio di Andrei Kurkov. D’altronde la prima edizione, uscita per Garzanti nel 2003, mi era completamente sfuggita. Il romanzo è stato ora ripubblicato da Keller editore, con la traduzione di Rosa Mauro e  una veste grafica che già da sola vale tutto il libro. 
Pinguini in copertina e, qua e là, anche qualche pinguino all'interno per me sono già degli ottimi motivi per leggere un libro.

Immaginatevi quindi il mio entusiasmo quando ho conosciuto Miša, il pinguino che Viktor, lo scrittore protagonista di Picnic sul ghiaccio, ha preso dallo zoo di Kiev quando ha deciso di dar via tutti i suoi animali per mancanza di fondi. Misa è al momento l’unica compagnia di Viktor, che vive in solitudine in una città in balia di mafia e nuovi ricchi dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Un giorno, però, riceve una proposta che potrebbe segnare una svolta nella sua carriera e nella sua vita: un importante giornale cittadino lo assume per scrivere i coccodrilli delle persone famose, da aver pronti da pubblicare sul giornale una volta morti. Un lavoro ben pagato, che Viktor accetta con un certo entusiasmo e in cui mette molta passione. Finché non si accorge che tutte le persone di cui ha scritto nel giro di poco tempo sono morte in circostanze misteriose. Coincidenze o qualcosa di più grave, in cui si è ritrovato invischiato senza quasi rendersene conto? Nel mentre, oltre a Miša, a cui non dovranno mai mancare forniture di pesce surgelato, si ritroverà a badare anche a Sonja, una bambina lasciatagli in custodia da un uomo misterioso, ma soprattutto dovrà cercare in ogni modo di salvarsi la vita.



Picnic sul ghiaccio è un romanzo thriller abbastanza folle. Una follia divertente, sebbene la storia che racconta prenda spunto dalla vita reale che si è vissuta in Ucraina all’epoca, grazie alla bella caratterizzazione di Viktor e da questo buffo pinguino che spunta nei momenti più impensabili e con i suoi gesti, i suoi sguardi e i suoi tuffi nell’acqua dice molto di più che se avesse la parola, fino ad arrivare a svolgere un ruolo chiave in tutta la vicenda. 
Verso la fine, però, il divertimento un po’ si smorza, forse perché la storia quando raggiunge il suo climax raggiunge di pari passo anche la sua massima assurdità e follia e, a tratti, si fa un po’ più complessa da seguire. In parte credo sia un effetto voluto, perché si viene quasi travolti dalla presa di consapevolezza di Viktor e dalla sua lotta, in certi momenti convulsa, per capire cosa sta succedendo e cercare di uscirne. 

In ogni caso, quella di Picnic sul ghiaccio è stata una lettura divertente e un po' strampalata, con alcuni momenti anche molto dolci (per esempio, proprio i picnic sul ghiaccio del titolo) e, soprattutto, con personaggi indimenticabili.
E ovviamente adesso vorrei avere un pinguino anche io.


TITOLO: Picnic sul ghiaccio
AUTORE: Andrei Kurkov
TRADUTTORE: Rosa Mauro
PAGINE: 280
ANNO: 2017
EDITORE: Keller editore
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formato cartaceo: Picnic sul ghiaccio

giovedì 11 gennaio 2018

IL CLUB DEL LIBRO E DELLA TORTA DI BUCCE DI PATATA DI GUERNSEY - Mary Ann Shaffer & Annie Barrows

Ecco ciò che amo della lettura: di un libro ti può interessare un piccolo particolare, e quel piccolo particolare ti condurrà a un altro libro, e da lì arriverai a un terzo. È una progressione geometrica, di cui non si vede la fine e che ha come unico scopo il puro piacere.


Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey di Mary Ann Shaffer & Annie Barrow era già uscito in Italia qualche anno fa, nel 2008, per un altro editore e, soprattutto, con un altro titolo: La società letteraria di Guernsey. Quella prima edizione, di Sonzogno, però, non mi era mai capitata tra le mani. Anzi, a dirla proprio tutta, non l’avevo mai nemmeno sentito nominare.

Nel 2017, la casa editrice Astoria ha deciso di ripubblicarlo, sempre con la traduzione di Giovanna Scocchera ed Eleonora Rinaldi, ripristinando però nel titolo il riferimento alla torta di bucce di patate che compare in originale. E credo che sia stato proprio quello ad attirarmi verso questo romanzo e, almeno in parte, a spingermi alla sua lettura. Un ruolo fondamentale nella mia decisione di leggerlo lo hanno svolto anche tutti i commenti entusiasti che ho letto a riguardo di questo romanzo poco dopo la nuova edizione.  (Ma sì, dai, aggiungiamoci anche la copertina, ché ho una passione per queste semplicissime eppure molto di impatto copertine rosse, marchio di fabbrica di questa piccola casa editrice).

Non sapevo esattamente che cosa aspettarmi. Sapevo che si sarebbe trattato di un libro sui libri, questo sì. Speravo anche magari di trovarci qualche ricetta, magari proprio quella della torta di bucce di patata. Sapevo poi che si trattava di un romanzo epistolare e che sì, in qualche modo, c’entrasse anche la seconda guerra mondiale. Non avevo idea, però, che questo romanzo mi avrebbe appassionata così tanto.

Siamo nel 1946, la Seconda guerra mondiale è appena finita ma i suoi strascichi si sentono ancora in quasi tutta Europa. Anche Juliet Ashton, una giovane giornalista londinese di successo, li sente ancora, anche se in modo diverso: lei è diventata famosa proprio in tempo di guerra, grazie ai suoi articoli, scritti con lo pseudonimo di Izzy Bickerstaff, in cui ha raccontato in modo ironico la vita in quegli anni. Quegli articoli sono stati raccolti in un volume, Izzy Bickerstaff va in guerra, che sta vendendo molto ma anche mettendo in difficoltà la donna su cosa scrivere adesso. Difficile trovare l’ispirazione, tra un tour promozionale e l’altro, in un paese distrutto.
Perché sono così malinconica? Dovrei essere felicissima all'idea di leggere Izzy di fronte a un pubblico rapito. Sai quanto mi piaccia parlare di libri, e sai quanto io adori ricevere complimenti. Dovrei essere elettrizzata. La verità è che sono triste, più triste di quanto non sia mai stata durante la guerra. È tutto così distrutto, Sophie: le strade, gli edifici, le persone. Specialmente le persone.
Finché un giorno non le arriva a casa una lettera di uno sconosciuto, tale Dawsey Adams, che le scrive da Guernsey, un paesino che si trova nelle Isole del Canale, quel gruppo di isolette in mezzo alla Manica. L’uomo la contatta perché in un vecchio libro usato di Charles Lamb ha trovato il suo nome e il suo indirizzo. L’uomo, appassionato di questo autore, le chiede se sa dove potrebbe ordinare altri suoi libri. Tra i due inizia così uno scambio di lettere, a cui ben presto parteciperanno anche altri abitanti dell’isola, da cui Juliet scopre com’è stata la vita a Guersey al tempo dell’occupazione tedesca e, soprattutto, come hanno fatto gli abitanti a sopravvivere. È in quel tempo che è nato iI club del libro e della torta di bucce di patata, grazie alla prontezza di Elizabeth McKenna, un’abitante dell’isola che non si è mai lasciata scoraggiare dalle difficoltà, nemmeno quelle più terribili. Juliet si innamora di queste storie e decide di partire per Guernsey, certa di aver finalmente trovato l’ispirazione per il suo prossimo libro, ma forse anche qualcosa di più.

Il Club del libro e della torta di bucce di patata di  Guernsey di Mary Ann Shaffer & Annie Barrow (la prima lo ha iniziato, la seconda l'ha aiutata a finirlo quando si è ammalata), prima di tutto, è un romanzo divertente, grazie al temperamento di Juliet e a tutti gli altri personaggi inglesi che ruotano intorno a lei (l’amico e editore Sidney, ma anche lo spasimante Markham Reynolds). 
Poi, man mano che si leggono le lettere che arrivano da Guernsey e se ne conoscono gli abitanti diventa un romanzo dolce, tenero e a tratti anche molto commovente, che riflette sull'importanza dell’amicizia e dei legami, spesso improbabili, che si possono creare nei momenti più bui. E poi, ovviamente, c’è l’amore per i libri, che si trasformano davvero in ancore di salvezza per sopravvivere in mezzo alle difficoltà.

Temevo che la forma epistolare per duecentonovantadue pagine non avrebbe retto, che non sarebbe riuscita a portare avanti tutta la storia e coinvolgermi così tanto. E invece sì, ci è riuscita e questo romanzo mi è piaciuto molto. Al punto da voler partire per le Isole del Canale, per partecipare a un club del libro insieme a Dawsey, Amelia, Isola e tutti gli altri improbabili membri, per mangiare una torta di bucce di patata (lo so, è un piatto poverissimo, inventato per poter sopravvivere mangiando scarti in tempo di guerra… ma avrei comunque sperato che ci fosse la ricetta) e ascoltare le storie sulla vita di Elizabeth e sul grande amore per i libri e per la vita.


TITOLO: Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey
AUTORE: Mary Ann Shaffer & Annie Barrows
TRADUTTORE: Giovanna Scocchera ed Eleonora Rinaldi
PAGINE: 292
ANNO: 2017
EDITORE: Astoria
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey

lunedì 8 gennaio 2018

UN ROMANZO INGLESE - Stéphanie Hochet

La guerra cambierà l'avvenire e la concezione che ne abbiamo. Modificherà il nostro modo di pensare. Chiameremo la guerra con dei numeri, anni di inizio e fine, ricorderemo delle immagini e non soltanto immagini di distruzione; si sentirà la leggera vergogna di coloro che saranno risparmiati. Si parlerà diversamente perché il vocabolario si sarà arricchito di parole nuove nate al fronte o dalle recenti tecniche industriali, oppure semplicemente perché dopo quel cataclisma ci si vorrà esprimere in maniera differente, magari con altro accento, forse per dimenticare quello di prima. Per dimenticare il mondo che ci ha portato fino a quel punto. Troveremo altri modi per sentirci felici e capiremo che per esserlo basterà la presenza di una persona cara.



Mi ci è voluto un po’ di tempo per riuscire a scrivere una recensione di Un romanzo inglese di Stéphanie Hochet, edito da Voland con la traduzione di Roberto Lana. È stato l’ultimo libro che ho letto nel 2017 e, complici le festività natalizie, l’arrivo del nuovo anno e la poca voglia di stare al computer, la sua recensione è rimasta in sospeso. In realtà, in parte, è anche perché non sapevo bene cosa scriverne. Già leggendolo, infatti, non riuscivo a capire se il libro mi stesse piacendo o meno.

Un romanzo inglese, come il titolo stesso lascia intendere, è il tipico romanzo inglese. Ci si ritrovano le atmosfere e lo stile di scrittura, lento, pacato, senza grossi exploit narrativi eppure intenso ed efficace. Con l’unica differenza che a scriverlo è stata una scrittrice francese, evidentemente appassionata di letteratura inglese, al punto da voler cimentarsi anche lei con il genere.

Il libro è ambientato in un paesino della campagna inglese nel 1917, dove una coppia, Anna e Edward Whig, si è trasferita insieme al figlio piccolo per sfuggire ai bombardamenti londinesi. Edward fa avanti e indietro tra la campagna e la città, dove gestisce un negozio di orologeria; Anna, invece, lavora come traduttrice e intanto cura il piccolo Jack. Per poter coniugare meglio le due cose, Anna decide di assumere un’istitutrice per il bambino. La ricerca richiede più tempo del previsto, perché in tempo di guerra è davvero difficile trovare qualcuno che possa svolgere questi lavori. Finché un giorno non riceve la lettera di George. Anna è incuriosita, convinta di trovarsi di fronte a una donna costretta per qualche motivo a usare un nome da uomo, come George Eliot, l’autrice di Middlemarch. La assume, per poi scoprire la cosa più ovvia: ovvero che si tratta di un uomo. All’inizio Anna è destabilizzata dalla cosa, sia perché si aspettava una donna, sia perché in questo giovane istitutore rivede un po’ suo cugino, al momento disperso in guerra. A poco a poco, però, inizia a conoscere meglio George e a trovare con lui un’intesa che con il marito ha perso da tempo e che la porterà a mettere in discussione se stessa e tutta la sua vita, fino a un tragico epilogo.

Non so esattamente che cosa dire di questo romanzo perché, anche adesso che ci ripenso, non riesco a capire del tutto cosa mi abbia lasciato. Si legge bene, quasi senza rendersene conto. Ed è anche scritto bene, al punto che se non si sapesse che è scritto da un’autrice francese non si coglierebbe alcuna differenza. Tratta poi temi importanti, come quello della guerra e della vita durante quegli anni, ma anche del rapporto genitori figli e della ricerca di se stessi.
Però, ecco, ho l’impressione che non mi abbia trasmesso quasi nulla. Che non sia un romanzo che rimarrà nella mia mente, se non per qualche bella citazione.
Per noi, che siamo rimasti lontani dal fronte, onorare il paese è continuare a funzionare come in tempo di pace. Onorare il paese - per quanti ne sono intimamente convinti - è riparare il meccanismo di un orologio di famiglia o di un pendolo, mentre gli Zeppelin sganciano centinaia, migliaia di cilindri carichi di esplosivo sulla capitale, come si distrugge un formicaio. Oppure parlare del senso della punteggiatura nell'opera di Proust quando non si hanno più notizie di un cugino inviato al fronte. Leggere una tragedia greca, spolverare il servizio da te, anche se nessuno verrà a farci visita. È tenere il proprio villino in ordine, chinarsi sulle piante del giardino per controllare che il gelo non le abbia uccise.
È una di quelle letture senza infamia e senza lode, che quasi ti scorrono addosso e durano solo il momento della lettura. Almeno così è stato per me, che ho visto in Un romanzo inglese più un esercizio di stile di Stéphanie Hochet, un “ehi, guardate che non bisogna essere per forza inglesi per scrivere un romanzo così”, che non qualcosa di più profondo.

Non è un brutto libro, intendiamoci. È solo un libro di cui io personalmente avrei potuto anche fare a meno.  


TITOLO: Un romanzo inglese
AUTORE: Stéphanie Hochet
TRADUTTORE: Roberto Lana
PAGINE: 126
ANNO: 2017
EDITORE: Voland
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Un romanzo inglese
formato ebook:Un romanzo inglese

sabato 30 dicembre 2017

Le mie migliori letture del 2017

Dopo la lista delle peggiori letture dell'anno, eccoci finalmente arrivati a quella delle migliori. Mi piace dedicarle l'ultimo post dell'anno sul blog, per concludere in bellezza e iniziare l'anno nuovo con i migliori auspici
Questo 2017 è stato sicuramente un anno di belle letture: tra romanzi appena usciti e piacevoli scoperte e riscoperte, il mio anno da lettrice è stato molto positivo. 

Come dicevo nel post delle letture peggiori, quest'anno ho letto meno rispetto al mio solito (almeno per quanto concerne le letture di piacere, perché se si aggiungono quelle per lavoro il numero cresce parecchio), ma nonostante ciò è stato comunque difficile scegliere quali libri inserire in questa lista e quali, invece, lasciare fuori.

Come ogni anno, non troverete solo libri pubblicati nel 2017, ma anche opere più vecchie che io, per un motivo o per l'altro, ho scoperto solo quest'anno. 
Proprio come per i libri peggiori, anche in questo caso si tratta ovviamente di giudizi puramente personali su cui potrete trovarvi o meno d'accordo. Su ogni titolo trovate il link alla recensione.

Le mie migliori letture dell'anno in compagnia di un baby Groot tutto contento
Anatomia di un soldato di Harry Parker (Edizioni Sur, traduzione di Martina Testa). Un modo originale per parlare di guerra, dando voce agli oggetti inanimati che, in un modo o nell'altro, ne prendono parte. Harry Parker decide di raccontare così la sua esperienza di soldato e il risultato lascia senza parole.

Bellissimo di Massimo Cuomo (Edizioni e/o). Di Massimo Cuomo, ormai lo sapete, avevo amato tantissimo Piccola osteria senza parole e aspettavo con un misto di ansia/preoccupazione un nuovo romanzo: e se non mi piacesse? E se non fosse all'altezza del precedente? Preoccupazioni che sono sparite dopo poche pagine di Bellissimo, che è proprio come il titolo lascia intendere.

La fine dei vandalismi A caccia nei sogni di Tom Drury (NNeditore, traduzione di Gianni Pannofino). Mi sono innamorata della Grouse County e di tutti i suoi personaggi, al punto che entrambi i romanzi di Tom Drury lì ambientati sono finiti in questa lista (in attesa del terzo, in uscita nel 2018).

Un’imprecisa cosa felice di Silvia Greco (Hacca edizioni): un libro colmo di dolore e di perdite, ma anche di speranze, d’amore e di scene buffe che più buffe non si può. Perché le cose, in qualche modo, si possono sempre sistemare, e anche nella tristezza si può trovare qualcosa che ci renda felici.

Efemeridi di Cesare Catà (Aguaplano): una raccolta di racconti dedicati a scrittori, scrittrici e alle loro passioni, amorose e non. Sicuramente una delle letture più intense di quest'anno.

Il lungo sguardo di Elizabeth Jane Howard (Fazi editore, traduzione di Manuela Francescon). Da fan sfegata della saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard (di cui Fazi quest'anno ha pubblicato gli ultimi due volumi), ero curiosa di leggere qualcosa di diverso di questa autrice inglese, per scoprire se anche gli altri romanzi sono all'altezza. In Italia al momento c'è solo Il lungo sguardo, che forse è addirittura più bello di Cazalet.

Lettere da Babbo Natale di J.R.R. Tolkien (Bompiani, traduzione di Marco Respinti). Un classico di Natale che io, per qualche inspiegabile motivo, ho letto per la prima volta quest'anno. Non sarebbe bellissimo se tutti, da bambini ma anche da adulti, scrivessimo le lettere a Babbo Natale e lui (o il suo amico orso) ci rispondesse?

Il narratore di verità di Tiziana D’Oppido (LiberAria editrice):bellissima copertina che contiene una storia e dei personaggi bellissimi. Ho adorato lo stile di Tiziana D'Oppido e la sua capacità di raccontare in modo vivace, spensierato e al tempo stesso ricercato tematiche molto difficili e molto attuali. Davvero un bell'esordio.

La ragazza che dormì con Dio di Val Brelinski (Nutrimenti edizioni,  traduzione di Sandro Ristori). Questo è forse il romanzo più bello che ho letto quest'anno, per tutte le emozioni contrastanti che mi ha suscitato durante la lettura. Si parla di famiglia, di quel labile confine tra protezione e costrizione, tra giusto e sbagliato.

Può darsi che da questa selezione ne sia rimasto fuori qualcuno di altrettanto meritevole (citerei per esempio anche Mia figlia, don Chisciotte di Alessandro Garigliano o Lincoln nel Bardo di George Saunders), ma, come dicevo all'inizio, fare una selezione è stato molto difficile. 
("Potevi mettere più di dieci titoli", mi direte voi, e avreste anche ragione. Ma come buon proposito per il nuovo anno ho deciso di impormi una certa disciplina nelle cose che scrivo qui sul blog, e quindi sì, anche nelle liste... e disattendere un buon proposito ancor prima che iniziasse l'anno non sarebbe stato così di buon auspicio). 
Questo dieci, comunque, sono sicuramente quelli che più mi hanno colpita, commossa, divertita e fatta emozionare. E spero vivamente che succeda anche a voi, nel caso decidiate di leggerli.

Le vostre letture migliori, invece, quali sono?

Intanto ne approfitto per augurarmi e augurarvi un 2018 pieno di libri altrettanto belli e di tutto quello che più desiderate!

giovedì 28 dicembre 2017

Le mie peggiori letture del 2017

Ed eccoci arrivati al momento della verità. Lo so, in queste ultime settimane di classifiche di libri e letture ne avrete già viste tante e molto variegate, al punto che forse sarete anche un po' stufi. Ma credo sia perfettamente normale arrivare a fine anno e tirare un po' le somme delle cose che si sono fatte, di quelle che si sono viste e, quindi sì, anche dei libri letti.

Come sempre, stilerò due classifiche: le mie letture peggiori e le mie letture migliori di questo 2017 (e quel "mie" è fondamentale, perché si tratta ovviamente di un giudizio molto soggettivo).

Ho letto un po' meno del mio solito quest'anno, almeno per quanto riguarda le letture per piacere. Tra romanzi, fumetti, libri per bambini e ragazzi e una rilettura arrivo a quota 75. Sì, lo so, settantacinque libri in un anno sono tanti. E anche se ci sono tanti anni, in passato, in cui avevo letto molto di più, devo dire che come cifra mi piace, perché rispecchia appieno la mia voglia di rallentare un po', di leggere meno e leggere meglio, fregandomene di qualunque tempistica (sì, anche quella di aggiornamento del blog, una fonte di ansia notevole).

E devo dire che questa scelta ha ripagato, perché di libri brutti quest'anno ne ho letti davvero pochi. Sono solo quattro, infatti, i romanzi che rientrano in questa mia personalissima e assolutamente non condivisibile classifica, e cercherò di spiegarvi anche il perché.
Come sempre, su ogni titolo troverete il link alla recensione e poi, se volete, nei commenti possiamo discuterne.

La foto dei libri accompagnati dallo sguardo di disapprovazione del signor Fredricksen di UP
Orfani Bianchi di Antonio Manzini (chiarelettere) è stata la prima grande delusione dell’anno. Il romanzo ha come protagonista Mirta, una giovane donna moldava trasferitasi a Roma in cerca di lavoro, che ha lasciato in patria suo figlio, a cui cerca di mandare dei soldi ogni mese.
È un libro che mi ha fatta arrabbiare, perché l’ho trovato pieno di stereotipi e di generalizzazioni (dal romanzo sembrerebbe che tutti quelli che assumono una badante per seguire un parente anziano lo facciano perché sono degli stronzi che se ne fregano… e invece no) e che abbia puntato tutto sulla tragicità. Avrebbe potuto essere un gran bel libro su un argomento importante (tanti argomenti importanti, in realtà), ma Manzini si è fatto prendere un po’ troppo la mano con le sfighe da far succedere alla povera protagonista, dimenticandosi di andare più in profondità.

Etta e Otto e Russell e James di Emma Hopper (tradotto da Elena Dal Pra per Bompiani). Ho acquistato e letto il libro attratta dal titolo e dalla copertina, che trovo entrambi molto belli, senza preoccuparmi più di tanto della trama. Sapevo solo che protagonista era una coppia di anziani (tanto di moda in questo periodo) che si ritrovava a ripercorrere la sua storia. 
Una volta finita la lettura, l'unica parola che mi è venuta in mente per descrivere questo libro è: “boh!”. Il romanzo, infatti, è  molto confuso, con continui passaggi tra passato e presente senza che però sia presente un collante tra le due parti. Il lettore (o almeno, io) a volte non capisce cosa sta leggendo. 

Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman (tradotto da Sara Reggiani per Edizioni Black Coffee). Ammetto candidamente che questo romanzo compare in questa lista perché non l'ho capito. Non ho capito cosa volesse dirmi l'autrice, né la trama, né la sua protagonista. Intendiamoci, ho colto perfettamente l'abilità stilistica (anche se sul finale rasenta la follia), ho persino sottolineato alcuni passaggi molto belli, ma, arrivata con immensa fatica alla fine, mi ha lasciato addosso un senso quasi di fastidio, oltre che di confusione. Forse sono troppo scema io, per apprezzare libri come questo.

Requiem per un’ombra di Mario Pistacchio e Laura Toffanello. Mi sono avvicinata a questo libro con aspettative enormi, dopo quel gioiellino del loro primo romanzo, L’estate del cane bambino. E sono state tutte completamente disattese. Il romanzo dovrebbe essere un thriller, un hard boiled per essere più precisi, che però alla fine sembra essere solo un’accozzaglia di elementi già visti in mille altri romanzi dello stesso genere, in cui però sono stati sviluppati meglio. Probabilmente gli stessi autori hanno provato un po' di ansia da prestazione e si sono buttati su un genere che consideravano forse "facile". O forse sono io che, avendone letti tanti nella mia vita, non sono riuscita a trovare alcun elemento innovativo. Fatto sta che questo romanzo, per me, è stato un grande, grandissimo no.


Come vi dicevo, come anno di letture è stato molto positivo. Nei prossimi giorni uscirà anche la lista dei libri migliori che ho letto quest'anno. E voi che mi dite? Quali sono state le letture più deludenti che avete affrontato in questo 2017?

domenica 24 dicembre 2017

Buon Natale a tutti!

Ed eccoci arrivati anche quest'anno al tradizionale post con gli auguri di Natale, a cui poi seguiranno nei prossimi giorni le mie altrettanto tradizionali classifiche dei libri più brutti (paura eh?) e più belli letti quest'anno.

©Lim Heng Swee

Lo so, per fare i bilanci forse bisognerebbe aspettare proprio il 31 dicembre, ma il giorno della Vigilia è uno dei miei preferiti dell'anno, più ancora del giorno di Natale stesso, e quindi mi piace fermarmi un attimo, magari fissando qualche lucina o qualche buffa decorazione e ascoltando qualche canzoncina, e pensare a quanto successo nella mia vita negli ultimi 365 giorni.

Questo 2017 è stato un bell'anno sotto molti punti di vista.

Partiamo dalle cose serie, ovvero il lavoro. Da quando ho iniziato la mia carriera da traduttrice e editor freelance (nel gennaio del 2015), finalmente quest'anno posso dire di aver lavorato praticamente sempre e, tra editing, letture e traduzioni, di essere riuscita a raggiungere uno stipendio mensile quasi normale.
Ho tradotto un manuale di giardinaggio, e mi sono divertita molto a farlo, anche se poi la collaborazione non è andata come avrei sperato. Ho tradotto un manuale di business che mi ha portato ad avere a che fare per la prima volta con un editore che paga i suoi collaboratori non in tempo, ma addirittura prima della scadenza dei termini. E, soprattutto, ho tradotto il mio primo romanzo (e sto già lavorando sul secondo).
Poi ho continuato i miei editing per una casa editrice con cui collaboro da anni, ma anche qualcuno arrivato dalla pagina dei servizi editoriali (nel caso vi interessasse, trovate maggiori informazioni  qui), e ho letto, ma anche solo assaggiato, tantissimi libri per un altro editore (uno di questi romanzi da me "approvati", a cui tengo particolarmente, dovrebbe uscire già l'anno prossimo). 
Insomma, questo 2017 è andato bene. E spero davvero che il 2018 possa andare anche meglio, perché non c'è davvero niente di più bello che poter vivere facendo una cosa che si ama.

Per quanto riguarda la mia privata, direi niente da segnalare... a parte il fatto che io e Luca, il 7 ottobre, ci siamo sposati!
Un altro momento bellissimo, pieno di risate ed emozioni. E anche di tanti, tantissimi libri: il mio bouquet era fatto di origami, e i fogli utilizzati erano le pagine di Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo; la torta era a forma di libro con sopra riportata una frase di Le nostre anime di notte di Kent Haruf; e anche molti regali arrivati hanno in qualche modo a che fare con questa nostra comune passione. E insomma, è stato un matrimonio semplicissimo e forse, per questo, ancora più bello.



In questo 2017 siamo anche andati un bel po' in giro: siamo andati a vedere un sacco di animali buffi (e chi mi conosce anche solo un pochino sa quanto io ami gli animali buffi); abbiamo partecipato a parecchi festival e fiere letterarie (da segnalare soprattutto la prima volta a Collisioni e il ritorno a Mantova, dove ogni anno lascio sempre un pezzo di cuore) e abbiamo fatto anche qualche altra bella gita (Firenze, Parma, il mare...).

Ho letto tanto, anche se un po' meno del solito, e ho cercato il più possibile di tenere vivi e attivi il blog e la sua pagina, divertendomi e (spero) facendo divertire anche voi, ma anche consigliandovi qualche bel libro. Ho visto parecchi film al cinema, alcuni bellissimi altri evitabili. Ho mangiato un sacco e ho imparato a fare la pizza. Ho conosciuto tante, tantissime persone nuove, alcune dal vivo altre solo virtualmente. Ho amato tanto e sono stata amata tanto. Ho pianto qualche volta e ho riso tantissimo. E, in generale, sono sempre stata bene.

E il mio augurio, per me e per voi, per questo Natale e per questo anno nuovo che sta arrivando è proprio questo: amate e lasciatevi amare, piangete qualche volta, ridete tantissimo e cercate, in generale, di stare  bene, facendo il più possibile le cose che vi piacciono (o di riuscire a trovare qualcosa di bello anche in quelle che non vi piacciono).

Buon Natale a tutti!

giovedì 21 dicembre 2017

MAPOCHO - Nona Fernández

Il passato è la chiave. È un libro aperto con tutte le risposte. Basta guardarlo, scorrere le pagine e aprire gli occhi con attenzione per rendersene conto. Il passato è una zavorra di cui non è possibile liberarsi. Meglio adottarlo, dargli un nome, addomesticarlo e tenerlo docile sottobraccio, altrimenti ci perseguiterà come un fantasma nei momenti più inaspettati. Ci torturerà in forma di odore, di musica, a volte di sogno.




Il Mapocho è il fiume che attraversa Santiago del Cile. Lo attraversava in passato e lo attraversa ancora oggi. Ha visto tutti i cambiamenti di quella città. Ha visto la libertà e ha visto susseguirsi una dittatura dopo l’altra. Ha accolto la vita, ma anche tanti cadaveri. Dal Mapocho chi ha potuto è fuggito, ma qualcuno poi ci è anche ritornato.

Non è un caso, quindi, che proprio Mapocho sia il titolo del romanzo d’esordio della scrittrice cilena Nona Fernández, pubblicato in Italia da gran vía edizioni con la traduzione di Stefania Marinoni.

Protagonista è la Bionda, fuggita da Santiago del Cile quando era una bambina, insieme alla madre e al fratello, l’Indio, dopo la sparizione del padre. Ora è cresciuta e si trova da sola, su qualche terra che affaccia sul Mediterraneo, con l’urna contenente le ceneri della madre morta in un incidente d’auto. Guidava L’Indio e da allora è sparito anche lui. Finché un giorno la Bionda non riceve una telefonata dal fratello che le chiede di tornare da lui, a Santiago del Cile. È lì che tutto è iniziato ed è lì che tutto deve finire. La Bionda allora parte in cerca del fratello, ma anche del loro passato, del ricordo di sua madre, di suo padre e della storia dell’intero paese. Un viaggio doloroso tra i segreti, tra il reale e l’immaginario, attraverso cui la Bionda ripercorre tutta la sua vita, ma anche tutte le ferite di un paese per anni flagellato da dittature e sparizioni.

È davvero difficile fare un riassunto della trama di Mapocho. Si rischia di non farsi capire, di sminuirne il contenuto e, soprattutto, la sua forza. Bisogna leggerlo e lasciarsi andare. Perdersi tra le parole della Bionda, nella storia confusa della sua famiglia, nel suo rapporto con l’Indio e nella sua ricerca di verità ora che manca poco alla sua fine. Bisogna andare sulle sponde del Mapocho e guardare che cosa contengono le sue acque: quanta merda e quanto sangue, tutta la merda e il sangue che il paese ha dovuto sopportare negli anni. Bisogna fare un giro nel Quartiere e fermarsi a casa di Fausto a consultare i suoi libri di storia: quelli che ha scritto su commissione e in cui ha modificato la realtà. 

Intrighi, racconti di fantasia, storie nate male, trame mal costruite, finzioni, tranelli, inganni, falsità. Menzogne. Quante menzogne. Le menzogne si costruiscono con le parole. Escono da una bocca indecente ed essendo fatte di lettere prendono vita nel momento in cui vengono pronunciate. Le menzogne hanno le ali e volano come un avvoltoio, girano sulla carogna e si nutrono di quelli che hanno anima, di quelli che non sanno, che non vedono o non vogliono vedere. Le menzogne ingannano. Si fissano per iscritto, seducono dalle insegne al neon, nelle vetrine colorate, nelle biblioteche, nelle alte torri dai vetri oscurati. È così facile viverci dentro e lasciarsi avvolgere dai loro incantesimi. Le menzogne respirano, puzzano, gridano, vivono come un topo del Mapocho, nutrendosi di merda, contaminando, propagando la malattia, mandando tutto in rovina, creando altre menzogne, aggiungendo falsità a falsità, ingarbugliando, confondendo, complicando.

Bisogna andare in uno stadio a guardare una partita di calcio, su un tetto a osservare la gente passare per strada in cerca di qualcuno, o in un cimitero, a pregare per tanti, troppi morti.

Lo stile di Nona Fernٌández è ipnotico. Delicato e violento al tempo stesso. A volte ti sembra di non capire cosa ti stia dicendo, altre di capirlo fin troppo bene. A volte con una parola ti dà un pugno, altre una carezza che fa scendere una lacrima. Si è sempre un po’ in bilico, leggendo, proprio come lo sono tutti i protagonisti della storia: sospesi tra verità e menzogna, tra vita e morte.

Non stupisce che questa scrittrice stia diventando un punto di riferimento per la narrativa cilena contemporanea, perché nei suoi libri c’è forza e denuncia (di suo avevo già letto e amato Chilean electric, edito da edicolas ediciones e tradotto da Rocco D’Alessandro), ma anche soprattutto un racconto realistico di quella che era la vita in Cile negli anni delle dittature e che spesso nei libri di storia non si trova.
Ma il Mapocho, per quanta acqua scorra, non la può dimenticare.



TITOLO: Mapocho
AUTORE: Nona Fernández
TRADUTTORE: Stefania Marinoni
PAGINE: 210
ANNO: 2017
EDITORE: Gran vía
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formato cartaceo:Mapocho