mercoledì 22 marzo 2017

LO DICIAMO A LIDDY? - Anne Fine

Tutte e quattro, del resto, si sarebbero sentite perdute senza i regolari giri per negozi e le cenette improvvisate, senza lo scambio incessante di libri, stufette elettriche e vestiti per le grandi occasioni. Da anni i loro telefoni squillavano in un girotondo di chiacchiere su suoceri, cognati, progetti di lavoro, ansie e vittorie. E non c'erano mai stati segreti.
Fino a quel momento.


Vi è mai capitato di sapere qualcosa di una persona, qualcosa di non proprio piacevole se non del tutto brutto, che potrebbe condizionare la vita di chi le sta accanto? Che si tratti di un parente, un amico o anche un semplice conoscente, il dubbio su che cosa sia meglio fare in questi casi viene sempre: farsi i fatti propri? Intervenire solo a un certo punto e se si ritiene davvero necessario? Rivelare tutto? 
E sei poi il segreto, in realtà, non è un segreto? E se poi la persona a cui lo riveli ti manda a quel paese?

Ho comprato Lo diciamo a Liddy? di Anne Fine, tradotto da Olivia Crosio e pubblicato in Italia da Adelphi, sullo slancio di un momento. Non conoscevo l’autrice, non conoscevo il libro, ma sono stata subito attirata dal titolo e dalla trama, che riporta la situazione descritta sopra.

Heather, Stella, Liddy e Bridie sono quattro sorelle, legatissime. Heather è quella più pragmatica, più sicura di sé e indipendente, meno sensibile e con una vita amorosa abbastanza travagliata. Stella è la più piccola, quella che tutte hanno sempre considerato meno intelligente, meno interessante e che ora ha trovato il suo mondo grazie a un marito e alla passione condivisa per gli oggetti per arredare la casa. Liddy è quella che tutti proteggono, quella un po’ più svampita, che ha avuto due figli da un uomo che poi è sparito ma senza che la cosa l’abbia toccata più di tanto. E Bridie è un’assistente sociale, di professione, ma anche un po’ tra le sorelle.
Liddy ha un nuovo fidanzato, adesso. Si chiama George ed è adorabile con lei e con i bambini. Sembra l’uomo perfetto, se non fosse che Stella ha saputo dalla donna che le pulisce la casa che forse quest’uomo non è così perfetto come sembra, ma nasconde un segreto agghiacciante. Stella lo dice a Heather e, dopo qualche mese, quest’ultima lo rivela a Bridie. Che decide, una volta che Liddy ha annunciato il matrimonio con George, che non si può nascondere una cosa simile alla propria sorella. Lo dicono a Liddy (non è uno spoiler, tranquilli, succede quasi subito), che però se la prende solo con Bridie.
Il beneficio del dubbio non è un omaggio che si regala a chiunque. Bisogna guadagnarselo, e in una famiglia lo si guadagna con l'amore. Quanto all'amore, non è né una parola né uno stato d'animo, ma un modo di trattare il prossimo. Il mondo brulica di gente che dichiara senza ritegno di amare Tizio e Caio, e poi li tratta come pezze da piedi.
Bridie è sconvolta da questa reazione. Sa che le altre tre sorelle continuano a sentirsi e vedersi e quella messa da parte è solo lei. Vive la situazione come un’ingiustizia che però, a poco a poco, la porta anche a prendere consapevolezza della sua famiglia, del rapporto con le sorelle e di come ognuna di esse l’ha sempre vissuto in modo diverso da come lo viveva lei, e soprattutto di come, concentrandosi sulla sua famiglia d’origine abbia un po’ messo da parte quella che ha creato con suo marito. Sembra essersi messa il cuore in pace, decisa persino a non partecipare al matrimonio e a non parlare più con nessuna delle sue sorelle, finché un'altra verità non viene a galla e la sua decisione vacilla.

Finché dal nulla, come un fulmine a ciel sereno, ritornò la rabbia. Accecante, devastatrice. E, per la prima volta in vita sua, Bridie capì come fosse possibile, per molti dei suoi assistiti, vivere di astio e di ripicche. L'amore era così debole. "Ci vuole così poco a farsi voler bene." Era vero? L'amore è un pappone insipido che sobbolle sul fuoco, sempre nutriente, sempre caldo. L'odio invece è una torre incrollabile, una colonna di fuoco. La sua mera energia incandescente può alimentare giorni e giorni di stizza, notti e notti di rancore. Fino a poco tempo prima, quando ascoltava quegli sfoghi di incontenibile malevolenza, aveva creduto che un giorno o l'altro l'odio si sarebbe consumato da sé, si sarebbe ridotto in cenere. Ora aveva aperto gli occhi: l'odio è imperituro, e non è mai un sentimento a metà.

Lo diciamo a Liddy? mi è piaciuto tantissimo, per il modo in cui Anne Fine prende questa famiglia, queste quattro sorelle all’apparenza legatissime, e distrugge le loro certezze, e per come gioca con la caratterizzazione di ognuna di esse. Ho provato una forte empatia nei confronti di Bridie: il suo modo di vedere e di vivere tutto quello che fa, con così tanto coinvolgimento e così tanta passione, mi ha fatto quasi tenerezza, così come ho adorato la sua evoluzione nel corso del libro, il suo prendere consapevolezza, il suo alternare decisioni risolute a dubbi enormi, e la sua decisione finale. 
E avrei preso a schiaffi (dai su, tra sorelle si può fare) le altre tre sorelle. Tutte e tre, per come si sono comportate in passato e forse ancor più nel presente.

È un libro sui legami famigliari, sulle apparenze, sui rancori che si accumulano quando si decide di non parlare e di non confrontarsi. Un libro a suo modo divertente, che porta il lettore all’interno di questa famiglia, lasciando costantemente il dubbio se debba ridere o indignarsi. Io ho fatto entrambe le cose (anche se forse mi sono un po’ più arrabbiata, che divertita) e ne è valsa davvero la pena.

E voi, lo direste a Liddy?


TITOLO: Lo diciamo a Liddy?
AUTORE: Anne Fine
TRADUTTORE: Olivia Crosio
PAGINE: 190
EDITORE: Adelphi
ANNO: 1999
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Lo diciamo a Liddy? Una commedia agra

lunedì 20 marzo 2017

NON È IL MIO GENERE! E invece (forse) sì! - Poesia e teatro

Sabato 18 marzo si è tenuto il quarto in incontro di “Non è il mio genere!... e invece (forse) sì!”, il ciclo di appuntamenti dedicato ai generi letterario, organizzato da me, da Claudia di Il giro del mondo attraverso i libri e da Stefania della libreria Sulla parola di Caluso.

Protagonisti questa volta sono stati la poesia e il teatro. Due generi un po’ particolari, in effetti, e sicuramente molto meno diffusi rispetto alla prosa, ma che hanno avuto in passato e hanno ancora oggi qualcosa da dire.

Certo, personalmente, se penso alla poesia penso a quelle che ci facevano imparare a memoria alle scuole elementari o alle medie (e che durante l’incontro abbiamo scoperto di essere ancora in grado di recitare), o a quelle poi studiate a scuola. Di poeti e poetesse contemporanee ne conosco, in effetti, molto poche. Un grosso limite mio, che a volte ho anche tentato di colmare, ma con risultati non sempre positivi. Ma la poesia è ben viva ancora oggi e ci sono tanti, tantissimi esempi di poeti contemporanei, più o meno riconosciuti, con stili ben definiti e in grado di emozionare chi ne ha la giusta sensibilità.

Anche per quanto riguarda il teatro, mi rendo conto che quasi tutte le opere che conosco e che ho letto risalgono ai tempi delle scuole e dell’università (il buon vecchio Shakespeare, ma anche i drammaturghi della letteratura spagnola e di quella inglese, senza ovviamente dimenticare nemmeno gli italiani).  Qualche testo teatrale, però, mi è capitato di leggerlo anche di recente… sempre accompagnando il mio giudizio finale con un bel “sì, però vorrei vederlo da vivo”.

Lo scopo di questi nostri incontri, comunque, era anche questo: andare a cercare quei generi meno conosciuti e meno diffusi e cercare in qualche modo di conoscerli e farli conoscere.
E quindi, come sempre, grazie a tutti coloro che hanno partecipato dal vivo e che sono stati a chiacchierare insieme a noi sabato pomeriggio in libreria, ma anche a chi ha mandato i suoi consigli via web.



Ecco qui i consigli arrivati:

TEATRO

STORIA DI UNA SCALA – Antonio Buero Vallejo (Le Lettere)
LA CASA DI BERNARDA ALBA – Federico García Lorca  (Leone)
AMLETO – IL MERCANTE DI VENEZIA – William Shakespeare (Mondadori)
LA LOCANDIERA - IL SERVO DI DUE PADRONI – Carlo Goldoni (BUR)
MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE – Arthur Miller (Einaudi)
ASPETTANDO GODOT – Samuel Beckett (Einaudi)
TEATRO – Harold Pinter (Einaudi)
TRAPPOLA PER TOPI – Agatha Christie (Mondadori)
HARRY POTTER E LA MALEDIZIONE DELL’EREDE – J. K. Rowling, Jack Thorne e John Tiffany (su cui c’è stata una bella discussione, tra a chi è piaciuto da matti e chi invece lo considera una presa in giro per noi poveri fan allocchi di Harry Potter) (Salani)

POESIA

OGNI VOLTA CHE MI BACI MUORE UN NAZISTA – PIUTTOSTO CHE MORIRE MI AMMAZZO – Guido Catalano (Rizzoli, Miraggi)
POESIE – Dylan Thomas (Einaudi)
TUTTE LE POESIE – Eugenio Montale (Einaudi)
I FIORI DEL MALE – Charles Baudelaire (BUR)
È QUEL CHE È – Erich Fried (Einaudi)
RIMAS – Gustavo Adolfo Becquer
POESIAS COMPLETAS – Antonio Machado (Newton Compton)
ORIENTARSI CON LE STELLE – Raymond Carver (minimum fax)
SINFONIA DI NOVEMBRE E ALTRE POESIE – O.V. de L. Milorz (Adelphi)
LA DIVINA COMMEDIA – Dante Alighieri
ALCOOLS – Apollinaire (Acquaviva)
LA GIOIA DI SCRIVERE Szymborska (Adelphi)
È FLEBILE LA MIA VOCE – Anna Ahmatova (Via del vento edizioni)
SONO FLUITO E ALTRE POESIE – POESIE DI ALVARO DE CAMPO – Fernando Pessoa (Via del vento edizioni, Adelphi)
Il meglio di TRILUSSA (Einaudi)

Il prossimo incontro si terrà sabato 8 aprile, sempre alle 16, sempre alla libreria Sulla Parola di Caluso, e sarà dedicato a "Biografie, autobiografie e romanzi storici".
Come sempre, vi aspettiamo!

martedì 14 marzo 2017

ETTA E OTTO E RUSSELL E JAMES - Emma Hooper


Prima di acquistare un libro usato, di solito, mi chiedo come mai quel libro sia finito su una bancarella o al Libraccio. È un doppione? È un libro brutto? È un libro bello arrivato nelle mani del lettore sbagliato, o, quantomeno, nel momento sbagliato? È un interrogativo fugace, che non mi impedisce di comprare il libro, anche se magari non ne avevo mai sentito parlare prima di ritrovarmelo tra le mani in quel momento. E, in effetti, mi è sempre andata bene (per dire, quel capolavoro di Ho paura torero di Pedro Lemebel l’ho comprato a un mercatino, senza avere la più pallida idea di cosa fosse).

O quasi sempre. Perché adesso dovrei scrivere di Etta e Otto e Russell e James di Emma Hopper, pubblicato in Italia da Bompiani e tradotto da Elena Dal Pra, che ho comprato al Libraccio qualche mese fa, e non so davvero cosa dire. Lo puntavo da quando è uscito, in realtà, con quella sua bella copertina e, soprattutto, con questo titolo un po’ particolare, che trovavo e trovo ancora buffo, convinta che si sarebbe trattato di un romanzo dolce, commovente e anche un pochino divertente.

Il romanzo racconta la storia di Etta e Otto e Russell (James no, lui arriva dopo). I tre ora sono anziani, Etta e Otto sposati e Russell vicino di casa e loro amico da sempre. Etta, che ha ottantatré anni e ha seri problemi di memoria, un mattino si sveglia e decide di partire per andare a vedere il mare. Prende un po’ di cibo, uno zaino, i suoi stivali, il fucile e parte, a piedi, lasciando un biglietto al marito in cui gli dice di non preoccuparsi, che lei cercherà di ricordarsi di tornare. Otto la lascia andare, non la insegue, né parte alla sua ricerca nei giorni e nelle settimane successive. Semplicemente si mette lì e aspetta, passando il tempo costruendo strani animali di cartapesta e facendo dolci. All’inseguimento di Etta va, invece, Russell, che non l’ha mai abbandonata. Etta cammina, cammina, cammina, per i campi e le città. A lei si unisce a un certo punto James, un coyote (tranquilli, non è spoiler, ché l’immagine di copertina è abbastanza esplicativa, direi), e, di tanto in tanto, qualche curioso. Finché la donna non arriva effettivamente al mare. In parallelo con la storia di oggi c’è quella del passato dei tre: il lettore scopre così come è nata l’amicizia tra Otto e Russell, quando è arrivata Etta nelle loro vite e quando queste sono state stravolte dall’arrivo della guerra
.
Quando ho girato l’ultima pagina di Etta e Otto e Russell e James il mio primo pensiero è stato “boh!”. La storia è una rielaborazione delle storia d’amore tra i protagonisti del film Pearl Harbor e di L’imprevedibile viaggio di Harold Fry di Rachel Joyce. Un triangolo amoroso che forse senza la guerra non si sarebbe mai formato, per quanto riguarda la storia del passato, e una donna anziana che decide di camminare e diventa un po’ un fenomeno, nel presente. A mancare è qualcosa che faccia da collante tra le due narrazioni: sì, c’è l’amicizia e l’amore tra i tre; sì, c’è il passato che si sovrappone al presente nella mente di Etta. Però, ecco, secondo me non è sufficiente.

Soprassedendo sulla poca credibilità del fatto che una signora anziana e malata possa andarsene in giro per mezzo Canada senza che nessuno le dica niente, la narrazione nel presente è davvero troppo criptica, troppo confusa, a tratti quasi illogica e un po’ sospesa. Come se mancasse qualcosa, appunto. Come se l’autrice avesse voluto giocare con i ricordi e la memoria di questi anziani protagonisti, senza però riuscire a controllarla. In parte potrebbe anche essere colpa mia, poiché mi aspettavo un libro completamente diverso, più leggero forse. Però, comunque, qualcosa non funziona a prescindere, secondo me.

Ed è un vero peccato, perché Etta e Otto e Russell e James di potenziale ne avrebbe tantissimo. Soprattutto per la parte nel passato, per il racconto della guerra e di come questa abbia sconvolto le vite di tutti, anche quelle di un piccolo paesino canadese.
Immagino che chi l’ha portato al Libraccio abbia provato un po’ le stesse cose, che lo abbia chiuso e abbia pensato “boh!” e magari, come me, si sia anche un po’ arrabbiato… perché nel mondo dei libri non c’è niente che mi faccia arrabbiare di più di un libro dal potenziale enorme che viene in qualche modo sprecato.


TITOLO: Etta e Otto e Russell e James
AUTORE: Emma Hooper
TRADUTTORE: Elena Dal Pra
PAGINE: 300
EDITORE: Bompiani
ANNO: 2015
ACQUISTA SU AMAZON

venerdì 10 marzo 2017

DARUSJA LA DOLCE - Marija Matios

Darusja sente e capisce tutto, anche se non parla con nessuno. Loro pensano che sia muta.
Ma lei non è muta, semplicemente non vuole parlare. Le parole possono fare male.

Darusja viene chiamata la dolce dai suoi compaesani anche se forse vorrebbero chiamarla la scema. In molti, in effetti, pensano che lo sia. Perché parla con i fiori e con le piante ma non con gli esseri umani, perché se le dai una caramella le vengono dei dolori atroci che la inchiodano al letto per giorni e che riesce a far passare solo immergendosi nell’acqua gelida o nella terra.

Darusja vive in un paesino della Bucovina, una regione dell’est Europa che, nel corso del ‘900, ha cambiato giurisdizione diverse volte, senza che però cambiassero le malelingue del paese. Vive da sola, nella casa che un tempo era stata dei suoi genitori, e sopravvive grazie all’aiuto di Maria, la sua vicina di casa, l’unica a mostrare un po’ di affetto e comprensione nei suoi confronti. Finché un giorno non arriva Ivan, anche lui a detta di tutti un po’ scemo, che di mestiere ripara oggetti e suona la sua drimba in giro per la regione. Di solito passa e se ne va, lasciando dietro di sé una schiera di donne deluse e malelingue. Ma da Darusja decide di fermarsi, per prendersi cura di lei, per farle quel bene che si merita ma che nessuno le ha mai dedicato. Ma anche il suo bene, all'improvviso e in modo inconsapevole, si trasforma in male per la povera Darusja. Perché lei vive nel ricordo dei genitori e del male che, anch’essa inconsapevolmente, ha fatto loro. Un ricordo pronto a tornare a galla in ogni momento.

Darusja la dolce di Marija Matios, pubblicato da Keller editore con la traduzione di Francesca Fici, si divide in tre parti, “Un dramma in tre vite” come dice il sottotitolo: nella prima parte viene presentata Darusja e la sua vita solitaria, di dolori e stranezze ma anche di incredibile dolcezza; nella seconda arriva Ivan, sembra poterle cambiare la vita, e poi gliela distrugge di nuovo; nella terza, il dramma principale, il più difficile, più doloroso e sconvolgente da leggere, si racconta la storia dei genitori di Darusja la dolce, del loro amore fortissimo che è stato sconvolto e distrutto dall’arrivo della guerra, dei soldati, da una nuova invasione del paese che a qualcuno ha tolto la voce, a qualcun altro la vita.

È un libro dolcissimo e al tempo stesso sconvolgente, Darusja la dolce, che parla di un luogo, la Bucovina, che fino a prima di leggere questo romanzo ignoravo completamente, e di come la guerra abbia inesorabilmente segnato i suoi abitanti. Darusja, in particolare, che mai riuscirà a riprendersi da quanto successo ai suoi genitori perché il destino, o le chiacchiere della gente, non appena lei sembrerà trovare un po’ di pace, tornerà a colpirla e a non permettere di dimenticare:

«Ma cosa fa questo spirito maligno, che vi agita tanto?»
«Cosa fa?... Ha fatto girare il capo a Darusja e se, a poco a poco, lo fa a tutto il villaggio?».
«Ma che dici, comare? non c'è forza al mondo in grado di farci girare il capo...»
«I peccati, tutti i peccati, mia cara... il peccato che non si possono perdonare e le lacrime dei morti che non si possono riscattare... Ma perché i peccati altrui devono ricadere sulle nostre teste?»
«Sulla vostra testa non è caduto nessun male, perché vi scaldate tanto?»
«Perché non so cosa succede in quella dannata casa, io sto proprio lì vicino e mi preoccupo per la mia tranquillità e per amore di giustizia».

È un libro sulla crudeltà della guerra ma anche su quella della gente, che spesso preferisce giudicare piuttosto che aiutare, che preferisce nascondersi e fare finta di niente, che preferisce l’invidia e il pettegolezzo alle azioni concrete. Che se la prende con le persone più indifese e non perdona mai.


TITOLO: Darusja la dolce
AUTORE: Marija Matios
TRADUTTORE: Francesca Fici
PAGINE:224
EDITORE: Keller editore
ANNO: 2015
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Darusja la dolce

lunedì 6 marzo 2017

OGNI VOLTA CHE MI BACI MUORE UN NAZISTA - Guido Catalano

Ci sono tantissimi validi motivi per tenere duro.
Per fare bene ciò che si è capaci.
Per resistere al brutto.
Per ingannare la morte.
Per smettere di piangersi addosso.
Per non porgere l'altra guancia.
Per ascoltare buona musica.
Per innamorarsi.


Non avevo mai letto nulla di Guido Catalano prima di questa sua ultima raccolta di poesie, Ogni volta che mi baci muore un nazista, da poco pubblicata da Rizzoli. Certo, lo conoscevo di fama e mi è capitato diverse volte di leggere alcuni stralci delle sue poesie e alcune riflessioni sulla sua pagina Facebook, ma senza che mi decidessi mai a procurarmi qualcosa di suo. 
Quest’ultima raccolta, però, vuoi per il titolo molto bello vuoi per i teneri disegni in copertina (soprattutto quello sulla quarta, in realtà), mi attirava molto. E quindi mi è sembrata un buon punto di partenza.

Ogni volta che mi baci muore un nazista si compone di 144 poesie bellissime. In realtà, come Catalano stesso rivela nella buffissima introduzione (che da sola vale tutto il libro, secondo me) sono di più e si dividono in alcune categorie ben precise: ci sono poesie per fare innamorare, ma anche Poesie di Fine Rapporto (le PFR) da leggere quando invece l’amore sta per finire (se non è già finito); ci sono dei ritratti di donne, quattordici, che potrebbero però essere una sola, e ci sono dei dialoghi di coppia. Ci sono gioia e amore, ma anche dolore e tristezza, dice lui, perché quando si è tristi a volte fa bene leggere cose tristi.
Ho iniziato a leggere questo libro con aspettative altissime, galvanizzata anche dalla buffissima introduzione di cui vi parlavo sopra, eppure, man mano che procedevo con la lettura un po’ di questo entusiasmo iniziale è scemato, lasciando spazio alla perplessità. Intendiamoci, alcune poesie sono davvero bellissime, tipo quella che ho citato all'inizio, o questa qui:
È che dicevi le cose giuste

quando avevo bisogno

di parole giuste

e quando sorridevi

mi scardinavi l'anima
o quello che ne resta
poi
dormirti addosso
succedevano alcune cose
alcune meraviglie
tipo
che la mattina
ritenevo plausibile
l'implausibile
tipo quelle robe da film
da romanzo
tipo l'amore
tipo far colazione assieme
tipo un mondo migliore.

Però, ecco, in alcuni casi mi sembrava che mancasse qualcosa. Non so se in me, da scarsa lettrice di poesie quale sono da sempre e quindi poco abituata a coglierne i sensi e la musicalità, o proprio nei testi di Catalano.

Il caso ha voluto che, proprio nei giorni in cui stavo leggendo Ogni volta che mi baci muore un nazista, alla libreria Namastè di Tortona fosse in programma un incontro con l’autore. In una libreria stracolma di persone (ma quanto è bello vedere le librerie indipendenti così affollate di persone per incontrare uno scrittore? Brave, bravissime Elisa e Francesca, le due libraie che sono riuscite a creare tutto questo!), ho capito dove stava il problema nella mia lettura.
Queste poesie, più che lette, vanno ascoltate. Solo così io sono riuscita a comprenderne appieno il senso, ma soprattutto a godere anche dello stile dell’autore. 


Durante l’incontro, Guido Catalano ha letto diversi componimenti di questa raccolta. Li ha letti nel modo in cui li ha scritti, permettendo a chi era presente di cogliere il senso di ogni pausa, di ogni a capo, di ogni ripetizione e di ogni emozione. E non per niente questo autore riempie i teatri con i suoi reading: parte della sua poesia, almeno per quanto mi riguarda, sta nell'interpretazione che lui ne dà. Al punto che, quando sono uscita dall'incontro, il primo pensiero è stato che questo libro dovrebbe avere in allegato l’audiolibro, per chi, come me, da solo non riesce a cogliere tutto.

Guido Catalano alla Libreria Namastè
In ogni caso, sono felice di aver letto Ogni volta che mi baci muore un nazista. Di essermi tolta la curiosità di leggere un libro di Guido Catalano (anche se mi sarebbe piaciuto ci fossero stati più disegnini all’interno!) e, soprattutto, di essere andata a sentirlo dal vivo.

Allora, lo consiglio? Sì, certo. Anche se l’aver potuto sentirlo dal vivo, come dicevo prima, ha contribuito un po’ a cambiare il mio giudizio. Nel caso aveste ancora qualche dubbio, comunque, lascio che a rispondere a questa domanda sia una sua poesia, la più bella in assoluto di tutta la raccolta:

Ci sono questo ragazzo
e questa ragazza
mi sono seduti davanti
qualcosa di più di vent'anni
l'uno accanto all'altra
il treno ci porta da sud a nord
e lei ha i capelli biondi, corti
e lui porta occhiali pesanti, scuri.
Leggono
ma non leggono due libri diversi, leggono lo stesso libro.
Il fatto però è che non sono due copie dello stesso libro.
I due ragazzi, seduti l'uno accanto all'altra leggono
da una sola copia
dello stesso libro.
È lei che lo tiene in mezzo
e gira le pagine
lentamente
e sono davvero sincronizzati bene
questi due ragazzi seduti davanti a me
in questo treno regionale lento
concentrati, silenziosi e sincronizzati
e molto vicini.
 
Ed io li guardo
non riesco a non guardarli
sono affascinato
da questo loro modo intimo di leggere
da questa lettura di coppia
che non mi sembra di aver mai visto
e faccio mente locale
e in effetti, nei locali della mia mente
non trovo nulla di simile
trovo sì due ragazzini che si dividono gli auricolari
trovo sì me stesso che guardo un film
accanto a una donna
sdraiati sul mio letto
come è difficile concentrarsi
senza toccarti
baciarti
farsi.
E a un certo punto lei fa per voltare pagina
e lui le sfiora la mano
è in ritardo di qualche riga
lei si ferma, sorride impercettibilmente
ma io quel sorriso lo percepisco.
Pochi istanti e
lui la sfiora di nuovo
ora può andare avanti
girare pagina.
 
E che bella cosa
che stanno facendo
questi due innamorati
perché io me li immagino innamorati
mi è impossibile pensare che non lo siano
lo sono.

Titolo: Ogni volta che mi baci muore un nazista
Autore: Guido Catalano
Pagine: 322
Editore: Rizzoli
Anno: 2017
Prezzo: 18 €
Acquista su Amazon:

martedì 28 febbraio 2017

MIA FIGLIA, DON CHISCIOTTE - Alessandro Garigliano

Concludevo pensando che se lei incarnava la mia don Chisciotte, se solo lei era capace di mostrarmi percorsi intrepidi - lanciandosi verso il mare senza braccioli, camminando sbilenca sul ciglio di strapiombi abissali, inventando parole - allora io dovevo continuare a essere il suo Sancio Panza: avevo il dovere di accompagnarla, contenerla ma soprattutto capirla, senza intaccare la sua libertà.

Tra tutti gli interrogativi, più o meno seri, che sorgono durante la lettura del Don Chisciotte di Cervantes, c’è sicuramente “ti senti più Don Chisciotte o Sancio Panza?”. Sei più idealista o più realista? Sei più incantato o disincantato? Preferisci sconfiggere draghi e salvare fanciulle in pericolo o possedere un castello, o magari un’isola? Per quanto mi riguarda, non sono mai arrivata a una risposta soddisfacente. Credo che ognuno di noi sia un po’ Sancio Panza e un po’ Don Chisciotte. Che ognuno di noi abbia almeno una volta nella vita attaccato un drago, per poi finire a gambe all'aria contro un mulino a vento. Che ognuno di noi si sia sentito un po’ troppo realista, a volte, e abbia fatto da contrappasso a qualcuno che invece vive di immaginazione.

Questa dicotomia tra Don Chisciotte e Sancio Panza è al centro di Mia figlia, Don Chisciotte di Alessandro Garigliano, appena pubblicato da NN editore. Ad attrarmi fin da subito sono stati il titolo e l’argomento (non so tutto sul Don Chisciotte, ahimè, ma è uno di quei libri che da quando l’ho letto ha in qualche modo condizionato la mia vita), poi ho visto la copertina e ho dovuto leggerlo non appena mi è capitato tra le mani.

Alessandro Garigliano è uno studioso e appassionato di Don Chisciotte che, in questo libro, relaziona alla sua vita e, soprattutto, al rapporto con sua figlia di tre anni. Lei è Don Chisciotte. Uno spirito libero, che vive di fantasia e che non ha paura di nulla, che adora andare in giro vestita da principeffa e ascoltare le storie che il padre le racconta. Lui è il suo Sancio, il suo protettore, che a volte cerca di tenerla con i piedi per terra, altre, semplicemente, la tiene d'occhio, permettendole di essere spensierata e di non preoccuparsi delle brutture del mondo, o anche solo della semplice realtà. Per farlo, per esempio, essendo disoccupato e non volendo che lei in qualche modo patisca questa condizione finge un lavoro di docente universitario e si mette, appunto, a studiare e analizzare l’opera di Cervantes, anche se, come dice lui stesso nel prologo: “Ma non sembro affatto un docente: sembro invasato”.
Il Don Chisciotte diventa l’espediente, ben presente nella narrazione, per raccontare il rapporto di un padre con la figlia. Con momenti commoventi, come quando Garigliano racconta della nascita della bimba o di quando la porta in giro sulla sua bruumante in cerca di uno zoo dalla porta rosa, che nessuno riesce a trovare, ma anche altri molti teneri e divertenti.

Non so, francamente, se per apprezzare questo libro si debba essere degli amanti dell’opera di Cervantes. I riferimenti sono tanti, spesso una vera e propria analisi critica, inframmezzata dai pensieri dell’autore. Sicuramente, anche chi non conosce le vicende del ingenioso hidalgo, riconoscerà che Mia figlia, Don Chisciotte è un inno d’amore per la letteratura, per quei libri che, inesorabilmente e in modo più o meno profondo, condizionano le nostre vite.

A me, che ho letto e amato il Don Chisciotte, questo libro è piaciuto tantissimo. Perché mi ha fatto ricordare alcuni passaggi dei due libri che avevo dimenticato (la storia del furto dell’asino di Sancio, per esempio) e, soprattutto, mi ha riempito di tenerezza e commozione per questo padre, questo Sancio Panza contemporaneo, che racconta e cerca di trasmettere questa passione a sua figlia Don Chisciotte, e per questa sua buffissima figlia che non aspetta altro che lasciarsi sommergere dalle storie del padre e rielaborarle con la sua fantasia. (E un pochino anche per la moglie, che a vederli insieme deve divertirsi tantissimo).

Ora però voglio anche io un vestito da principeffa.


Titolo: Mia figlia, don Chisciotte
Autore: Alessandro Garigliano
Pagine: 233
Editore: NNeditore
Anno: 2017
Prezzo: 16 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo:Mia figlia, Don Chisciotte

giovedì 23 febbraio 2017

FIABE COSÌ BELLE CHE NON IMMAGINERETE MAI - Ivano Porpora

Le persone che ami le riconosci subito, quando le ami; e le riconosci dal fatto che sanno dare l'unica risposta all'unica domanda che c'è, ossia: dove è andato a finire il colore?



Per parlarvi di Fiabe così belle che non immaginerete mai di Ivano Porpora, una bellissima raccolta di fiabe, appunto, pubblicata da LiberAria, avevo pensato di scrivere io stessa una fiaba. “Dai, faccio una di quelle recensioni fighissime che riprendono lo stile dell’autore e del libro, e chissà, magari fanno anche meglio” ho pensato (sì, ogni tanto a noi recensori prendono questi deliri di onnipotenza). Un pensiero che è durato tipo cinque secondi. Perché più mi soffermavo a pensare a quanto avevo appena letto, più mi rendevo conto che sarebbe stato impossibile persino se fossi un genio della scrittura.
Perché le Fiabe così belle che non immaginerete mai di Ivano Porpora sono davvero così belle che non potete immaginare.

Ambientate in reami lontani, lontanissimi, ma talmente lontani e lontanissimi che a volte per arrivarci bisogna fare un buco e arrivare fino al centro della Terra (a parte uno che invece è vicinissimo), queste venticinque fiabe raccontano di uomini brutti e donne bellissime che si uniscono in un abbraccio senza fine, di case piene di cuori di pezza in cui ognuno può ritrovare il suo, di cacciatrici di sorrisi e di partite a carte contro la tristezza, di messaggi d’amore consegnati da bambini da un capo all’altro del mondo e di altri bambini che leggono romanzi d’amore ai sordi o guardano il mondo da dietro a cocci di vetro colorati.

Quando una persona ti parla di un mondo a mille colori, e tu dici che ce n'è solo uno, non pensare che sia un pirla: magari ha solo avuto il coraggio di procurarsi occhiali migliori dei tuoi.

E poi ci sono distributori di sogni, lune rosse, bambine piene di pioggia, ciccioni pronti a spiccare il volo e tante altre storie. E come ogni fiaba che si rispetti, anche queste hanno tutte una loro morale, anzi quasi sempre tre, se l’autore ha avuto voglia di scriverle. Una un po’ più pratica, una un po’ più buffa e una che ti porta a guardare il mondo in modo diverso.

Non so se il fatto di conoscere personalmente, seppur da poco e seppur solo in modo superficiale, Ivano Porpora e sorridere e ritrovarmi in molte delle cose che scrive abbia in qualche modo condizionato la mia lettura. Ma sono abbastanza convinta di no. Il conoscerlo di persona mi ha solo permesso di arrivare a questo libro che, molto probabilmente, altrimenti non avrei mai letto.
No, ve lo ripeto, queste fiabe sono davvero così belle che non immaginerete mai.  È bello il modo in cui raccontano il mondo, tutto l’amore che ne traspare, perché, come recita anche la quarta:

"- Tutte le storie sono storie d'amore -, diceva e disse; perché non solo era ricco il significato, ma il suono, si disse, il suono era tutto bello e distillato e ricco; e allora lo ripeté: - Tutte le storie sono storie d'amore."

Ed è bello lo stile in cui sono scritte, così come belli sono quel sorriso, a volte un po' più allegro altre un po' più amaro, e quelle riflessioni che (quasi) tutte alla fine ti lasciano.
Queste Fiabe così belle che non immaginerete mai sono per adulti, ma anche per bambini (edulcorando a volte un po’ il linguaggio, come lo stesso Ivano Porpora fa). Sono fiabe per tutti quelli che amano perdersi in regni lontani, lontanissimi, talmente lontani che per arrivarci servono almeno venti paia di scarpe (tranne che per arrivare in uno, che invece è vicinissimo) e che credono nell'incredibile potenza di un abbraccio.

Titolo: Fiabe così belle che non immaginerete mai
Autore: Ivano Porpora
Pagine: 165
Editore: LiberAria
Anno: 2017
Prezzo: 15 €
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formato cartaceo: Fiabe così belle che non immaginerete mai